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Perché scrivere?

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"Non si scrive per dire qualcosa, si scrive perché si ha qualcosa da dire" (Raymond Carver).

Come dar torto a Carver, grande scrittore di racconti minimalisti e maestro di scrittura? Si scrive per il gusto di narrare storie. Storie che sono dentro di noi e che vogliono uscire. Si scrive anche per un insopprimibile bisogno interiore, talvolta.

Non si scrive per diventare ricchi: non è la scrittura la strada giusta. Soprattutto se si è esordienti e si vive in una nazione, l’Italia, dove si legge poco e un libro è considerato di successo se ha venduto diecimila copie.

Non si scrive per diventare famosi. Gli scrittori davvero “famosi” sono ben pochi, e, salvo rare eccezioni, persino gli autori vincitori dei più prestigiosi premi letterari restano sconosciuti al grande pubblico. Non parliamo poi degli scrittori di Cinema e TV, gli sceneggiatori, sempre destinati a restare nell'ombra. Gli sceneggiatori inventano il film, la sua trama, fanno parlare i personaggi, eppure il film “è del regista” e al suo nome resterà legato. In Italia pochissimi sceneggiatori sono conosciuti al di fuori dell'ambiente artistico: Age e Scarpelli, Ennio Flaiano, Suso Cecchi D'Amico, e, più recentemente Vincenzo Cerami, famoso soprattutto per il suo sodalizio artistico con Roberto Benigni. Prendiamo ad esempio l'indimenticabile film “Divorzio all'italiana”, del 1962: resterà legato per sempre al nome del regista, il grande Pietro Germi; quanti, però, ricordano che lo sceneggiatore, Ennio De Concini, vinse l'Oscar per quel film?

Non vogliamo bruciare in anticipo i sogni e le aspirazioni dei lettori di questo manuale, però è necessario prendere coscienza che in Italia è difficile, anche per autori affermati, sopravvivere grazie alla sola scrittura. Per un esordiente non è facile neppure essere letto da un editore: i grandi ignorano quasi sempre gli esordienti, mentre i piccoli editori spesso chiedono soldi agli autori come "contributo all'edizione". È dura la vita, per chi scrive.

Avete letto queste righe e state già meditando di gettare la spugna? Male. Se state scrivendo un libro, avete il dovere morale di portarlo a termine nel modo migliore possibile e tentare la sua pubblicazione. Soprattutto per voi stessi. Soprattutto per la creazione letteraria che avete generato e che desidera comunque vivere tra i lettori. E’ giusto e naturale che un libro, o un copione, o prima o poi, escano dalla vita del loro autore. C’è un momento in cui avviene il distacco, e quello è il tempo il cui la vostra opera deve uscire fuori. Fuori da voi, che l’avete tenuta dentro per mesi o anni, coccolata, curata e migliorata - si spera - sino a renderla un prodotto valido. Ossia leggibile da un lettore qualunque, che apprezzi la storia che avete scritto. È quello il momento di spedire il vostro romanzo ad un editore, o il copione ad un produttore.

Questo manuale non ha la pretesa di indicarvi la strada per arrivare allo stesso conto in banca di J. K. Rowling che, scrivendo i libri di Harry Potter, ha messo da parte una fortuna. Però può darvi dei suggerimenti per costruire un onesto prodotto, che non sfiguri accanto a quello dei professionisti. Se qualcuno crederà in voi, nella vostra opera, tanto meglio. Ma il primo passo dovrete farlo voi, lavorando e credendo nelle vostre possibilità. Quando sarete sicuri, assolutamente sicuri, che il vostro libro è arrivato all’apice delle vostre capacità (e delle sue intrinseche qualità), allora bisognerà trovargli una strada per uscire fuori. Troverete più avanti in questo manuale qualche indicazione per pubblicare il vostro libro o presentare un soggetto o una sceneggiatura ad un produttore. Magari non vi farà diventare ricchi, però potrà regalarvi belle soddisfazioni.

Una domanda da porsi prima di iniziare a scrivere è:

perché voglio scrivere, sviluppare questa idea?

In fondo, ormai ogni tema della narrazione è già stato usato e abusato: fuga, tradimento, amore e morte… qualsiasi sia, ha di certo alle spalle decine di scrittori celebri e oscuri che l’ha utilizzato. Che cosa possiamo dare noi, di nuovo? Troviamo dunque una motivazione alla nostra opera.

Un'altra domanda da porsi è:

per CHI scrivere?

Anni fa i ragazzi e le ragazze scrivevano diari in cui narravano i travagli interiori, i primi drammi d'amore. Era un dialogo segreto con se stessi, in cui si confessavano ad un interlocutore misterioso e benevolo (“Caro diario...”) paure e aspirazioni, gioie e dolori. Si parlava di sé, si scriveva per sé. Oggi è diverso. I ragazzi, quando vogliono raccontarsi, aprono un blog, inviano un video a YouTube o aderiscono a un social-network come Facebook. Non c'è più l'antica ritrosia. È tutto molto pubblico. Non importa lo stile, non importa la forma; la trama, avvincente o no, è la vita stessa, ripresa come se fosse vissuta in un reality.

Il problema nasce quando non ci si accontente della pubblicazione sul Web, ma si desidera la pubblicazione del racconto della propria vita. E' giusto ricordare che la forma-autobiografia ha prodotto nobili esempi in letteratura Ricordiamo qui il libro “Una donna” (1906) di Sibilla Aleramo, storia intensa, drammatica, profondamente autobiografica, che descrive le vicende della scrittrice, alle prese con un mondo maschilista e un marito violento. Ma le vicissitudini della protagonista non riguardano solo “la” donna Sibilla Aleramo, bensì “una” donna, e rappresentano l'intera condizione femminile dell'epoca. . Molti scrittori esordienti hanno la convinzione che parlare di se stessi sia interessante per tutti. E le direzioni editoriali sono piene di storie autobiografiche. Purtroppo difficilmente diventeranno mai dei libri editi, o dei film. Parlare di sé ha senso solo se siete molto famosi – in tal caso, anche il cuore infranto di una celebrità diventa interessante – oppure se avete qualcosa di davvero “importante” da raccontare. Ci sono autobiografie che raccontano storie intense, tragicamente distruttive, come “Cristiana F . Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino”, di Christiane F, dal quale il regista Uli Edel trasse un film nel 1981, che racconta la terribile vicenda di Christiane F, tossicodipendente sin dall'età di tredici anni, condotta dalla droga ad un livello di vita cupo e abietto, disperato. La storia di Christiane F., d'altronde, è stata purtroppo condivisa da migliaia di altri giovani del mondo, per cui assume un valore universale. Anni fa, il libro di Lara Cardella “Volevo i pantaloni”, riscontrò un notevole successo non per la storia autobiografica in sé, quanto per la capacità dell'autrice di rappresentare un'intera generazione di ragazze siciliane in cerca di emancipazione. Nel 2003, la giovanissima Irina Denezkina ha scalato le classifiche con un libretto autobiografico “Dammi! Songs for lovers”, d'incerto valore letterario, ma interessante per la descrizione della nuova gioventù russa, cresciuta in epoca post-sovietica. Lo stesso Nanni Moretti, quando racconta nel terzo episodio di “Caro diario” (Medici) ia vicenda autobiografica della sua malattia, il morbo di Hodgkin al sistema linfatico, lo fa non per parlare di sé, ma per narrare l'odissea di un qualsiasi paziente nella sanità italiana. L'autobiografia, dunque, acquista significato solo quando, con la scusa di parlare di sé, racconta invece una vicenda che riguarda tutti. Non è il vostro privato che interessa, ma quanto di pubblico e generale c'è nella vicenda che avete vissuto.

Rispondiamo infine alle domande più importanti:

perché un lettore dovrebbe entrare in libreria e comprare il mio libro?

Che cosa abbiamo scritto di così interessante, nuovo, particolare, che altri non hanno già scritto?

Che cosa c'è di così intrigante nella nostra storia che possa spingere un produttore ad investire milioni di euro per produrre il nostro film?

Alcune risposte e suggerimenti nel prossimo capitolo.

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