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Home Letteratura Latina Latino: l'età di Augusto p.2

Latino: età di Augusto p.2

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In questa sezione, opere di: tibullo, properzio, ovidio, livio


6.            Albio Tibullo

Nacque forse nel 55 a. Ch. - morì nel 19 a. Ch. La sua famiglia di ordine equestre godeva di notevole benessere anche se, in seguito alla concessione di terre ai veterani, una parte delle vaste estensioni di terreno fra Tivoli e Preneste venne confiscata. Fece parte, a Roma, del circolo letterario di Messalla Corfino, che riuniva poeti elegiaci e bucolici, ai quali Tibullo si sentiva particolarmente legato; di carattere schivo, alla vita mondana preferiva la vita semplice della campagna. Visse una breve sistenza e, pur seguendo l'amico Messalla in qualche spedizione militare a malincuore, odiava la vita militare e amava seguire le sue fantasticherie, abbandonandosi al sogno di una vita agreste, lontano dalle preoccupazioni della vita.
Scrisse tre libri di elegie, i primi due dedicati a Delia, che, non bene identificata, era realmente vissuta, donna sensuale, capricciosa, costantemente infedele, nella cui descrizione permangono tracce della poesia erotica alessandrina. Il terzo, in cui canta Nemesi, la poesia ha carattere più evanescente e per questo motivo, in alcune elegie, viene attribuita ad altri poeti. Tibullo si avvicina alla poesia bucolica virgiliana quando canta la donna di campagna, semplice, dedita ai lavori manuali, che riesce ad offrire un amore, che libera l'uomo da tutte la sue insicurezze e da altre problematiche della vita. La sua arte, è colorita e sentita quando si abbandona al mito dell'età dell'oro. La mestizia di una perduta felicità, e il desiderio di gioie familiari cui si abbandona, lo portano, forse in modo fanciullesco per le sue emozioni, alle lacrime, che fuoriescono per un senso di autocommiserazione, aggravata dai timori della immagine della morte, che lo sovrasta, forse perché sente di essere predestinato a fine precoce; morirà, infatti,giovanissimo nel 19 a. Ch.

La vita dei campi

Traduzione

Divitias alius fulvo sibi congerat auro et teneat culti iugera multa soli, quem labor adsiduus vicino terreat hoste, Martia cui somnos classica pulsa fugent; me mea paupertas vita traducat inerti, dum meus adsiduo luceat igne focus. Ipse seram teneras maturo tempore vites rusticus et facili grandia poma manu; nec Spes destituat, sed frugum semper acervos praebeat et pleno pinguia musta lacu. Nam veneror, seu stipes habet desertus in agris, seu vetus in trivio florida serta lapis; et quodcumque mihi pomum novus, educat annus, libatum agricolae ponitur ante deo. Flava Ceres, tibi sit nostro de rure corona spicea, quae templi pendeat ante fores, pomosisque ruber custos ponatur in hortis, terreat ut saeva falce Priapus aves Vos quoque, felicis quondam nunc pauperis agri custodes, fertis munera vestra, Lares. Tunc vitula innumeros lustrabat caesa iuvencos: nunc agna exigui est hostia parva soli. Agna cadet vobis, quam circum rustica pubes clamet: "io! messes et bona vina date". Iam modo, iam possim contentus vivere parvo nec semper longae deditus esse viae, sed Canis aestivos ortus vitare sub umbra arboris ad rivos praetereuntis aquae. Nec tamen interdum pudeat tenuisse bidentem aut stimulo tardos increpuisse boves, non agnamve sinu pigeat fetumve capellae desertum oblita matre referre domum. At vos, exiguo pecori, furesque lupique, parcite: de magno est praeda petenda grege... Non ego divitias patrum fructusque requiro, quos tulit antiquo condita messis avo: parva seges satis est, satis est requiescere lecto. si licet, et solito membra levare toro.

Un altro accumuli per sè ricchezze di fulvo oro e abbia molti iugeri di suolo coltivato e lo atterrisca la continua preoccupazione, quando il nemico è vicino, e a lui il suono delle trombe di guerra metta in fuga il sonno; la mia modesta condizione mi faccia condurre una vita senza preoccupazioni, purchè il mio focolare brilli di fuoco sempre acceso. Possa io stesso seminare le teneri viti e alberi da frutto quando è tempo con abile mano; nè mi venga meno la Speranza, ma mi offra mucchi di messi e pingui mosti nel tino colmo. Infatti io venero sia un tronco solitario nel campo o una vecchia pietra in un trivio ornati di corone; qualunque frutto mi offra ogni stagione è offerto alla divinità dei campi. O bionda Cerere, ricevi una corona di spighe tratte dal nostro campo che penda dinanzi alla porta del tempio e Priapo il rosso custode sia posto nei frutteti affinchè atterrisca con la terribile falce gli uccelli. Voi anche, o Lari, custodi di un campo una volta ricco, ora povero, ricevete i doni che vi competono. Allora una vitella sacrificata purificava il bestiame, ora un'agnella è la piccola vittima di un suolo esiguo. L'agnella cadrà per voi ed intorno ad essa la rustica gioventù esclami: "Evviva, offrite messi e buoni vini". Possa io finalmente vivere contentandomi di poco e non essere dedito ai lunghi viaggi, ma evitare la canicola estiva del Cane all'ombra di un albero presso le rive di acqua che scorre e non mi vergogni di aver tenuto il bidente o di aver col pungolo incitato i lenti buoi; non mi rincresca inoltre di riportare nel seno un agnella o il piccolo di una capretta, abbandonato dalla madre dimentica. E voi, ladri e lupi. risparmiate un piccolo gregge: la preda deve essere presa da un grande gregge. ....................................................... Io non vi chiedo le ricchezze e le rendite che la messe riposta arrecò ai miei avi, a me ne è sufficiente una modesta; mi basta riposare, se mi è concesso, nel mio letto e ristorare le membra nel solito divano.

 

Le dolcezze della pace

Traduzione

Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses? Quam ferus et vere ferreus ille fuit! Tum caedes hominum generi, tum proelia nata, tum brevior dirae mortis aperta via est. At nihil ille miser meruit! nos ad mala nostra vertimus, in saevas quod dedit ille feras. Divitis hoc vitium est auri; nec bella fuerunt, faginus adstabat cum scyphus ante dapes. Non arces, non vallus erat, somnumque petebat securus varias dux gregis inter oves. Tunc mihi vita foret dulcis nec tristia nossem arma nec audissem corde micante tubam: nunc ad bella trahor, et iam quis forsitan hostis haesura in nostro tela gerit latere. Sed, patrii, servate, Lares: aluistis et idem, cursarem vestros cum tener ante pedes; neu pudeat prisco vos esse e stipite factos: sic veteris sedes incoluistis avi. Tum melius tenuere fidem, cum paupere cultu stabat in exigua ligneus aede deus. ................................................ Quis furor est atram bellis arcessere mortem? imminet et tacito clam venit illa pede. Non seges est infra, non vinea culta, sed audax Cerberus et Stygiae navita turpis aquae: illic peresisque genis ustoque capillo errat ad obscuros pallida turba lacus. Quam potius laudandus hic est, quem prole parata occupat in parva pigra senecta casa! Ipse suas sectatur oves, at filius agnos, et calidam fesso comparat uxor aquam. Sic ego sim. liceatque caput candescere canis, temporis et prisci facta referre senem. Interea Pax arva colat. Pax candida primum duxit araturos sub iuga panda boves, pax aluit vites et sucos condidit uvae, funderet ut nato testa paterna merum: pace bidens vomerque nitent, at tristia duri militis in tenebris occupat arma situs.

 

Chi fu il primo che inventò le orrende spade? Quanto fu quello crudele e col cuore duro come il ferro! Allora nacquero le stragi per il genere umano, allora fu aperta la via più rapida verso la crudele morte. Ma quello sventurato non ebbe alcuna colpa! noi volgiamo a nostro danno ciò che egli aveva dato contro le crudeli fiere. Ciò è colpa dell'oro che rende ricchi; non vi furono le guerre, quando una tazza di legno di faggio, stava dinanzi alle vivande. Non roccaforti, nè palizzata vi era e senza alcun timore il pastore stava fra le greggi. Allora la vita mi sarebbe stata gradevole, nè avrei conosciuto le tristi armi, nè avrei udito la tromba col cuore palpitante di paura: ora invece sono trascinato in guerra e forse qualche nemico sta per configgere i dardi nel mio fianco................. Quale pazzia è avvicinare l'altra morte con le guerre? Quella ci sovrasta e viene con tacito piede "all'improvviso" Sotto terra non vi sono messi, nè coltivati vigneti, ma l'audace Cerbero, lo squallido nocchiero della palude Stigia: là con le guance consunte e i capelli bruciati erra una pallida turba (le iombre dei morti) presso le acque infernali. Quanto deve essere lodato colui che, procacciatosi una prole, trascorre, in una modesta dimora, la sua pigra vecchiaia! Lo stesso segue le sue pecore, mentre il figlio gli agnelli e a lui, quando è stanco, la moglie prepara l'acqua calda. Così possa io essere e sia lecito al capo di incanutire per i bianchi capelli e riferire da vecchio gli avvenimenti del passato. Frattanto la Pace protegga i campi. La splendente Pace, per la prima volta condusse sotto i ricurvi gioghi i buoi perché arassero. La pace fece crescere le viti e conservò i succhi dell'uva perché l'anfora paterna versasse il vino per il figlio: nella pace splendono il bidente e il vomere, mentre la ruggine copre le tristi armi del soldato crudele

 

7.            Properzio

Nacque forse ad Assisi, nel 50 a Ch, in un'agiata famiglia equestre, che possedeva grandi estensioni di terreno, devastato durante la guerra di Perugia e in parte confiscato. Rimasto orfano di padre, rimase in lui un carattere cupo, che lo spinse a ricorrere, nei suoi scritti, ad immagini macabre, forse a lui dettate dall'impronta lasciata nel suo animo dalle sventure e dalla nostalgia del passato.
Trasferitosi a Roma con la madre, e non incline a seguire il cursus honorum dei giovani benestanti o l'attività forense, si dedicò alla poesia per esprimere i suoi particolari stati di animo e il suo amore per Cinzia, nome da lui dato alla donna, amata con passione per ben cinque anni, funestati da infedeltà e da delusioni. La morte della donna lo spinse a dare ai suoi sentimenti una trasfigurazione letteraria, che lo differenzia da Catullo, il cui amore è l'espressione viva e autobiografica delle varie fasi in cui si sviluppò. In Properzio invece non è possibile seguirne gli sviluppi e la evoluzione perché ricorre ai miti e all'analisi accurata del suo particolare stato di animo nei quattro libri di elegie dedicate alla donna. Al suo amore vorrebbe, oltre alla gioia dei sensi, dare un contenuto diverso, quello di un vincolo sacro: il tema della fedeltà è sempre presente con ossessionante drammaticità. La passionalità, non attutita dagli elementi letterari e mitici cui ricorre, balza sempre evidente e avrebbe avuto sviluppi nuovi se non fosse morto in giovane età nel 15 a,C. Nel quarto libro, libero ormai dagli impulsi amorosi che, prima della morte di Cinzia, lo avevano turbato, accolto nel circolo di Mecenate, cerca di assecondarne i motivi etici e politici ai quali tendevano gli altri scrittori di quel centro culturale. Fanno parte di questo libro, oltre alle elegie dedicate a Cinzia, anche le Elegie romane, in cui Properzio, nel rievocare con nostalgia la storia del passato attraverso i monumenti e i miti di Roma, si scosta dalla poesia alessandrina e neoterica. Come in tutti i suoi scritti, vibra, anche qui, la complessità della passionalità che coinvolge emotivamente il suo spirito.

 

Quarto Libro

Traduzione

Et merito, quoniam potui fugisse puellam, nunc ego desertas alloquor alcyonas. Nec mihi Cassiope salvo visura carinam, omniaque ingrato litore vota cadunt. Quin etiam absenti prosunt tibi, Cyntia, venti: adspice, quam saevas increpat aura minas. Nullane placatae veniet fortuna procellae? Haecine parva meum funus harena reget? Tu tamen in melius saevas converte querelas: sat tibi sit poenae nox et iniqua vada. An poteris siccis mea fata reponere ocellis, ossaque nulla tuo nostra tenere sinu? Ah pereat, quicumque rates et vela paravit primus et invito gurgite fecit iter! Nonne fuit melius dominae pervincere mores (quamvis dura, tamen rara puella fuit), quam sic ignotis circumdata litora silvis cernere et optatos quaerere Tyndaridas? Illic si qua meum sepelissent fata dolorem, ultimus et posito staret amore lapis, illa meo caros donasset funere crines, molliter et tenera poneret ossa rosa; illa meum extremo clamasset pulvere nomen, ut mihi non ullo pondere terra foret. At vos, aequoreae formosa Doride natae, candida felici solvite vela choro: si quando vestras labens Amor attigit undas, mansuetis socio parcite litoribus.

 

Meritatamente, poichè ho potuto sfuggire la donna amata, ora parlo ai solitari alcioni. Cassiope non rivedrà la nave e i miei voti augurali saranno vani per l'inospitale spiaggia. A te, lontana, giovano i venti, o Cinzia: non senti quali terribili minacce sono nell'aria? Potrebbe, forse, una buona sorte placare la tempesta e poca sabbia ricoprire le mie ossa? Tu, tuttavia, muta le tue crudeli querele in meglio: ti sia sufficiente punizione la notte e i bassifondi pericolosi. Potresti, forse, considerando il mio destino, non versare una lacrima e non stringere nel tuo seno il mio corpo inerte? Possa perire chiunque per primo ha costruito le navi e le vele che immise nel mare contro la sua volontà! Cosa migliore sarebbe stata modificare gli atteggiamenti della mia donna, sebbene dura, e tuttavia unica e rara, e aspettare, come ora, su spiagge, avvolte da ignote selve, la fine della tempesta. Essa, lì, se la sorte e la pietra tombale avesse sepolto il mio dolore, durante la cerimonia funebre, avrebbe donato i cari capelli e avrebbe deposto le mie ossa su tenere rose; avrebbe anche chiamato il mio nome e augurato alle mie ceneri che la terra non fosse pesante. Voi, ninfe del mare, nate da Doride, sciogliete un felice coro alle candide vele, se mai Amore sfiorasse nel suo volo le vostre onde e rendete benevoli queste rive al vostro compagno.

8. Publio Ovidio Nasone

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona il 43 a, Ch. in una agiata famiglia, facente parte dell'ordine equestre. Nel 31 , anno della battaglia di Azio, fu mandato a Roma dal padre col fratello maggiore di un anno, affinchè frequentassero scuole di retorica e filosofia presso i migliori maestri del tempo affinchè entrambi seguissero il cursus honorum destinato ai giovani di buona famiglia. Il fratello ne sentiva la vocazione, mentre il più giovane, attratto dalla vita piacevole della società romana, frequentava i salotti dell'alta società, gli spettacoli teatrali, i circoli letterari, essendo divenuto il poeta alla moda, molto ammirato per la fluidità dei suoi versi, e per la vivezza di immagini create dalla sua fervida fantasia, poesia molto lontana dall'impegno morale di un Orazio o di Virgilio e priva della passionalità di Tibullo e di Properzio, poeti a lui vicini perché facevano parte del circolo di Messalla Corvino.

La tecnica insegnatagli nlle scuole di retorica lo spingeva a trattare ogni argomento per cercare di convincere i lettori, come tecnica della scula persuasoria, ma non adatta a lui perché mancante di fantasia e di capacità di dar corpo alla sua immaginazione, che lo spingeva a trasformare in verso tutto ciò che si accingeva a scrivere. Privo del senso della misura, era lontano sia dalla poesia neoterica che da quella alessandrina, pur desiderando misuarsi con queste, essendo la scrittura considerata da lui un piacevole passatempo, che tendeva a colpire la immaginazione e a creare stupore. Per perfezionare il suo stile, come molti giovani romani si recò ad Atene, in Asia Minore, in Egitto e in Sicilia, dove soggiornò per un anno in un viaggo che costituì un motivo di rimpianto, nel suo esilio a Tomi sul Mar Nero. Pur avendo sostenuto qualche magisratura inferiore, come quella del collegio giudiziario, di direttore della zecca ed altri di minor entità, sentì sempre il fascino delle Muse, che lo invitavano a lasciare tutto per seguire soltanto loro.

Ebbe tre mogli, la prima delle quali, quando era ancora ragazzo, la seconda, di buoni costumi, ma non adatta al suo modo di vivere, la terza, invece appartenente alla gens Fabia, nobilissima e a lui congeniale e vicina nella buona e nella cattiva sorte. Scrisse, come inizio, tre libri di elegie leggere, intitolate Amores e dedicate a Corinna, una creatura fittizia, che a lui servì per esprimere situazioni brillanti di avventure amorose, oggetto di sviluppo successivo nell'Ars amatoria, che gli costerà l'esilio perché giudicate poco adatte alla politica di reintegrazione degli antichi buoni mores instaurata da Augusto rimasto deluso dalla condotta della figlia Giulia e della nipote con lo stesso nome. La condanna fu, forse, attribuibile a questi carmi e, come dice Ovidio, a un error che il poeta non precisa. Abbandonata la tragedia, limitata a Medea, destinata soltanto alla declamazione, scrisse le Heroides epistole amorose di eroine del mitp inviate ai loro amanti e viceversa, quali Penelope ad Ulisse e Elena a Paride in cui si nota una certa analisi psicologica dei personaggi femminili nelle loro schermaglie, che presagiscono il cedimento alla passione amorosa, come accadeva nella società del suo tempo, in cui il pudore era solo ostentato per provocare l'amante.

Nell'Ars matoria, Ovidio insegnava agli uomini come conquistare la donna, quali artifici usare, usando un tono scherzosamente ironico e didascalico. Nell'opera Roemedia amoris si sofferma a parlare di cosmesi femminile, sul modo di riparare ai guasti che il tempo produce al fisico umano. Contemporaneamente scrisse le Metamorfosi e i Fasti. Nel primo, un poema in esametri in quindici libri, tratta le trasformazioni del mondo dal caos primigenio all'impero universale di Roma con intento leggermente politico e filosofico, che non risponde allo spirito del poeta. Si tratta, invero, di 250 favole mitologiche, in cui manca una unità di struttura e di fini, ma tutto è circonfuso da un'atmosfera favolosa, di sogno, di magia. che, in seguito, si riscontrera in Apuleo. Il divino supero l'umano, in quanto gli dei, senza particolari differenze con l'uomo, nello scatenarsi delle passioni agiscono senza freni inibitori, consapevoli della loro potenza, a volte brutale, al di là di ogni legge. perché dotati di forza sovrannaturale, ci infondono una sensazione di incubo. Non mancano però altri toni, ora patetici ed idilliaci, ora scherzosi. Si avvicina agli scrittori alessandrini nelle elegie e nella minuzia della descrizione calligrafica dei particolari in alcune fiabe, che si potrebbero con un salto nel tempo avvicinare alla pittura fiamminga.
Molto inferiori sono i Fasti, poema elegiaco in cui celebra le solennità del calendario romano, con le sue festività, ricercandone le origini dai miti che le generarono.
Nell'8 d c, con editto di Augusto, condannato all'esilio, visse nella mestizia, lontano da una civiltà progredita come la romana con gente incolta, rozza, vagante in lande inospitali.

Nelle sue elegie, Tristia, esprime la sua grande nostalgia a volte in forma retorica, che, raramente, raggiunge i toni elegiaci di quella della partenza e di altre che si riferiscono alle tristi sue vicende personali e ai momenti in cui venivano meno le speranze di un ritorno in patria.

Morì a Tomi il 17 o il 18 d. Ch.

 

Metamorfosi VIII, 183

Traduzione

Daedalus interea Creten longumque perosus exiliumtactusque lci natalis amore, clausus erat pelago. "Terras licet" inquit "et undas Obstruat, at caelum certe patet; ibimus illac! Omnia possideat, non possidet aera Minos. Dixit, et ignotas animum dimittit in artes naturamque novat. Nam ponit in ordine pennas, a minima coeptas, longam breviore sequente,.Puer Icarus una stabat et, ignarus sua se tractare pericla, ore renidenti modo quas vaga moverat aura captabat plumas, flavam modo pollice ceram mollibat lusuque suo mirabile patris impediebat opus. Postquam manus ultima coepto imposita est, geminas opifex libravit in alas ipse suum corpus, motaque pependit in aura. Instruit et natum: "Medio" que "ut limine curras, Icare, ait  moneo, ne, si dimissior ibis, unda gravet pennas, si celsior, ignis adurat. Inter utrumque vola me duce carpe viam!" Pariter precepta volandi tradit et ignotas umeris accomodat alas. Inter opus monitusque genae maduere seniles, et patriae tremuere manus. Dedit oscula nato non iterum repetenda suo pennisque levatus ante volat comitique timet ... cum puer audaci coepit gaudere volatu, deseruitque ducem, caelique cupidine tractus, altius egit ite. Rapidi vicinia solis mollit odoratas, pennarum vincula, ceras. Tabuerant ceras: nudos quatit ille lacetos emigioque carens non ullas percepit auras, oraque caerulia patrium clamantia nomen excipiuntur aqua, quae nomentraxit ab illo. At pater infelix, nec iam pater: "Icare", dixit, "Icare", dixit "ubi es? qua te regione requiram?"
"Icare" dicebat: pennas adspexit in undis, devovitque suas artes corpusque sepulchro condidit, et tellus a nomine dicta sepulti.

Frattanto Dedalo odiando il lungo esilio a Creta e percosso dal desiderio del luogo natale, era trattenuto dal mare. Pensò fra sè: "Mi chiuda pure le vie delle terre e dei mari, Minosse, ma mi è certo aperto il cielo; ce ne andremo da lì. Possiederà tutto Minosse, ma non possiede l'etere, pensò, e volse il pensiero verso arti ancora sconosciute mutando il corso delle cose. Infatti pose in ordine delle penne, a cominciare dalle piùpiccole, facendo seguire quelle lunghe a quelle piu corte... Icaro, ancora fanciullo, stava con lui e ignaro che fosse in gioco il suo destino, con volto sorridente, raccoglieva le piume che sollevava il vento. o rendeva morbida col pollice la bionda cera e impediva col suo gioco la mirabile opera paterna. Dopo che fu posta l'ultima mano al lavoro intrapreso, l'artefice stesso librò il suo corpo nelle due gemine ali e rimase sospeso nell'aria da lui smossa. E dette ragguagli al figlio: Vola, o Icaro, a un medio limite, disse, affinchè se andrai troppo in basso l'onda non appesantisca le penne e troppo in alto non le bruci il sole. Vola fra entrambi... Dietro la mia guida, segui la via. Tra il lavoro e gli ammonimenti le guance del vecchio si inumidirono e le mani paterne ebbero dei tremiti. Diede dei baci al figlio che non dovevano più rinnovarsi e, sollevatosi con le penne, volò avanti temendo per il compagno...  quando il fanciullo cominciò a godere dell'audace volo, abbandonò la guida e, affascinato dalla vista del cielo, si spinse più in alto. La vicinanza del cocente sole ammorbidì la cera odorosa, che teneva legate le penne. La cera si sciolse ed egli agitò le braccia nude, ma privo di ali non percepì alcun soffio di aria e la sua bocca che invocava il nome del padre venne sommersa nell'acqua cerulea. Il padre infelice, ormai non più padre, disse gridando"Icaro" disse "O Icaro, dove sei? In quale zona potrei trovarti?" "Icaro" gridava: ma quando scorse le penne sulle onde del mare, maledì la sua arte, compose il corpo in un sepolcro e quella terra fu chiamata dal suo nome.

 

 

Tristia IV, 10

Traduzione

Ille ego qui fuerim tenerorum lusor amorum quem legis, ut noris, accipe, posteritas Sulmo mihi patria est gelidis uberrimus undis milia qui novies distat ab Urbe decem. Editus hic ego sum, nec non, ut tempora noris. cum cecidit fato consul uterque pari. Si quid id est. usque a proavis vetus ordinis heres non modo fortunae munere factus eques. Nec stirps primafui, genito sum fratre creatus qui tribus ante quater mensibus natus erat. Lucifer amborum natalibus adfuit idem; una celebrata est per duo liba dies: haec est armiferae festis de quinque Minervae quae fieri pugna prima cruenta solet. Protinus excolimur teneri curaque parentis imus ad insignes Urbis ab arte viros. Frater ad eloquium viridi tendebat ab aevo, fortia verbosi natus ad arma fori. At mihi iam puero caelestia sacra placebant inque suum furtim Musa trahebat opus. Saepe pater dixit: "Studium quid inutile temptas? Maeonides nullas ipse reliquit opes. Motus eram dictis totoque Helicone relicto scribere temptabam verba soluta modis. Sponte sua carmen numeros vniebat ad aptos, et quod temptabam scribere versus erat...

 


Et iam complerat genitor sua fata novemque addiderat lustris altera lustra novem. Non aliter flevi quam me fleturus ademptum ille fuit. Matri proxima iusta tuli. Felices ambo tempestiveque sepulti ante diem poenae quod periere meae! Me quoque felicem, quod non viventibus illis sum miser et de me quod doluere nihil!...

Ergo, quod vivo durisque laboribus obsto nec me sollicitae taedia lucis habent, gratia, Musa, tibi! Nam tu solacias praebes, tu curae requies, tu medicina venis: tu dux et comes es: tu nos abducis ab Histro in medioque mihi das Helicone locum. Tu mihi, quod rarum est, vivo sublime dedisti nomen, ab exequiis quod dare fama solet. Nec, qui detrectat praesentia, livor iniquo ullum de nostris dente momordit opus. Nam tulerint magnos cum saecula nostra poetas, non fuit ingenio fama maligna meo, cumque ego praeponam multos mihi, non minor illis dicor in toto plurimus orbe legor. Si quid habent igitur vatum praesagia veri, protinus ut moriar, non ero, terra, tuus. Sive favore tuli sive hanc ego carmine famam, iure tibi grates, candide lector, ago.

Chi sia stato io, cantore di teneri amori, ascolta posterità che leggi per venire a saperlo. Mi è patria Sulmona ricchissima di gelide acque che dista da Roma dieci volte dieci miglia. Io sono nato qui, e, affinche tu venga a conoscere il momento, quando con pari destino morirono i due consoli. Se vale qualcosa, antico erede dell'ordine fin dai proavi, divenni cavaliere non solo per dono della sorte. Non fui il primo, sono nato dopo mio fratello che era nato dodici mesi prima. La stella di Lucifero fu presente alla nascita di entrambi e un solo giorno veniva festeggiato con due focacce. Fa parte dei cinque gioni festivi dedicati all'armigera Minerva, che suole divenire cruento nel primo combattimento. Veniamo ancora teneri fanciulli istruiti e per volere del padre andiamo a Roma da insigni maestri in quell'ambito. Il fratello tendeva all'eloquenza fin dalla verde età, nato per le forti battaglie forensi. Ma a me, allora fanciullo, piacevano le sacre cose celestiali e la Musa segretamente mi traeva verso la sua attività. Spesso mio padre mi diceva: "Perché tenti un inutile studio? Lo stesso Maconide nessuna ricchezza ha lasciato". Io ero  turbato da quelle parole e, abbandonato l'Elicona, tentavo di scrivere parole non in rima. Spontaneamente veniva fuori una poesia in metri appropriati e ciò che tentavo di scrivere diventava verso...
E frattanto mio padre aveva compiuto il suo destino e aveva aggiunto ai suoi altri nove lustri. Non altrimenti lo piansi quanto egli avrebbe pianto me defunto. Poco dopo resi i giusti onori funebri a mia madre. Felici entrambi sepolti tempestivamente poichè perirono prima del giorno della mia condanna. Felice anch'io che sono misero proprio quando non sono in vita e non hanno motivo di dolersi per me.
Perciò poichè vivo e contrasto le dure sofferenze e non mi possiede il tedio di una vita angosciata, ti ringrazio, o Musa! Tu infatti mi sei di conforto, tu dai requie al mio affanno, tu sei valida cura per me, guida e compagna; mi tieni lontano dall'Istro e mi dai un posto nell'Elicona. Tu mi hai dato da vivo, la qual cosa è rara, un nome sublime, che la fama suole dare dopo la morte. Nè l'invidia che disprezza il presente ha morso con il suo malvagio dente la mia opera. Infatti pur avendo questo secolo offerto grandi poeti, la fama non è stata maligna alla mia genialità e sebbene io consideri molti superiori a me, non sono stimato meno di quelli e vengo letto moltissimo su tutta la terra. Se i presagi dei vati hanno qualcosa di veritiero, io non perirò presto, non sarò tuo, o terra. Sia che abbia conseguito fama per la tua buona disposizione, sia per la mia poesia, io ti ringrazio giustamente, benevolo lettore.

 

 

 

9.            Tito Livio

Nacque a Padova in una agiata famiglia che gli consentì di vivere tranquillamente, senza dedicarsi ad altra attività che non fosse quella letteraria. La sua città, nota non solo per l'austerità dei costumi dei suoi abitanti, ma per un forte senso municipalistico che li legava alle tradizioni del passato, non esente però dell'orgoglio di appartenere ad uno stato potente come quello di Roma, ne plasmò il carattere.

Asinio Pollione gli rimproverava la sua patavinitas - il suo essere "provinciale" - sia per alcuni termini legati al dialetto della zona in cui viveva, sia per una mentalità un pò consevatrice, legata alla tradizione e a un certo provincialismo sempre presente in lui, nonostante il fatto di aver trascorso buona parte della sua vita a Roma. All'inizio scrisse composizioni storico filosofiche tutte andate perdute. Nel 27 a.C. iniziò l'opera storica Ab urbe condita, che gli procurò subito grande fama e lo impegnò per il resto della sua vita. Scrisse 142 libri suddivisi in gruppi di dieci e di cinque libri, ma di questa colossale opera a noi sono rimaste la prima deca, la quarta e i primi cinque libri della sesta. Di tutti però abbiamo i riassunti, le periochae, compilati nell'epoca imperiale, forse con carattere didascalico scolastico, per divulgare la conoscenza della storia romana ai giovani.

Nella sua storia, legata alle tradizione del passato repubblicano dell'Urbe, l'autore fa risalire alcune devianze, che contribuirono alla degenerazione dei costumi, all'eccessiva grandezza dello stato romano, difficilmente governabile. In Augusto, però, riconobbe l'artefice di quei valori universali, che dettero alla storia della città e alla civiltà quel senso di eterno che la contraddistinse. Certo, manca all'autore la ricerca dei nessi che uniscono gli avvenimenti in un legame di causa e di effetto determinanti non solo i fatti storici nel loro sviluppo, bensì il cammino della società sulla via del progresso. Livio fa la cronistoria degli avvenimenti, alla maniera degli annalisti, e si sofferma in particolare sulle leggende e sui miti per dare al suo lavoro un carattere morale e religioso, facendogli, però, perdere quelle caratteristiche di veridicità e di razionalità, che, in genere sono alla base di ogni opera storica. Egli, invece, si pose problemi di carattere etico, in quanto, nei probi viri, quali Muzio Scevola, Cincinnato, Coclite, rinveniva quelle qualità che resero grande la città e conferirono a loro, con le loro virtù eroiche l'aspetto di esemplari da prendere come modelli di vita, togliendo loro, però, quelle sfaccettature che contraddistinguno gli uomini. Li trasformò in simboli di virtù e di confronto, nel paragone della paupertas e della parsimonia del passato con l'aviditas e la luxuria del presente. Caratteristica del suo stile è la passionalità che differenzia il suo modo di rappresentare i fatti storici da quello del greco Polibio, che si dice abbia preso a modello, perché in quest'ultimo la storis ha il carattere della veridicit', mentre in Livio c'è la ricerca dei motivi psicologici che determinarono gli avvenimenti nel loro determinarsi.

Per il fatto che sono rimaste poche delle sue deche, non si conosce l'epoca in cui pose fine alla sua opera, se alla morte di Druso nel 9 a.C, o alla rotta dei Romani a Teutoburgo il 9 d, C.. data forse presumibile per la delusione da lui provata che non gli consentì di proseguire la sua opera. La sua morte, secondo S. Gerolamo avvenne a Padova, sua città natale, nell'anno 17 d. C.

A documentarne lo stile e la narrazione storica, ecco tre brani della sua poderosa storia.

 

Ab Urbe Condita

Traduzione

ta Numitori Albana re permissa Romulum Remumque cupido cepit in his locis, ubi expositis ubique educati erant, urbis condendae. Et supererat multitudo Albanorum Latinorumque, ad id pastores quoque accesserant, qui omnes facile spem facerent parvam Albam, parvum Lavinium prae ea urbe quae conderetur fore. Quoniam gemini essent, nec aetatis verecundia discrimen facere posset ut dii, quorum tutelae ea loca essent, auguriis legerent qui nomen novae urbi daret, qui conditam imperio regeret, Palatium Romulus, Remus Aventinum ad inaugurandum templa capiunt.  Priori Remo augurium venisse fertur sex vultures, iamque nuntiato augurio cum duplex numerus Romulo se ostendisset, utrumque regem sua moltitudo consalutaverat. Tempore illi praecepto, at hi numero avium regnum trahebant. Inde cum altercatione congressi certamine irarum ad caedem vertuntur. Ibi in turba ictus Remus cecidit.

 

Così, affidato il regno di Alba a Numitore, il desiderio di fondare una nuova città nel luogo dove erano stati esposti, e dove erano stati allevati, si impadronì di Romolo e di Remo. Il numero degli Albani e dei Latini cui si erano inoltre anche aggiunti i pastori era tale da fare con facilità sperare che la piccola Alba e la piccola Lavinio sarebbero state al di sopra di quella città che sarebbe stata fondata. Poichè erano gemelli e non si poteva fare alcuna differenza rispetto all'età, in modo che gli dei, alla tutela dei quali erano quei luoghi, potessero scegliere con gli auspici colui che desse il nome alla nuova città e la governasse. Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Si dice che a Remo per primo sei avvoltoi abbiano rivelato la divina volontà. e che, quando ormai era stata annunziata, un doppio numero sia apparsa a Romolo, così ciascun gruppo dei loro fautori stabilì chi dei due fosse il re. Gli uni rivendicavano il regno in base all'anteriorità, gli altri in base al numero. Quindi, venuti a gara, alterati dall'ira, mutarono l'alterco in strage. In quel frangente, Remo cadde colpito.

 

 

 

Ab Urbe Condita

Traduzione

Sex. Tarquinius...amore ardens,.......stricto gladio ad ad dormientem Lucretiam venit, sinistraque manu mulieris pectore oppresso "Tace, Lucretia" inquit: "Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris vocem". Cum pavida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem videret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, versare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam videbat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum servum nudum positurum ait, ut in sodido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum vicisset obstinatam pudicitiam velut victrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad virum mittit, ut cum singulis fidelibus amicis veniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem incidisse. Sp, Lucretius cum Valerio Volesi filio. Collatinus cum L. Iunio Bruto venit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conventus. Lucretiam sedentem maestam in cubicolo inveniunt. Adventu suorum lacrimae abortae, quaerentique viro "Satin salve?" "Minime" inquit; "quid enim salvi est mulieri amissa pudicitia? Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis eit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius. qui hostis pro hospite priore nocte vi armatus mihi sibique, si vos viri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium". Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi avertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. "Vos" inquit "videritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absolvo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo vivet". Cultrum, quem sub veste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in vulnus moribunda cecidit. Conclamat vir paterque.

Sesto Tarquinio, ardente di passione, con la spada stretta in pugno, entrò dove la donna dormiva e, premuto con la mano sinistra il petto della donna, disse: "Taci, Lucrezia, sono Tarquinio, se gridi, morirai". Mentre la donna, svegliatasi dal sonno terrorizzata, non vedeva nessuna possibilità di aiuto e che la morte la sovrastava, Tarquinio le confessava il suo amore, la supplicava, aggiungeva minacce alle preghiere e in tutti i modi tentava di piegare la volontà della donna Poichè la vedeva ostinata e non disposta a piegarsi neppure per timore della morte, aggiunse alla paura il disonore: disse che avrebbe posto a fianco a lei morta uno schiavo nudo, sgozzato, affinchè si potesse dire che era stata uccisa per il suo sordido adulterio. Avendo superato la sua ostinata pudicizia perché terrorizzata, la libidine ebbe la meglio, ed essendosene andato Tarquinio, fiero di aver espugnato l'onore della donna, Lucrezia mesta per così grande sventura, mandò lo stesso messaggero al padre a Roma e al marito ad Ardea, affinchè venissero da lei con i rispettivi fedeli amici: era necessario ed urgente; era accaduto un fatto atroce. Spurio Lucrezio con Publio Valerio, figlio di Voleso e Collatino con Lucio Giunio Bruto, col quale, tornando a Roma, per caso si trovava, si era incontrato col messaggero della moglie. Trovano Lucrezia seduta mesta nella sua camera da letto. All'arrivo dei suoi le uscirono le lagrime e al marito che le chiedeva "Va tutto bene?" "Niente affatto" disse: " Che cosa rimane di integro ad una donna, perduta la pudicizia? Collatino, nel tuo letto vi sono le impronte di un altro uomo; d'altronde solo il corpo è stato violato, l'animo è esente da colpe; la morte lo testimonierà. Ma datemi la mano destra e testimonate che l'adultero non resterà impunito. È Sesto Tarquinio che da nemico invece di ospite, la notte passata, armato di violenza ha colto un piacere nefando per me e anche per lui, se voi siete uomini". Tutti uno dopo l'altro confermano la loro parola; Consolano l'afflitta trasferendo la colpa del misfatto da lei costretta all'autore del malfatto: solo l'animo può peccare, non il corpo e non c'è colpa, quando manca la volontà "A voi" rispose, " giudicare che cosa si debba fare: io, se anche mi assolvo del peccato, non mi sottraggo alla pena: nessuna vivrà disonorata in futuro, seguendo l'esempio di Lucrezia!. Si infisse nel cuore quel coltello che aveva nascosto sotto la veste e cadde moribonda riversa sulla ferita. Il marito e il padre emettono grida di dolore.

 

Ab Urbe Condita - I, 16

Traduzione

His immortalibus editis operibus, cum ad exercitum recensendum contionem in campo ad Caprae paludem haberet, subito coorta tempestas cum magno fragore tonitribusque tam denso regem operuit nimbo ut conspectum eius contioni abstulerit; nec deinde in terris Romulus fuit. Romana pubes, sedato tandem pavore, postquam ex tam turbido die serena et tranquilla lux rediit, ubi vacuam sedem regiam vidit, etsi satis crdebai patribus qui proxumi steterant sublimem raptum procella, tamen velut orbitatis metu icta maestum aliquandiu silentium obtinuit. Deinde a paucis initio facto, deum deo natum, regen parentemque uris Romanae salvere universi Romulum iubent; pacem precibus exposcunt, ut volens propitius suam semper sospitet progeniem. Fuisse credo tum quoque aliquos qui siscerptum regem patrum manibus taciti arguerent; manavit enim haec quoque, sed perobscura fama; illam alteram admiratio viri et pavor praesens nobilitavit. Et consilio etiam unius hominis addita rei dicitur fides. Namque Proculus Iulius, sollicita civitate desiderio regis et infensa patribus, gravis, ut traditur, quamvis magnae rei auctor, in contionem prodit. "Romulus" -inquit,- "Quirites," parens urbis huius, prima hodierna luce caelo repente delapsus se mihi obvium dedit. Cum perfusus horrore venerabundusque adstitissem, petens precibus ut contra intueri fas esset, "Abi, nuntia" inquit "Romanis caelestes ita velle, ut mea Roma caput orbis terrarum sit; proinde rem militarem colant sciantque et ita posteris tradant nullas opes humanas armis Romanis resistere posse" "Haec" inquit "locutus sublimis abiit" Mirum quantum illi viro nuntianti haec fides fuerit quamque desiderium Romuli apud plebem exercitumque facta fide immortalitatis lenitum sit.

Compiute queste opere immortali, mentre per passare in rassegna l'esercito, aveva riunito un'assemblea nel campo Martio, presso la palude della Capra, una improvvisa tempesta con grande fragore di tuoni, avvolse il re in un così denso nembo che lo sottrasse alla vista dell'assemblea; nè, in seguito, Romolo comparve sulla terra. La gioventù romana, sedata finalmente la paura, dopo che da un giorno così torbido ritornò una luce serena e tranquillizzante, quando vide vuoto il seggio del re, sebbene credesse ai senatori più vicini al re che era stato rapito dalla tempesta, come presa dal timore di rimanerne privata, restò per un pò in mesto silenzio. Quindi iniziando da pochi, tutti stabilirono di salutare Romolo come un dio nato da un dio, re e padre della città di Roma e con le preghiere invocarono la pace, come desiderando che guardasse sempre più propizio la sua progenie. Credo che vi siano stati allora alcuni che segretamente arguirono che il re fosse stato fatto a pezzi dalle mani dei senatori; si diffuse anche questa diceria, ma, molto oscura ne è la fama; l'ammirazione per un uomo e il timore del presente, dettero valore all'altra versione Infatti, mentre la cittadinanza era angustiata per la mancanza del re e ostile ai patrizi, si fece avanti nell'assemblea Giunio Proculo, uomo serio, come si dice e di grande autorità, sebbne il fatto fosse straordinario e disse: "Romolo, o Quiriti, padre di questa città, sceso sul far di questo giorno dal cielo, mi è venuto incontro. Mentre, essendo rimasto immobile, pervaso da terrore e in atto di venerazione chiedendogli con preghiere di consentirmi di guardarlo, disse "Va e annuncia ai Romani che così vogliono gli dei del cielo, che la mia Roma sia signora del mondo intero e che coltivino l'arte militare e sappiano e tramandino ai posteri che nessuna umana potenza potrà resistere alle armi di Roma." Dette queste parole se ne andò in cielo." È incredibile quanta fede fu tributata a quell'uomo che annunciava queste cose e quanto si allentò il dolore della plebe e dell'esercito, ammessa la sua immortalità.

 



 

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