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Latino: età di Augusto p.1

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5 – L’età di Augusto

In questa pagina, Mecenate, Augusto, Virgilio, Orazio

Col principato di Augusto la letteratura latina assunse un carattere diverso da quello precedente, perché tesa ad esaltare la potenza di Roma e del suo capo carismatico, attraverso le opere degli scrittori più insigni, posti a servizio delle istituzioni statali. La loro influenza era, in realtà, iniziata con l'opera di Asinio Pollione che, per rendere Roma un centro propulsore di cultura, aveva raccolto, nel 39 a. C., libri ed opere d'arte in un luogo dove aveva iniziato la consuetudine delle recitationes, cioè la lettura di opere di notevole pregio a diletto degli invitati. Di tale attività apprezzata da Orazio e da Virgilio, parla Seneca. Figura notevole di uomo, che, lasciata la vita politica all'avvento di Augusto per non tradire i suoi ideali repubblicani, riunì, intorno a sè, giovani poeti di ispirazione elegiaca, fra cui, noto fra tutti, per l'intensità del suo sentire. Albio Tibullo. Anche il circolo culturale di Scipione Emiliano, figlio di Lucio Emilio Paolo, vincitore di Perseo di Macedonia, aveva a sua disposizione i libri della biblioteca di questo re, che il console aveva portato con sè, come bottino di guerra. per servirsene nella preparazione culturale del figlio. Questo circolo, aperto alla cultura greca, si serviva delle opere dello storico Polibio, del filosofo Panezio e di altri, per far sì che anche gli scritti degli autori romani, assumessero quel valore universale, raggiunto dalle opere prese come modello di stile e di contenuto. Anche nel circolo di Lutazio Catulo veniva coltivata una poesia intimistica, molto personale, che non aveva funzione politica ma, otium dello spirito e senza alcun fine particolare, tranne il diletto che ne derivava, riusciva a distrarre la mente dal peso delle quotidiane occupazioni. Sviluppatasi dalla poesia greca di Antipatro e dai suoi epigrammi, i poetae novi avevano espresso il loro tipico modo di sentire, differenziandosi nel contenuto dai modelli greci presi in esame, di cui seguirono in parte i metri.

1.            Mecenate

Il circolo culturale più vicino ad Augusto fu quello di C.Clinio Mecenate appartenente ad un'antica famiglia etrusca che aveva avuto fra i suoi membri due lucumoni. Vissuto dal 70 all'8 a. Ch. era colto e abile diplomatico, ricco e raffinato nello stile di vita, in grado di appoggiare l'opera di Augusto che aveva devoluto a lui il compito di proteggere gli intellettuali non solo in campo economico, ma anche per indurli ad esaltare, con i loro scritti, quegli ideali civili e politici, che caratterizzavano la sua opera di governo. Infatti, nel proporre il ritorno alle antiche tradizioni con la rivalutazione della sacralità della famiglia, col ripristino del lavoro dei campi, della morigeratezza dei costumi di vita, con l'esaltazione della missione pacificatrice ed universale di Roma e dell'impero romano, si valse dell'opera di grandi scrttore, fra cui Orazio e Virgilio, che si ispirarono, nel loro stile limpido, musicale, ai modelli alessandrini, con contenuto, però, diverso, tratto dalle loro personali esperienze, non limitato solo agli interessi politici, ma volto anche alla meditazione sul destino dell'uomo. La poesia di Tibullo e di Properzio molto soggettive, per la intensa interiorizzazione dei sentimenti, furono tra le voci piu espressive in campo amoroso. Anche Cesare Augusto scrisse opere di poesia epica, epigrammi, un poema in esametri e in prosa, argomenti storici, filosofici e geografici, tutti andati perduti. Restano di lui due epigrammi e il testamento composto prima di morire e affidato alla custodia delle Vestali perché alla sua morte fosse inciso su tavole di bronzo poste nel suo mausoleo.

2.            Asinio Pollione, Valerio Corvino

Di carattere diverso fu il circolo di Asinio Pollione, che aveva introdotto a Roma l'uso delle recitationes; troppo fiero per ogni possbile condizionamento, fu anticonformista, scrittore di una storia delle guerre civili e di satire in stile disadorno, privo di retorica. Un altro circolo letterario, che fiorì in questa epoca, fu quello di Valerio Messalla Corvino, prima valente generale, appartatosi dalla vita politica, all'avvento di Augusto, per non tradre i suoi ideali repubblicani. Dedicatosi alla cultura letteraria, riunì intorno a sè giovani poeti di ispirazione elegiaca, fra i quali emerse per le sue doti espressive Albio Tibullo, uno dei grandi in questo campo.

3.            Cesare Augusto

Augusto, con la battaglia di Azio abbattuto il rivale Antonio e lo splendido regno di Cleopatra, divenuto garante della pace, che da lui si disse augustea, accentrò nelle sue mani tutti i poteri. quello legislativo, esecutiche, giudiziaio che, durante il periodo repubblicano, erano ben distinti fra loro. Divenuto il primo cittadino dello stato romano, il princeps, rappresentò l'autorità e la dignità senatoria, la potestà tribunizia e, come Pontifex maximus, anche quella religiosa. In verità, il suo disegno politico era stato richiesto dalle necessità storiche del momento, per l'aspirazione alla pace dopo dopo tanti anni di lotte e di stragi. Nell'Index rerum a se gestarum, rivendica la sua opera di governo:

" ut populum Romanorum factione paucorum oppressum in libertatem vindicaret".
Per illustrare la sua politica, che aveva come scopo la missione pacificatrice di Roma, si servì, già è stato detto, dell'opera di illustri letterati del suo tempo. Anche lui fu, d'altronde, uno scrittore in prosa e in versi. Attesta e testimonia la sua opera di uomo di stato il Monumentum Ancyranum, copia di un suo testamento che Augusto, il 14 d. Ch. anno della sua morte, aveva consegnato alle Vestali. affinchè fosse deposto nel suo mausoleo: in una delle sue parti, "l'Index rerum gestarum, enumerava le imprese e le opere da lui compiute per rendere grande lo stato. Inciso su tavole di bronzo venne deposto nel mausoleo, ma di esso resta solo la copia redatta in greco, affiancata dalla traduzione latina sulle pareti e le ante del tempio di Roma e di Augusto ad Ankara, l'antica Ancyra, da cui provenne il nome di Monumentum Ancyranum. Il documento, formato da 35 capitoli, indicava le cariche e gli onori a lui conferiti, le opere di pubblica utilità da lui fatte a sue spese, le imprese in pace e in guerra. Il suo memoriale inizia così:

"Anno undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam dominatione facionis oppressam in libertatem liberavi."

"A 19 anni per mia personale decisione e a mie spese, allestii un esercito col quale rivendicare la libertà dello stato oppresso dal dominio di una fazione".

l'Index rerum a se gestarum e la traduzione in greco dei trentacinque capitoli. Essi riportavano quali cariche gli erano state conferite, le opere di pubblica utilità sostenute a sue spese per lo Stato, le imprese compiute in pace e in guerra.

Incisa sulle pareti e sulle ante del tempio di Roma e di Augusto ad Ankara, l'antica Ancyra, l'Index, nelle due versioni, fu chiamato, per tale motivo. Monumentum Anciyranum. Esso rende, con concisione e chiarezza, il pensiero di Augusto, come si può desumere da questo brano tratto dal suo commentario:

Bella terra et mari civilia externaque toto in orbe terrarum saepe gessi victorque omnibus veniam petentibus civibus peperci. Externas gentes, quibus tuto ignosci potui, conservare quam excidere malui. Milia civium Romanorum adacta sacramento meo fuerunt circiter quingenta. Ex quibus deduxi in colonias aut rimisi in municipia sua, stipendiis emeritis, milia aliquanto plura quam trecenta et iis omnibus agros adsignavi aut pecuniam pro praemiis militiae dedi. Naves cepi sescentas, praeter eas, si quae minores quam triremes, fuerunt.

"Combattei guerre per terra e per mare civili ed esterne in tutta la terra e, vincitore, risparmiai tutti quelli che chiedevano il perdono. Preferii mantenere in vita piuttosto che uccidere tutti coloro che si potevano risparmiare senza pericolo. Furono circa 500.000 i cittadin romani legati a me col giuramento militare. Di essi stabilii in colonie o rimandai nei loro municipi, compiuto il servizio militare, ben più di trecentomila ed assegnai a tutti questi delle terre o del denaro come premio del servizio prestato. Catturai seicento navi, senza calcolare quelle, se ve ne furono, più piccole delle triremi.”

Il culto imperiale che gli fu tributato non dipese da influssi orientalizzati, ma dal volere del Senatus populusque Romanus che lo volle princeps, delegato a rappresentare sia la potestà senatoria che quella tribunizia, forze dell'antica repubblica Il suo grande amico Mecenate gli fu sempre vicino e volle come esaltatori della sua grande opera, i poeti Orazio e Virgilio, al primo dei quali, ridotto a fare lo scriba quaestorius, donò un podere nella Sabina, mentre a Virgilio fece assegnare una villa a Napoli e un podere a Nola, per aver perduto tutto ciò che possedeva, nei rivolgimenti politici, verificatisi a Roma.

Gli ultimi anni di Augusto non furono, però, sereni -  funestati tra l'altro dal dolore per lo sterminio delle legioni di Varo nella foresta di Teotoburgo, . Il suo desiderio di palingenesi morale e religiosa che lo aveva ispirato, celebrato nei ludes saeculares ed esaltato da scrittori facenti parte del circolo di Mecenate, era in contrasto con i cattivi costumi dilaganti nella metropoli e con la smania di dominio dell'aristocrazia senatoria dimentica che il prestigio di cui Augusto godeva, gli era stato conferito dal senato e dal popolo che lo avevano considerato il princeps, cioè colui che rappresentava sia il volere senatorio che quello tribunizio, che nell'antica repubblica erano distinti fra loro. I provvedimenti punitivi, ai quali ricorse, non tennero in alcuna considerazione la parentela: infatti, la figlia Giulia per la sua condotta scandalosa fu condannata all'esilio nell'isola allora denominata Pantadaria, oggi Ventotene e la nipote relegata nelle isole Tremiti; Ovidio confinato a Tomi sul Mar Nero, per la licensiosità dei suoi versi, ivi concluse la sua esistenza

Non gli furono lesinate delusioni anche dai diretti collaboratori Prima di fondare una pubblica biblioteca, Augusto si era servito di Asinio Pollione, che aveva creato, e collezionato, a Roma, opere di arte greca e libri, in locali, in cui, l'invitato poteva assistere alle recitationes, letture pubbliche di cui parla Seneca. In seguito, per la sua opposizione politica di fronda, le aspettative, che Augusto aveva riposto in lui, andarono deluse; lo stesso avvenne nei confronti di Messalla Corvino, un tempo suo generale e collaboratore. Nel circolo letterario da lui fondato, dopo essersi ritirato a vita privata, dominava la poesia di Tibullo, elegiaca nella sua ispirazione, in opposizione a quella celebrativa del circolo di Mecenate, volta a interiorizzare le sensazioni e renderle insieme soggettive e universali. il così detto otium latino. considerato dai romani più insigni un ottimo passatempo dello spirito. Al dolore per la morte degli scrittori che avevano tradotto i suoi idelali di vita e celebrato la missione universale e pacificatrice di Roma, aggiunse quello ancora più sconfinato per lo sterminio delle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo, ultimo suo pensiero, espresso, in punto di morte, con le parole seguenti: Varo, Varo, restituiscimi le legioni! L'uomo esaltato per le sue opere da Orazio nei seguenti versi del Carmen Saeculare: O sole che dai la vita e la luce, possa tu non vedere nulla al mondo maggior di Roma "Possis nihil urbe Roma visere maius", si era spento in solitudine, a Nola, nel 14 d. Ch.

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Virgilio

Nacque nel 70 a. Ch. ad Andes, non lontano da Mantova, presso le rive del Mincio. Sempre sensibile alla vita agreste, non mancò di esaltarla nei suoi scritti per il suo amore quasi ancestrale alla natura, che gli parlava con le mille voci dei suoi vari aspetti. Studiò a Milano, Cremona, Roma. grammatica ed eloquenza, quasi di pragmatica in quel tempo, ma senza l'intenzione di dedicarsi alla politica o all'arte forense. Allo scoppio della guerra civile del 49, si recò a Napoli e frequentò la scuola di Sirone, filosofo epicureo, con l'intento di raggiungere, anche attraverso la meditazione, l'atarassia, vale a dire la serenità dello spirito.

Scrisse, prima di elaborare le opere che lo resero celebre, alcuni lavori riuniti nell'Appendix Vergiliana e fra questi il Culex, cioè la zanzara e il Ciris, l'airone bianco, in cui in tono serio tratta argomenti scherzosi, e si avvicina alla poesia neoterica e alessandrina. Nel primo racconto, un pastore che schiaccia un sonnellino, viene svegliato dalla puntura della zanzara che lo salva dal morso di un serpente velenoso. La notte l'insetto, ucciso da lui, gli viene in sogno e lo rimprovera per l'ingratitudine e gli narra il suo viaggio nell'oltretomba. Il pastore, pentito, decide, al suo risveglio, di elevargli un tumulo con epigrafe.

Nel Ciris narra la storia di Scilla, che, figlia di Niso, re di Megara, non esitò a provocare la morte del padre, strappandogli nel sonno il capello d'oro che lo rendeva invulnerabile, per amore di Minosse che aveva assediato la città; gli dei, perciò, per punirla della sua azione nefanda, decisero di trasformarla in un bianco airone.

La prima grande opera di Virgilio è, però, costituita dalle Bucoliche, egloghe pastorali, i cui protagonisti sono pastori e mandriani che, nella vita semplice che conducono a contatto della natura, diventano un simbolo di pace, nel periodo in cui le guerre civili infierivano per la conquista del potere. Lo scrittore si ispira al modello greco dell'idillio di Teocrito che, nato a Siracusa, con perfezione stilistica, non esente di musicalità, mise in risalto il mondo bucolico, inserito nella natura rigogliosa della sua Sicilia, da lui descritta anche nei minimi particolari. con evidente realismo.

In Virgilio la natura viene idealizzata e diviene partecipe del dramma degli uomini che trovano, in essa, rifugio e conforto, in grado di placare, novella Arcadia, ogni loro timore ed ansia. L'amore, invece, viene da lui considerato una fatalità, che conduce l'individuo alla morte o alla disperazione. La più alta espressione artistica di Virgilio su tale argomento si rileva in un canto dell'Eneide, che riguarda la fine tragica di Didone, nella sua bruciante passione per Enea. Nella seconda sua grande opera, le Georgiche, composte dal 37 al 30, lo scrittore esalta il lavoro dei campi e la vita agreste. Benchè l'opera abbia valore didascalico, Virgilio, nella sua visione della natura, considerata nella luce idillica dei suoi paesaggi. nei valori legati alla fatica umana, nell'alternarsi di fantasia e realtà, conferisce alla sua composizione un alone di ineffabile poesia, carica di fascino, che trasfigura il tema a carattere scientifico, da lui trattato. Segue in parte due grandi poeti. Esiodo e Lucrezio, il primo dei quali considera il lavoro agreste una dura fatica fatta per una rigenerazione morale dell'uomo e per alleviarne la miseria; l'altro, nella sua visione cosmica della natura, ne considera la bipolarità degli aspetti benigni e maligni che sempre agiscono sull'uomo e sulla natura.

Nella natura, animata dal principio panteistico di uno spirito divino che alimenta tutto l'universo nei suoi multiformi aspetti, sente l'importanza di tutte le cose generate, a cominciare dal filo di erba fino al profondo mare e alle trepide stelle.

Virgilio fa di Enea un predestinato dalla sorte alla fondazione di un grande impero e, perciò, per volontà del Fato, non può abbandonarsi ai suoi naturali impulsi, che lo spingerebbero a battersi per la sua città distrutta dall'incendio, e ricostruire le nuove mura di Pergamo, dove "colere dulces meorum reliquias", gli fa pronunciare Virgilio nell'Eneide. Deve il "Troius Aeneas, pietate insignis et armiS", piegarsi al destino che gli viene rivelato la prima volta dalla moglie Creusa scomparsa, avvolta in una nuvola, nella fuga da Troia, che gli dice di raggiungere, attraversando il mare, la terra Esperia a lui destinata e di sbarcare alla foce del Tevere. Approdato a Delo, l'oracolo da lui interpellato, gli fa la stessa predizione, e, in seguito, l'indovino Eleno lo informa che riconoscerà la terra a lui destinata quando, arrivato alla riva di un fiume, vedrà una scrofa bianca con i suoi trenta porcellini Incontrerà il padre Anchise, morto in Sicilia ed ivi sepolto con le rituali cerimonie funebri, quando si recherà nell'oltretomba. Lì, non solo le anime vengono portate alla purificazione nello spirito creatore e reggitore dell'universo, ma, nell'Eliso, vede riunite quelle destinate alla esistenza terrena. Sfileranno, dinanzi a lui, quelle designate a creare l'impero di Roma.

Oltre al padre, Enea si imbatterà in Didone. da lui amata, qundo, sbarcato in Africa, la regina stava elevando le mura della città che sarebbe divenuta la strenua rivale di Roma. Non dimentica dell'abbandono, in seguito al quale era andata incontro a volontaria, crudele morte su un rogo, proprio da lei fatto erigere, si allontanò sdegnata nella valle dei mirti. In questo episodio e in altri, il poeta dell'umana infelicità. rivela la sua incapacità all'approfondimento del tema dell'amore che, spesso, spinge l'uomo al peccato, alla perdizione e alla morte volontaria. Di questo sentimento si limita a trattare solo la fase iniziale dell'innamoramento, senza successivo sviluppo, quando afferma che in Enea "tacitum vivit sub pectore vulnus". Diverso vigore drammatico ed emotivo si riscontra nel canto della Divina Commedia, di Dante Alighieri, dedicato a Paolo e Francesca.

Per concludere, Virgilio, nella sua opera, richiama soltanto in parte Lucrezio, che non concepisce nessun intervento divino nella creazione di ogni essere della natura, mentre, nel contenuto, trasformato in alta poesia dei suoi versi pervasi di profonda ed elevata spiritualità e religiosità, può essere avvicinato al misticismo orfico pitagorico, proprio delle colonie della Magna Grecia, nel meridione d'Italia.

Georgicon libri: II 143-176

Traduzione

Haec loca gravidae fruges et Bacchi Massicus humor implevere; tenent oleae armentaque laeta. Hinc bellator equus campo sese arduus infert; hinc albi, Clitumne, greges et maxima taurus victima saepe tuo perfusi flumine sacro Romanos ad templa deum duxere triumphos. Hic ver adsiduum, atque alienis mensibus aestas; bis gravidae pecudes, bis pomis utilis arbos. At rabidae tigres absunt et saevaleonum semina, nec miseros fallunt aconita legentes, nec rapit immensos orbes per humum, neque tanto squameusin spiram tractu se colligit anguis. Adde tot egregias urbes, operumque laborem, tot congesta manu praeruptis oppida saxis, fluminaque antiquos subterlabentia muros. An mare, quod supra, memorem, quoque adluit infra? Anne lacus tantos? Te, Lari maxime, teque, fluctibus et fremitu adsurgens Benace marino? ...
Haec genus acre virum, Marsos pubemque Sabellam adsuetumque malo Ligurem, Volscosque verutos extulit, haec Decios, Marios magnosque Camillos. Scipiadas duros bello, et te, maxime Caesar, Qui nunc extremis Asiae iam victor in oris imbellem avertis Romanis arcibus Indum. Salve, magna parens frugum, Saturnia tellus, magna virum; tibi res antiquae laudis et artis ingredior, sanctos ausus recludere fontes. Ascraeumque cano Romana per oppida carmen.

Furono copiosi, in questi luoghi, doviziose messi e il vino Massico; pingui armenti ed oliveti li coprono. Qui il cavallo balza a testa alta nel pianoro, qui, o Clitunno, le bianche greggi e il toro, la massima vittima votiva, bagnati nella tua sacra corrente, accompagnarono i trionfi romani ai templi degli dei. Qui l'aria costante in primavera e negli altri mesi il caldo estivo rende gravido il bestiame per due volte e due volte gli alberi, sono utili per i loro frutti. Mancano le furiose tigri e la razza crudele dei leoni, nè l'aconito inganna i raccoglitori; lo squamoso serpente non trascina immense volute sul suolo, nè si snoda nelle sue sue lunghe spire. Aggiungi tante nobili città costruite pietra su pietra col lavoro manuale su rocce scoscese, e i fiumi che lambiscono gli antichi muri. Dovrei forse ricordare il mare Adriatico e il Tirreno? o i suo numerosi laghi? Te, in particolare, Lario, (Como) e te, o Benaco, (Garda} risonante con rombi e flutti simili a quelli del mare?...
Questa forte razza di uomini generò i Marsi e la gioventù sabellica, i Liguri assuefatti al travaglio. i Volsci armati di spiedi, questa i Deci, i Mario e i grandi Camilli, gli Scipioni, forti in guerra e te, o grandissimo Cesare, che ora vincitore nelle estreme plaghe dell'Asia tieni lontano dalle fortezze romane l'Indo. Salve, o grande madre di messi e di uomini illustri, o Saturnia terra: per te mi accingo a trattare con lodi argomenti dell'antica arte e, avendo osato dischiuderne le sacre sorgenti, elevo un carme Ascreo che si diffonda per tutte le romane città.


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5.

Quinto Orazio Flacco

65 - 8 A. Ch.

Nato a Venosa, al confine fra la Lucania e la Puglia, da un padre liberto, possessore di un piccolo campicello ed esattore delle tasse, dotò il figlio di alti principi morale e volle per lui una accurata istruzione. Frequentò infatti la scuola di grammatica e di retorica di Orbilius plagosus,che gli impose la lettura dell'Odissea di Livio Andronico e lo dotò di quella eccellente forma stilistica, che i suoi scritti mettono in chiara evidenza.Dopo un breve soggiorno in Campania, dove frequentò il coetus filosofico epicureo che fecero crescere in lui quei principi morali con la distinzione di ciò che è bene e ciò che è male, come i giovani di famiglia benestante si recò ad Atene. Lì frequentò un gruppo di giovani seguaci dello stoicismo, ostili a Cesare e combattè, nel 42, col grado di tribuno militare nell'esercitp di Bruto e Cassio contro Antonio ed Ottaviano. Ritornato a Roma, deluso e disincantato, fece lo scriba quaestorius e abbracciò l'epicureismo come rifugio consolatorio. Presentato a Mecenate da Virgilio e Varo, fece parte del suo circolo letterario, trovando nell'otium contemplativo, estraneo ai negotia della vita attiva, e nella poesia, il rimedio efficace alle delusioni e al crudo impatto con la realtà. Il suo "Carpe diem" è un monito a godere anche delle piccole cose che la vita può offrire, di volta in volta, apprezzandone la validitànel loro distoglierci dalla pressione delle preoccupazioni. Di Orazio restano 4 libri di odi, tre dei quali dedicati a Mecenate, 17 epodi in cui esalta l'assetto definitivo dello Stato romano, due libri di satire in cui si difende dalle ingiurie dei malpensanti, sostiene principi etici e il desiderio di condurre una vita serena, priva di quella ricerca di onori che finiscono con l'incatenarci per una misera ambizione, che ci priva di ogni capacità di giudizio sereno; in una di esse ringrazia Mecenate del dono di una villetta, presso Mandela, e del podere, non lontano dalla fonte Bandusia, dalle acque pure e salutari. Aveva trovato in quel ritiro quella serenità che gli consentì di scrivere le epistole e molte delle odi con motivi di confessione autobiografica che ci consentono di penetrare e comprendere lo spirito che le generò.

Nel 17 per i Ludi saeculares compose l'inno del Carmen cantato da 27 giovanetti e 27 fanciulle, voluto da Cesare, che riteneva i suoi scritti "mansura perpetuo". Morì a 57 anni, senza poter sottoscrivere il testamento, dettato a voce, in cui istituiva suo erede l'imperatore e fu sepolto presso il tumulo di Mecenate, sull'Esquilino.

Sono sufficienti a chiarirne la personalità due sue norme di vita che ancora vengono pronunciate e ne chiariscono il pensiero "Est modus in rebus" e l'ammonimento a non fare "ultra quam satis est", secondo quanto imponeva lo stoicismo.

Fra le odi di Orazio, una delle più celebri è quella I, 14, in cui, allegoricamente, una nave in un mare tempestoso simboleggia la Stato romano sconvolto, probabilmente, da lotte interne.

O navis referent in mare te novi fluctus. O quid agis? Fortiter occupa portum, Nonne vides ut nudum remigio latus et malus celeri saucius Africo antemnaeque gemant ac sine funibus vix durare carinae possint imperiosius aequor? Non tibi sunt integra lintea, non di, quos iterum pressa voces malo, quamvis pontica pinus, silvae filia nobilis, iactes et genus et nomen inutile: nil pictis timidus navita puppibus fidit. Tu. nisi ventis debes ludibrium, cave. Nuper sollicitum quae mihi taedium, nunc desiderium curaque non levis, interfusa nitentes vites aequora Cycladas.

O nave, flutti smisurati ti riportano in mare. Ohimè, che fai? Tienti salda nel porto. Non vedi come il fianco sia privo di remi e l'albero sia ferito dall'impetuoso Africo e le antenne cigolino e senza gomene le carene non possano resistere all'acqua troppo agitata. Non hai vele integre, non dei da invocare con voce oppressa dalla sventura, sebbene tu, pino del Ponto, figlio di una nobile selva, possa vantare sia una stirpe che un nome ora inutile. L'impaurito nacchiero non confida per niente nella poppa dipinta Se non vuoi divenire zimbello dei venti, tu che, fino a poco fa, per me fosti motivo di preoccupazione ed ora di non leggera ansia, evita le acque che si frappongono alle splendenti Cicladi.

Qui riportiamo il celebre motto del “carpe diem”:

Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi. quem tibi finem di dederunt, Leuconoe, nec Babylonios temptares numeros. Ut melius quicquid erit pati! Seu plures hiemes seu tribuit Juppiter ultimam, quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrenum, sapi, vina liques et spatio brevi spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

“ Tu non chiedere (non è lecito saperlo) quale sorte a me, quale a te gli dei abbiano dato, Leuconeo, e le cabale babilonesi non tentare. Quanto è meglio subire quel che sarà, sia che Giove ancora molti inverni ci assegni, sia che questo sia l'ultimo, che affatica il Tirreno sugli scogli. Sii saggia, filtra il vino e accorcia la speranza, poichè lo spazio è breve. Mentre parliamo il tempo avido sarà passato: cogli l'attimo e del domani non fidarti.

Il motto del "carpe diem" non ha quel significato che gli è stato in genere attribuito: non vuol dire "godi la vita", ma afferra il tempo, quell'attimo di gioia interiore, sufficiente ad affrontare, nella fragilità della nostra esistenza, la sorte spesso ostile, vista da lui con una certa ironia, che dai grandi problemi esistenziali, ci porta a considerare, con benevolenza, le piccole cose della nostra quotidianità.

(Carmina 1,9)

Quod sit futurum cras fugere quaerere, et quem Fors dierum cumque dabit, lucro adpone nec dulcis amores sperne puer neque tu choreas, donec virenti canities abest morosa. Nunc et Campus et areae lenesque sub noctem susurri composita repetantur hora, nunc et latentis proditor intumo gratus puellae risus ab angulo pignusque dereptum lacertis aut digito male pertinaci.

Traduzione:

Cerca di rifuggire di cercare che cosa porti il domani, qualunque giorno ti offrirà la sorte, consideralo un guadagno e non disprezzare le dolcezze di amore, o giovanetto, finchè ti è lontana la canizie fastidiosa. Ora devi cercare il Campo e le piazze e i dolci sussurri d'amore all'ora convenuta. ora il gradito riso della fanciulla, che tradisce la presenza da un nascondiglio appartato e il pegno srappato al braccio o al dito che non si oppone.

 

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