Non ci piace
affatto il pensiero unico televisivo. Non ci piace affatto la Cultura del “Grande
Fratello”. Non ci piace affatto la paura che questo Governo ha
dell’intelligenza.
Non ci piacciono
affatto le barzellette contro la
Shoà, contro le donne, contro gli abbronzati, ecc. Non ci
piace la vocazione peronista del Presidente del Consiglio. Non ci diverte
l’Italia delle escort, delle ragazze immagine, dei tornisti, delle call girls,
delle veline, dei gigolo, delle minorenni ridotte a soprammobili. Questa
cultura ci fa orrore. È malata. Vogliamo un’altra
Italia.
Non si sta
facendo nulla per la Cultura,
e noi dobbiamo sfidare l’inerzia della
destra.
Con la scusa
della crisi economica, e con arroganza anticulturale, questo Governo mette la
morsaiola al Sapere e al Pensiero. Si guardi alla mannaia che si è abbattuta
sulla Scuola, sull’Università, sulla
Ricerca e sulla Cultura. Si è amputato e basta, senza criterio.
Purtroppo è una
scusa che non trova molte obiezioni, che ci mette nell’angolo, perché
nell’Italia Rai-Fininvest la
Cultura è un lusso per gente viziata e comunista.
Il Governo
mette un tappo dove circolano le idee, l’informazione, dove si progetta un
futuro diverso, dove si dà spazio alla dissonanza e al disaccordo democratico.
E questo perché fanno molto comodo, a chi decide il nostro destino, cittadini dall’encefalogramma piatto.
Chi di voi,
amici, non si sente trascinare velocemente verso il basso, verso un’Italia
melmosa, razzistoide, violenta,
rassegnata, volgare, svalorizzata, spenta nelle idee… Non è tanto la
paura della povertà a toglierci l’aria, è piuttosto la polverizzazione sociale,
l’indifferenza di fronte alla fatalità
di una vita fatta di inezie,
l’incapacità di scandalizzarsi,
l’immobilità dello spirito.
Dietro le
barzellette e le battute, come quella che consiglia alle ragazze a caccia di
futuro di cercarsi un ragazzo ricco, c’è una visione del mondo, una cultura,
c’è l’abisso. Nella testa di chi dice che i figli dei ricchi sono migliori dei
figli dei poveri c’è una precisa, degradata concezione della democrazia,
un’ipotesi di come dovrebbe essere fatto il nostro Paese, di come va orientata
la politica.
Queste non sono
cose da nulla, sono un dramma serio, più di quanto si creda.
Non deve essere
questa l’Italia che consegniamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi.
Quando diciamo
che ormai in Italia c’è un’emergenza cultura pensiamo soprattutto a
questo.
Guardiamo la Francia, la Germania, la Spagna e l’Inghilterra: se
ne son guardati bene dal rinunciare a una così importante risorsa, sia
economica che spirituale, della
comunità. Per loro la Cultura è un bene
irrinunciabile. Da loro la cultura della Cultura è una realtà viva nelle
coscienze di tutti. Da noi è un passatempo, uno svago, un Luna Park. Se ne può
fare a meno.
Bisogna avere
l’onestà di dire che la crisi è giunta come un temporale su un terreno già
pieno di pozzanghere. La
Cultura stava vivendo un momento di asfissia, strangolata
dalla burocrazia, da un’amministrazione appesantita
dagli sprechi e da una gestione volutamente disordinata, dove si sono annidati
rendite di posizione, corruttela,
privilegi e monopoli.
Quanta fatica
per trovare spazio al nuovo, per dare voce ai nostri territori
così ricchi di invenzioni. Quanta fatica muoversi in un contesto sempre meno
pluralista e competitivo. Quanta
frustrazione è circolata tra noi davanti una visione museale dell’Arte, divisa
in pretestuose gerarchie e caste, nell’assurda logica della sovvenzione a fondo
perduto, con il rituale beffardo di
una mano che toglie ciò che l’altra mano ha dato. Non hanno più voce quelli che
da sempre hanno invocato la detassazione dell’Arte.
Con la crisi in
atto, che c’è ed è innegabile, si può affrontare l’aggrovigliata matassa delle
nostre strutture culturali in due modi.
Il primo
richiede una convinta disponibilità
a considerare la Cultura
un’impresa da incentivare, da incoraggiare, da concepire come opportunità anche economica, con virtuose ricadute
nell’occupazione, nel turismo, nella vivacità
creativa, nella crescita civile,
nell’esportazione all’estero dei nostri talenti, nella coesione sociale.
Nessun’arma è efficace quanto la
Cultura, a prevenire il disfacimento morale del Paese, a
combattere la solitudine, a fare da
antidoto al bullismo, alla droga, alla mafia, al razzismo. La Cultura può fare molto di
più delle ronde.
Questo modo di
affrontare la crisi prevede di restare fedeli all’articolo 9 della Costituzione secondo il quale la Repubblica tutela il
paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. È un dettato
basilare che vincola lo Stato ad affidare una parte delle sue entrate alla
custodia dei nostri beni culturali e paesaggistici.
Questo modo di
affrontare la crisi implica un radicale riassetto di tutto il settore
culturale, seguendo la logica dell’equità,
del pluralismo, della funzionalità e
della produttività nel suo
significato più vasto. Tutto ciò partendo sempre dal principio che la Cultura è valore
irrinunciabile, che non può sopravvivere senza investimenti.
Il modo giusto
di affrontare la crisi è considerarla un’opportunità
per riqualificare la spesa pubblica, perché spendere bene significa spendere
meno. La crisi è un’opportunità per
aprire un orizzonte di riforme strutturali, a breve e medio termine.
Il secondo modo
di occuparsi della Cultura è considerarla, appunto, un lusso di cui si può fare
anche a meno. Il governo ha scelto questo secondo modo.
Ci aspettano
quindi tempi drammatici: penuria culturale e disoccupazione.
Partiamo dal
principio che in Italia non è in crisi il mercato culturale. La domanda
coinvolge molti milioni di cittadini.
È invece gravissima la deliberata decisione di ridurre al minimo l’offerta. La Cultura non è affatto un
ramo secco da tagliare. I dati oggettivi ci dicono che ogni euro investito in cultura ne riporta a casa dai 5 ai 7 euro.
La destra ha
fatto tante promesse. Ma quante cose non ha neanche promesso perché non sapeva
nemmeno che esistessero. Nessuna politica
sulla danza, la più bistrattata delle arti, anche se, attraverso le sue scuole
coinvolge milioni di giovani e di bambini, spesso affidati a dilettanti che li
costringono a chiedere aiuto all’ortopedico. Nessuna politica
sull’educazione musicale, sulle nuove tecnologie, sulla discografia e la
semplificazione burocratica per compagnie e produzioni concertistiche. Nessuna
politica sulla tutela del paesaggio,
che anzi viene sottratta ai sovrintendenti e consegnata ai manager, più
propensi a sacrificare l’ambiente a favore dei lavori edilizi. Nessuna politica, se non a colpi d’ascia e di minacce, per le
fondazioni lirico sinfoniche. Nessuna politica
per il Teatro – già sono stati chiusi più di 400 teatri e si va verso i 500,
spargendo tutt’intorno disoccupazione e silenzio. Nessuna volontà di redigere
finalmente una legge sullo Spettacolo, come esiste negli altri paesi europei.
Non si è battuto ciglio di fronte al grido di
dolore degli artisti, dei
Conservatori, delle biblioteche, dell’editoria,
delle mille realtà teatrali territoriali,
dove si esprime di più la contemporaneità
e dove crescono i nuovi talenti.
I Beni
Culturali si ritrovano con un
miliardo di euro in meno. È bancarotta, mentre la nuova legge che impedisce le
intercettazioni apre intere praterie di impunità
ai trafficanti di reperti archeologici e trafugatori d’arte: un giro gigantesco
di milioni di euro che passano dalla Cultura alla criminalità.
Scuole, Università, teatri, musei, biblioteche, archivi, così come
gli ospedali, non si guadagnano da vivere. Per compiere la loro missione civile,
per aiutare, devono essere aiutati. E questo è un fatto che accomuna tutti i
paesi civili del mondo. Ma mentre le nazioni più avanzate sanno quanto sia
fondamentale, pur nel mezzo di una crisi economico-finanziaria, investire nei
grandi beni immateriali (salute, ambiente e cultura), il nostro non fa nulla.
Gordon Brown
mette la Cultura
e la creatività al centro dello
sviluppo strategico del sistema britannico
e pone come obiettivo primario della nazione offrire la possibilità ai giovani di trovare il loro talento e di farlo
diventare lavoro e ricchezza per sé e per gli altri.
Il Presidente
Sarkozy, presentando un piano di investimenti e agevolazioni a beneficio della
Cultura nelle sue varie forme, sostiene che la Francia agisce così non
per l’economia del Paese ma per la sua civiltà, considerando un’eventuale crisi
morale e culturale di gran lunga più temibile di quella finanziaria, economica
e sociale.
Il futuro della
nostra Cultura deve entrare, al pari delle altre emergenze nazionali, nel ciclo
delle grandi riforme che il Paese aspetta e di cui si avverte un forte e
urgente bisogno. La Cultura
è il racconto della realtà. Giorno dopo giorno. Noi vogliamo contribuire a
scrivere un’Agenda del Bello che porti fuori pericolo e rilanci il nostro
straordinario Patrimonio Italia.
Chiudo il mio
intervento ricordando a tutti voi che nel programma elettorale del Partito Democratico non compaiono mai le parole CULTURA
e BENI CULTURALI (Vi ricordo inoltre che
stiamo parlando dell’Italia). Il programma di un Partito
che non tenga conto della Cultura è solo scartoffia di commercialista. Mi
piacerebbe che il PD, a cominciare dal suo interno, lavorasse intensamente per
creare nel nostro paese quella la
Cultura della Cultura che lo difenderebbe da ogni deriva squallida e cinica come quella dell’era
berlusconiana.
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ALL'ITALIA MANCA LA CULTURA DELLA CULTURA - Liberascrittura
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