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Home Letteratura Latina Latino: l'età dei Giulio-Claudi

Latino: età dei Giulio-Claudi

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Questa pagina contiene opere di Fedro e Seneca


La letteratura Latina nel periodo dei Giulio Claudi, vide il decadere della lirica e della storiografia a vantaggio della filosofia stoica e pitagorica che offrivano in un periodo particolarmente critico, la saggezza di chi aspira all'imperturbabilita' dello spirito nei confronti della vita e alla redenzione morale attraverso l'ascetismo. Gia' negli ultimi anni di vita di Augusto molti provvedimenti erano stati da lui adottati per la prima volta contro il malcostume imperante con l'esilio all'isola di Pantadaria, oggi Ventotene, della figlia Giulia e della nipote con lo stesso nome, nelle isole Tremiti. Ovidio, per le sue opere considerate scandalose, fu confinato a Tomi sul Mar Nero, dove mori'. Vennero poste al rogo le opere di Tito Labieno. ed ebbero inizio i processi di lesa maesta'. Tutto cio' e' la dimostrazione che lo stato romano si avviava verso il dispotismo e l'autocrazia, nonostante la mirabile organizzazione voluta da Augusto in ogni settore dello stato, per unire, attraverso vie di comunicazioe, per terra, per mare e fluviali il vasto territtorio, collegato anche da servizi postali efficienti.

L'esercito di Augusto composto da 25 legioni, provvedeva alla difesa dell'Italia e delle province, mentre della capitale si prendevano cura 9000 pretoriani guidati dal prefetto del pretorio, coorti urbane, vigili, guardie notturne per l'estinzione di incendi, contro i ladri e per sedare i disordini; la flotta era per lo piu' accentrata nelle sue basi piu' importanti che erano Miseno presso Napoli e Ravenna sull'Adriatico.

Attraverso vie di comunicazione che le collegavano a Roma, le sue province erano affidate ai proconsoli di nomina senatoria, mentre a quelle alle froniere vigilavano i legati imperiali. Venne profuso molto denaro per costruire ovunque teatri, terme, edifici pubblici, fra cui notevoli l'Ara pacis di Augusto e il Pantheon, eretto con la collaborazione di Marco Vipsanio Agrippa. Tutte queste spese, naturalmente, incisero sull'erario, per cui per pagare i soldati congedati, si dovette ricorrere, per la prima volta, all'imposizione di due tasse, una sulla successione e un'altra sulle vendite.

La spartizione delle terre ai veterani, con la creazione di latifondi lavorati da schiavi, aveva creato una schiera rumorosa di proletari oziosi, che richiedevano panem et circenses e facevano mancare il reclutamento delle truppe, prima legato al censimento degli uomini liberi, i piccoli proprietari, per cui il governo dovette procedere a una politica non piu' offensiva, ma difensiva e a scendere a compromessi con i popoli vicini. Quindi, dopo Augusto, morto a Roma a 76 anni, nel 14 d. C., il 19 del mese sestile, poi chiamato in suo onore agosto, ebbe inizio l'opposizione dell'oligarchia senatoria, che si considerava defraudata dei suoi poteri, per la nomina degli imperatori, che avveniva per adozione, senza il ricorso all'approvazione del Senato.

Ad Augusto, senza eredi in linea diretta, seguirono il figliastro Tiberio e, in seguito, Caligola, Claudio e Nerone, dei quali si daranno brevi dati biografici per comprendere la storiografia del tempo, in cui essi svolsero la loro azione di governo dello stato.

Tiberio figliastro di Augusto fu un valente generale, scelto da lui per succedergli nel governo dello stato, in cui cerco' di seguire linee di accordo nei rapporti col Senato, senza riuscirvi. Di carattere chiuso ed introverso non seppe conciliarsi gli animi dei sudditi. Affido' a Germanico, figlio del fratello Druso, la difesa dell'impero e per aver questi vendicato, con la morte di Arminio, la disfatta delle legioni romane nella selva di Teutoburgo, gli decreto' l'onore del trionfo, ma non lo assecondo' nella sua aspirazione di conquista dei territori germanici fino al fiume Elba. Lo invio', invece, in Oriente, dove mori' avvelenato a 30 anni di eta', ad opera di Gn. Calpurnio Pisone, che esegui' la sua volonta' per eliminare un possibile aspirante al trono. Morto suo figlio, Tiberio si ritiro'in una villa nell'isola di Capri, affidando il compito di eseguire le sue direttive al prefetto del pretorio Lucio Elio Seiano, sotto l'influsso del quale fiorirono i tribunali per i delitti di lesa maesta', le delazioni e il dispotismo militare, che spinsero l'imperatore a farlo sopprimere dal Senato.

Caligola: Tiberio nomino', come suo successore, il figlio di Germanico, Caligola, cosi' chiamato per i calzari che da ragazzo portava, e che instauro' un regime assoluto, alla maniera orientale. Per un breve periodo governo' abbastanza bene, poi, diventato folle per l'epilessia rafforzatasi negli anni, compi' atti insensati. quali la sua divinizzazione da parte del Senato e la nomina a senatore di un suo cavallo. Affetto da mania di persecuzione, fu ucciso dal pretoriano Cassio Chenea

Claudio: Furono i pretoriani a scegliere come imperatore Tiberio Claudio Nerone, fratello di Germanico, che avrebbe voluto creare un rapporto piu' favorevole con il Senato. senza riuscirvi e si circondo' di liberti, creando una burocrazia di corte, contraria ad ogni collaborazione con quella istituzione. Nel 42 occupo' la Mauritania, nel 43 la Britannia fino al Tamigi e nel 44 la Palestina e la Giudea. Condannata al patibolo la prima moglie, sposo' la nipote Agrippina e ne adotto' il figlio Nerone, ultimo imperatore dei Giulio-Claudii.

Nerone governo' bene per cinque anni, coadiuvato dal filosofo stoico Lucio Anneo Seneca e dal prefetto Afranio Burro, poi per contrasti con la madre troppo intrusiva, la fece uccidere e fece avvelenare il fratellastro Britannico, spinto anche dal prefetto del pretorio Tigellino. Sotto di lui vi fu la prima persecuzione contro i cristiani, accusati dell'incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, forse ingiustamente attribuita a Nerone, che in quel periodo si trovava ad Anzio. Sottoposti ad atroci tormenti, perirono con gli altri martiri l'apostolo Pietro condannato alla crocifissione e l'apostolo Paolo alla decapitazione. Roma fu ricostruita seguendo un piano adeguato alla sua funzione imperiale, che incluse anche l'edificazione della Domus aurea, la reggia del tiranno, fatta da lui fare col denaro del pubblico erario. La cospirazione di esponenti dell'aristocrazia venne soffocata nel sangue, e conto', fra le vittime illustri, Gaio Calpurnio Pisone, il poeta Marco Anneo Lucano, Gaio Petronio, il famoso arbiter elegantiarum e il filosofo Seneca. Per sedare la rivolta scoppiata in Palestina, Nerone invio' Tito Flavio Vespasiano, che occupo' le citta' della Giudea e assedio' Gerusalemme. La rivolta in Gallia, promossa da Gaio Giulio Vindice e quella in Spagna da Gaio Sulpicio Galba, spinsero il Senato a dichiararlo nemico pubblico dello Stato. Approfittando di cio', le legioni che operavano in Oriente, elessero imperatore, per acclamazione, Tito Flavio Vespasiano. Il 9 giugno del 68 d. C., Nerone, constatato che non sarebbe sfuggito alla condanna a morte, pose fine alla sua vita. con l'aiuto di un liberto. Tali drammatici avvenimenti, coloriti dalla penna di scrittori, provenienti dalle province, in particolare dalla Spagna e dall'Africa, alimentarono la storiografia di quell'eta'.

Nei loro scritti non solo prevalse l'elemento etico e moraleggiante, suggerito probabilmente dalle circostanze politiche del momento, ma la constatazione che il processo di romanizzazione era un fatto compiuto in tutti i territori assoggettati, per la grande vitalita' della civilta' romana, ovunque diffusa e assimilata, che aveva saputo fondere popoli tanto diversi fra loro. In questo periodo eccelsero sugli altri scrittori, Seneca, Petronio, Tacito, Fedro, Lucano e Giovenale.

 

Fedro

Della vita di Fedro poco si conosce. Nacque forse nella colonia romana di Filippi, in Macedonia, e fu forse schiavo presso latini che lo dotarono di una notevole cultura. Giunse in giovane eta' a Roma, dove scrisse favole con contenuto allegorico, prendendo a modello Esopo. La favola, presente anche in Orazio, in Petronio e in altri poeti si perde nella notte dei tempi. Si puo' affermare che era viva per tradizione popolare nelle nenie, nei racconti dei vecchi come esempi di esperienze che si volevano trasmettere, anche prima della conoscenza della scrittura. A Roma, volle dare forma letteraria a questo antico e nuovo genere, Fedro, che scrisse cinque libri di favole, allo scopo di suscitare il sorriso, servendosi di animali, che rappresentano alcune caratteristiche umane, per divertire ammaestrando

Fu perseguitato, con un procedimento giudiziario, da Seiano che riteneva si riferisse con acredine ad esponenti politici del tempo: egli si difese asserendo che le sue favole riguardavano i difetti umani, considerati genericamente, a fine moralistico.

Si nota nelle sue favole il senso di disagio degli umili nei confronti dei potenti, asserviti senza possibilita' di riscatto e da cio' si deduce il suo pessimismo nei confronti di una immutabile realta'. La sua originalita' nei confronti di Esopo, sta nel racconto aperto all'aneddoto, all'epigramma, alla narrazione quasi novellisica, in un linguaggio chiaro, sobrio, anche nella struttura agile del disegno e dei dialoghi e, in particolare, nell'uso del verso Di questo scrittore si riportano due favole che mettono in rilievo la triste condizione degli umili e la loro fatalistica accettazione di una realta' immutabile, e la tendenza uomini a considerare i difetti altrui ed ignorare i propri

L'asino e il pastore:

In principatu commutando saepius nil praeter domini nomen mutant pauperes. Id esse verum parva haec fabella indicat. Asellum in prato timidus pascebat senex. Is hostium clamore subito territus suadebat asinus fugere, ne possent capi. At ille lentus: "Quaeso, num binas mihi clitellas impositurum victorem putas?" Senex negavit. "Ergo quid refert mea, cui serviam, clitellas dum portem meas?

Nel cambiamento di governo troppo spesso nulla cambiano i poveri all'infuori del nome del padrone. Che cio' sia vero, indica questa breve favola. Una volta un vecccio pauroso conduceva al pascolo un asino. Questi improvvisamente spaventato da un improvviso strepito, cercava di persuadere l'asino a fuggire, perche' non fossero presi. Ma quello non si scomodo':"Forse ritieni, di grazia, che il vincitore mi imporra' due basti?" Il vecchio disse di no. "Dunque che cosa mi importa a chi debba servire, finche' porto i miei basti?"

I vizi degli uomini.

Peras imposuit Iuppiter nobis duas: Propriis repletam vitiis post tergum dedit, alienis ante pectus suspendit gravem. Hac re videre nostra mala non possumus; alii simul delinquunt, censores sumus.

Giove impose a noi due bisacce: pose quella ripiena dei nostri vizi dietro le spalle, pose quella carica degli altrui davanti al petto. Per questo motivo non ci possiamo accorgere de nostri difetti; non appena gli altri sbagliano ci atteggiamo a censori. ww.pierluigiadami.it

Lucio Anneo Seneca

Nato a Cordova nel 4 d. C. era figlio di Seneca il vecchio. Da giovane segui' pratiche ascetiche e fu un vegetariano, anche perche' di cagionevole salute. Deciso ad isolarsi dalla vita politica. stette pe un po' di tempo in Egitto allo scopo di scrutare quale indirizzo dare alla sua esistenza. Tornato a Roma, su consiglio del padre, dall'indirizzo neopitagorico, dapprima abbracciato, si volse allo stoicismo ed intraprese la carriera politica, essendo ormai noto nella capitale come brillante oratore. Fu mandato in esilio in Corsica da Claudio per il suo adulterio con Livilla, sorella di Caligola, ed ivi rimase per otto anni, dedicandosi a studi filosofici per rompere la monotonia di quei luoghi silvestri. Seguendo lo stoicismo, medito' a lungo sui valori dell'esistenza per condurre un tenore corretto di vita, che, nell'ambivalenza della sua esistenza, poco rispetto', perche' il suo tenore di vita non coincideva con e dottrine filosofiche professate. Ritornato a Roma dopo la condanna a morte di Messalina, prima moglie dell'imperatore, fu invitato da Agrippina, sua seconda moglio e nipote, a prendersi cura dell'educazione del figlio di primo letto, Domizio Nerone, che desiderava succedesse al trono, a discapito di Britannico, diretto erede. Seneca assecondo' le tendenze artistiche del suo assistito per ottenerne la fiducia e nello stesso tempo fargli comprendere che Roma aveva bisogno di un governo illuminato, sul tipo di quello di Augusto, che poggiava le sue basi, nel governo dello stato, sui principi della clemenza e della bonta' del sovrano, per ottenere il consenso dei cittadini. Scrisse con tale finalita' due trattati, uno intitolato De clementia, in cui, paragonando all'ordine cosmico diretto dal Logos, l'impero di Roma, che, sebbene formato dall'unificazione di tanti stati, avrebbe potuto mantenere la sua saldezza, solamente con la moderazione e con la clemenza del suo principe. Questi non doveva soggiacere all'ira, argomento trattato nel volume De ira, in cui consiglia al principe l'autodominio e il controllo delle passioni per poter governare gli altri. Quando i delitti di Nerone si moltiplicarono e fu sperperato molto denaro pubblico e mori' il prefetto del pretorio Afranio Burro, suo collaboratore, Seneca, che aveva chiuso un occhio all'uccisione sia di Britannico nel 55 che della madre nel 59, si ritiro' dalla vita pubblica e dalla corte, per ritornare a seguire l'ascetismo e gli studi filosofici che tanto lo avevano attratto in gioventu'. Nel 65, quando fu scoperta la congiura ordita da Pisone, alla quale non aveva partecipato e di cui con molta probabilita' era a conoscenza, Nerone gli ordino' di uccidersi di sua mano. Seguendo l'esempio di Socrate, prima della morte per avvelenamento, converso' a lungo e serenamente con gli amici.

Fu la sua una figura problematica, propria dell'individuo posto di fronte a una condotta di vita in contrasto con i dettami della sua coscienza. Nel De brevitate vitae Seneca ritiene che la concezione del poco tempo a disposizione dell'uomo e' legata a una falsa disposizione mentale di chi non sa utilizzarlo e lo spende inutilmente in cose futili e dispersive. Nel De vita beata, si difende dall'accusa di aver accumulato molta ricchezza, dando in prestito ad alti interessi i suoi capitali, sostenendo di non averli ottenuti ricorrendo a delitti, ma attratto dalla vanita' della sua condizione sociale; era, pero', disponibile a lasciare tutto per vivere da sapiente.

Nelle Naturales quaestiones in sette libri, esamina gli agenti atmosferici, legati a fenomeni naturali, e, come Epicuro, vuole liberare l'uomo dai vani terrori che essi suscitano e che derivano dalla sua ignoranza della natura delle cose. Percio' la conoscenza, che apre all'umanita' la via del progresso, assume un carattere etico nella sua opera, che asserisce, anche in campo umano, il rispetto della legge naturale che esige l'uguaglianza degli uomini, con comuni diritti e doveri, senza alcuna discriminazione sociale e razziale. Seneca, cosi', precedette i tempi con queste sue affermazioni legate all'umana natura e ne fu un precursore, anche se la attuazione di quei principi non si verifica, ancora oggi, in molti stati.

Le tragedie attribuite a Seneca sono dieci, nove cothurnatae ed una praetexta, che seguono l'antica tradizione perche' la parte drammatica e recitativa in versi e' inframmezzata dai cori, che fanno da commento all'azione scenica. L'autore predilige rappresentare vicende truci, in cui i personaggi, non sono, come nelle tragedie greche, travolti dall'inesorabilita' del fato cui non possono opporsi, ma dalla violenza delle loro passioni coscienti di non poterle controllare nello scontro, dice lo scrittore, fra ragione e passionalita'. Sembra cosi' contrastare i principi della filosofia neostoica da lui seguita, che invita a trovare la sopportazione delle avversita' nella forza interiore della coscienza.

La tragedia sua piu' nota e' intitolata Thyestes, ma, come le altre, nello stile tortuoso asiano, nella mancanza di ricerca dei motivi psicologici che hanno determinato l'azione, risente dell'influenza delle scuole di declamazione da lui frequentate, piu' adatte alla recitazione che alla rappresentazione.

L'opera filosofica piu' notevole da lui scritta e' quella costituita dalle 124 Epistulae morales ad Lucilium, in 20 libri, in cui, dopo il ritiro dalla vita pubblica, fa un consuntivo della sua vita e nota che il valore dell'esistenza sta nel dominio delle passioni e delle umane debolezza, ottenuto con la cooperazione della ragione e dei principi filosofici e morali attraverso l'esame introspettivo delle nostre azioni.

Epistula ad Lucilium 1, I

Traduzione

Seneca Lucilio suo salutem. Ita fac, mi Lucili, vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut sobiriebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per negligentiam fit. Et si volueris adtendere, maxima pars vitae elabitur male agentibus, magna nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. Quem mihi dabis, qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac, ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas conplectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ad lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere. Inerrogatus fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue quod apud luxoriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat inpnsae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam, causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit. Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, "sera parsimonia in fundo est", non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

O mio Lucilio. fa' in modo di conciliare te a te stesso e di custodire il tempo che finora ti sei fatto portar via, o ti veniva tolto o veniva perduto. Persuaditi che e' cosi' come ti scrivo: alcuni momenti ci vengono sottratti, alcuni passano via, altri ci sfuggono. La cosa piu' vergognosa e' che queste cose avvengono per la nostra negligenza. E se tu vorrai intendere, la maggior parte della vita sfugge a coloro che agiscono male e a quelli che non fanno nulla o occupano il tempo della vita in cose diverse. Conosci tu qualcuno che dia importanza al tempo, che valuti la giornata e che comprenda che ogni giorno muore un poco? Sbagliamo infatti in cio', poiche' vediamo la morte dinanzi a noi, mentre in gran parte ci incalza; la morte ci sta dietro per quanto ci e'dato da vivere. Fa' dunque, o mio Lucilio, cio' che mi dici di fare, stringere a te ogni ora della vita; accadra' cosi' che tu meno dipenda dal domani, se avrai in mano il presente. Mentre si differisce ogni cosa al domani, la vita se ne va. Solo il tempo e' nostro. le altre cose non ci appartengono; la natura ci diede il possesso di questo solo bene, fuggevole e insicuro, del quale chi vuole puo' privarci. E tanto grande e' la stoltezza dei mortali: essi danno grande rilievo a quelle cose che sono di pochissima importanza e di minimo valore, facilmente recuperabili, mentre nessuno c'e' che si reputi debitore, avendo avuto in dono il tempo, l'unica cosa che neppure chi sente il dovere di essere riconoscente puo' restituire. Forse mi potresti chiedere, perche' mi dai tali consigli? Confessero' chiaramente quanto accade spesso a persona amante del lusso, ma economa, faccio equiparare i conti. Non affermo di non perdere, ma anche cio' che perdo e il perche' e' come determinare le ragioni della mia poverta': mi ritrovo come accade ai piu' ridotti in miseria, senza popria colpa: tutti li compatiscono, nessuno li soccorre. Dunque, perche' cio'? Io non ritengo povero colui al quale e' sufficiente quanto poco gli rimane; preferisco pero' che tu serbi i tuoi beni e cominci a rpsparmiare a tempo giusto. Tuttavia, come pensavano i nostri antenati, si fa troppo tardi economia, quando si e' gia' al fondo, ma nel fondo rimane non solo la parte piu' piccola, ma anche quella peggiore. Addio.

 

 

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