ALL'ITALIA MANCA LA CULTURA DELLA CULTURA

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Testo intervento di Vincenzo Cerami, premio Oscar per la sceneggiatura del film "La vita è bella" di Benigni, autore di grandi film e romanzi, alla riunione degli Ecologisti del PD per Franceschini, 30 luglio 2009.

DI VINCENZO CERAMI

Malgrado la sua prestigiosa tradizione, le sue bellezze, il suo glorioso passato e le indiscutibili virtù creative, all’Italia manca la “cultura della Cultura”. Abbiamo avuto una borghesia che è stata pura categoria economica e null’altro… abbiamo una classe dirigente mediocre, arruffona e ignorante, quando non è ladra.


Non ci piace affatto il pensiero unico televisivo. Non ci piace affatto la Cultura del “Grande Fratello”. Non ci piace affatto la paura che questo Governo ha dell’intelligenza.

Non ci piacciono affatto le barzellette contro la Shoà, contro le donne, contro gli abbronzati, ecc. Non ci piace la vocazione peronista del Presidente del Consiglio. Non ci diverte l’Italia delle escort, delle ragazze immagine, dei tornisti, delle call girls, delle veline, dei gigolo, delle minorenni ridotte a soprammobili. Questa cultura ci fa orrore. È malata. Vogliamo un’altra Italia.

Non si sta facendo nulla per la Cultura, e noi  dobbiamo sfidare l’inerzia della destra.

Con la scusa della crisi economica, e con arroganza anticulturale, questo Governo mette la morsaiola al Sapere e al Pensiero. Si guardi alla mannaia che si è abbattuta sulla Scuola, sull’Università, sulla Ricerca e sulla Cultura. Si è amputato e basta, senza criterio.

Purtroppo è una scusa che non trova molte obiezioni, che ci mette nell’angolo, perché nell’Italia Rai-Fininvest la Cultura è un lusso per gente viziata e comunista.

Il Governo mette un tappo dove circolano le idee, l’informazione, dove si progetta un futuro diverso, dove si dà spazio alla dissonanza e al disaccordo democratico. E questo perché fanno molto comodo, a chi decide il nostro destino, cittadini dall’encefalogramma piatto.

Chi di voi, amici, non si sente trascinare velocemente verso il basso, verso un’Italia melmosa, razzistoide, violenta,  rassegnata, volgare, svalorizzata, spenta nelle idee… Non è tanto la paura della povertà a toglierci l’aria, è piuttosto la polverizzazione sociale, l’indifferenza di fronte alla fatalità di una vita fatta di inezie, l’incapacità di scandalizzarsi, l’immobilità dello spirito.

Dietro le barzellette e le battute, come quella che consiglia alle ragazze a caccia di futuro di cercarsi un ragazzo ricco, c’è una visione del mondo, una cultura, c’è l’abisso. Nella testa di chi dice che i figli dei ricchi sono migliori dei figli dei poveri c’è una precisa, degradata concezione della democrazia, un’ipotesi di come dovrebbe essere fatto il nostro Paese, di come va orientata la politica.

Queste non sono cose da nulla, sono un dramma serio, più di quanto si creda.

Non deve essere questa l’Italia che consegniamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi.

Quando diciamo che ormai in Italia c’è un’emergenza cultura pensiamo soprattutto a questo. 

Guardiamo la Francia, la Germania, la Spagna e l’Inghilterra: se ne son guardati bene dal rinunciare a una così importante risorsa, sia economica che spirituale, della comunità. Per loro la Cultura è un bene irrinunciabile. Da loro la cultura della Cultura è una realtà viva nelle coscienze di tutti. Da noi è un passatempo, uno svago, un Luna Park. Se ne può fare a meno.

Bisogna avere l’onestà di dire che la crisi è giunta come un temporale su un terreno già pieno di pozzanghere. La Cultura stava vivendo un momento di asfissia, strangolata dalla burocrazia, da un’amministrazione appesantita dagli sprechi e da una gestione volutamente disordinata, dove si sono annidati rendite di posizione, corruttela, privilegi e monopoli.

Quanta fatica per trovare spazio al nuovo, per dare voce ai nostri territori così ricchi di invenzioni. Quanta fatica muoversi in un contesto sempre meno pluralista e competitivo. Quanta frustrazione è circolata tra noi davanti una visione museale dell’Arte, divisa in pretestuose gerarchie e caste, nell’assurda logica della sovvenzione a fondo perduto, con il rituale beffardo di una mano che toglie ciò che l’altra mano ha dato. Non hanno più voce quelli che da sempre hanno invocato la detassazione dell’Arte.

Con la crisi in atto, che c’è ed è innegabile, si può affrontare l’aggrovigliata matassa delle nostre strutture culturali in due modi.

Il primo richiede una convinta disponibilità a considerare la Cultura un’impresa da incentivare, da incoraggiare, da concepire come opportunità anche economica, con virtuose ricadute nell’occupazione, nel turismo, nella vivacità creativa, nella crescita civile, nell’esportazione all’estero dei nostri talenti, nella coesione sociale. Nessun’arma è efficace quanto la Cultura, a prevenire il disfacimento morale del Paese, a combattere la solitudine, a fare da antidoto al bullismo, alla droga, alla mafia, al razzismo. La Cultura può fare molto di più delle ronde.

Questo modo di affrontare la crisi prevede di restare fedeli all’articolo 9 della Costituzione secondo il quale la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. È un dettato basilare che vincola lo Stato ad affidare una parte delle sue entrate alla custodia dei nostri beni culturali e paesaggistici.

Questo modo di affrontare la crisi implica un radicale riassetto di tutto il settore culturale, seguendo la logica dell’equità, del pluralismo, della funzionalità e della produttività nel suo significato più vasto. Tutto ciò partendo sempre dal principio che la Cultura è valore irrinunciabile, che non può sopravvivere senza investimenti. 

Il modo giusto di affrontare la crisi è considerarla un’opportunità per riqualificare la spesa pubblica, perché spendere bene significa spendere meno. La crisi è un’opportunità per aprire un orizzonte di riforme strutturali, a breve e medio termine.

Il secondo modo di occuparsi della Cultura è considerarla, appunto, un lusso di cui si può fare anche a meno. Il governo ha scelto questo secondo modo.

Ci aspettano quindi tempi drammatici: penuria culturale e disoccupazione.

Partiamo dal principio che in Italia non è in crisi il mercato culturale. La domanda coinvolge molti milioni di cittadini. È invece gravissima la deliberata decisione di ridurre al minimo l’offerta. La Cultura non è affatto un ramo secco da tagliare. I dati oggettivi ci dicono che ogni euro investito in cultura ne riporta a casa dai 5 ai 7 euro.

La destra ha fatto tante promesse. Ma quante cose non ha neanche promesso perché non sapeva nemmeno che esistessero. Nessuna politica sulla danza, la più bistrattata delle arti, anche se, attraverso le sue scuole coinvolge milioni di giovani e di bambini, spesso affidati a dilettanti che li costringono a chiedere aiuto all’ortopedico. Nessuna politica sull’educazione musicale, sulle nuove tecnologie, sulla discografia e la semplificazione burocratica per compagnie e produzioni concertistiche. Nessuna politica sulla tutela del paesaggio, che anzi viene sottratta ai sovrintendenti e consegnata ai manager, più propensi a sacrificare l’ambiente a favore dei lavori edilizi. Nessuna politica, se non a colpi d’ascia e di minacce, per le fondazioni lirico sinfoniche. Nessuna politica per il Teatro – già sono stati chiusi più di 400 teatri e si va verso i 500, spargendo tutt’intorno disoccupazione e silenzio. Nessuna volontà di redigere finalmente una legge sullo Spettacolo, come esiste negli altri paesi europei.

 Non si è battuto ciglio di fronte al grido di dolore degli artisti, dei Conservatori, delle biblioteche, dell’editoria, delle mille realtà teatrali territoriali, dove si esprime di più la contemporaneità e dove crescono i nuovi talenti.

I Beni Culturali si ritrovano con un miliardo di euro in meno. È bancarotta, mentre la nuova legge che impedisce le intercettazioni apre intere praterie di impunità ai trafficanti di reperti archeologici e trafugatori d’arte: un giro gigantesco di milioni di euro che passano dalla Cultura alla criminalità.

Scuole, Università, teatri, musei, biblioteche, archivi, così come gli ospedali, non si guadagnano da vivere. Per compiere la loro missione civile, per aiutare, devono essere aiutati. E questo è un fatto che accomuna tutti i paesi civili del mondo. Ma mentre le nazioni più avanzate sanno quanto sia fondamentale, pur nel mezzo di una crisi economico-finanziaria, investire nei grandi beni immateriali (salute, ambiente e cultura), il nostro non fa nulla.

Gordon Brown mette la Cultura e la creatività al centro dello sviluppo strategico del sistema britannico e pone come obiettivo primario della nazione offrire la possibilità ai giovani di trovare il loro talento e di farlo diventare lavoro e ricchezza per sé e per gli altri.

Il Presidente Sarkozy, presentando un piano di investimenti e agevolazioni a beneficio della Cultura nelle sue varie forme, sostiene che la Francia agisce così non per l’economia del Paese ma per la sua civiltà, considerando un’eventuale crisi morale e culturale di gran lunga più temibile di quella finanziaria, economica e sociale.

Il futuro della nostra Cultura deve entrare, al pari delle altre emergenze nazionali, nel ciclo delle grandi riforme che il Paese aspetta e di cui si avverte un forte e urgente bisogno. La Cultura è il racconto della realtà. Giorno dopo giorno. Noi vogliamo contribuire a scrivere un’Agenda del Bello che porti fuori pericolo e rilanci il nostro straordinario Patrimonio Italia.

Chiudo il mio intervento ricordando a tutti voi che nel programma elettorale del Partito Democratico non compaiono mai le parole CULTURA e BENI CULTURALI (Vi ricordo  inoltre che stiamo parlando dell’Italia). Il programma di un Partito che non tenga conto della Cultura è solo scartoffia di commercialista. Mi piacerebbe che il PD, a cominciare dal suo interno, lavorasse intensamente per creare nel nostro paese quella la Cultura della Cultura che lo difenderebbe da ogni deriva  squallida e cinica come quella dell’era berlusconiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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