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Home Letteratura Latina Latino: l'età di Giulio Cesare p. 2

Latino: età di Giulio Cesare - parte 2

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4.            Caio Giulio Cesare

Caio Giulio Cesare fu tra i pochi scrittori latini nati a Roma. Nacque il 13 luglio del 100 a. c. Apparteneva alla gens Julia,e, secondo la leggenda, di origine divina, perche' discendeva da Julo, figlio di Enea nato dal connubio di Anchise con Venere. Ripudiata la prima moglie sposo' Cornelia, figlia di Cinna, un mariano, e fece parte dei populares. Durante la dittatura di Silla, lascio' la capitale dove aveva frequentato, come Cicerone, la scuola di eloquenza di Apollonio Molone e, al suo ritorno, esordi' nel foro contro Dolabella, accusato di concussione e, in seguito, difese i seguaci di Catilina per sottrarli alla pena di morte, Segui' come tutti i giovani di buona famiglis il cursus honorum come questore in Spagna e, poi pretore. Da edile, a sue spese, fece ricostruire la statua di Mario in Campidoglio, fatta distruggere da Silla. Nell'anno 60, formo' un triumvirato con Pompeo e Crasso e con gli accordi di Lucca, ottenne il proconsolato in Gallia per dieci anni, lasciando Roma al tribuno della plebe Clodio, che fece condannare Cicerone e Catone, legati alle tradizionali forme istituzionali di governo dello stato. Passato il decennio, non volle tornare a Roma da privato cittadino e, varcato il Rubicone con l'esercito scateno' la guerra civile contro Pompeo, essendo rimasto l'unico suo rivale, poiche' Crasso era morto a Carre. Lo sconfisse a Farsalo nel 49 e i suoi seguaci a Tapso in Africa e a Munda in Spagna. Concentrando il potere nellesue mani, volle attuare una politica di riconciliazione e liberale verso i suoi avversari politici, quali Cicerone e Catone, del secondo dei quali, pur smitizzandone la figura mettendone in rilievo virtu' e difetti come e', in genere, di tutti gli uomini, stimava molto. Questi, pero', costatando che si andava incontro a mutamenti delle istituzioni repubblicane, per non venir meno ai suoi ideali, si diede la morte in Ustica. Ottenuta la dittatura per dieci anni, inizio' un'attivita' di governo, dinamica, riguardante ogni settore della vita. Estese la cittadinanza romana agli abitanti di tutte le province, provvide alla costruzione di opere di pubblica utilita' ovunque si estendesse lo stato romano e, opera veramente notevole, attuo' nel 46 a. C. la riforma del calendario, servendosi dell'opera di insigni matematici e astronomi del tempo e, in particolare di Sosigene di Alessandria, facendo coincidere l'anno solare con quello civile, in 365 giorni con mesi di 30 o 31 giorni, all'infuori di febbraio di 28. Ogni quattro anni, fra il 23 e il 24 febbraio si intercalava un giorno, il bis sesto Kalendas Martias, da cui il termine bisestile. Sosigene non aveva pero' tenuto conto, nel calcolare l'anno di 365 giorni, degli 11 minuti e 11 secondi, di differenza Quella piccola frazione di tempo, porto', all'epoca del papa Gregorio XIII, a una differenza di dieci giorni, che gli studiosi del tempo, in particolare, l'astronomo e medico calabrese, Aloysius Lilius (Luigi Giglio) risolsero passando dal 4 ottobre al 15 dello stesso mese, con la soppressione del bisestile nell'anno centenario non multiplo di 400, con un errore di sei giorni ogni diecimila anni. Decretato il calendario gregoriano con la bolla del 24 febbraio del 1582, ando' in vigore in quasi tutti i paesi del mondo.
Sull'esempio dei monarchi ellenistici, l'immagine di Cesare fu coniata dalla zecca sulle monete in circolazione. Le prime sue opere giovanili, quali la tragedia Aedipus, un poemetto in lode di Ercole ed altre composizioni in prosa furono dal suo successore e figlio adottivo Ottaviano, vietate alla pubblicazione, perche' di minor valore letterario rispetto ai documentari del De bello Gallico e del De bello civili. I documentari, in eta' repubblicana, comprendevano le relazioni dei condottieri sull'andamento delle azioni belliche, sui luoghi dove si svolgevano le battaglie, sui protagonisti delle stesse: materiale molto importante per la storiografia vera e propria. L'opera di Cesare ebbe invece carattere letterario per l'esposizione narrativa chiara, misurata, degli eventi, che risultano frutto dell'umana intelligenza e non connaturati all'intervento di forze sovrannaturali o al caso, esposti con un ritmo incalzante, dinamico, ma nello stesso tempo conciso e sobrio. La Provenza, che ricorda nel nome una delle prime province romane al di la' delle Alpi, ed altre zone dello stato erano a tal punto minacciate dall'invasione dei Cimbri e dei Teutoni, che Cesare ritenne opportuno combattere, per allontanarli ed estendere i confini dello stato romano fino al Reno, includendo nelle sue conquiste il resto dei territtori della Francia e del Belgio. I soldati, che combattono con lui, sono dei commilitoni che condividono rischi e soddisfazioni, disposti a morire per accrescerne la gloria e non soggetti di potere incontestato. Per la prima volta, si fece la distinzione fra popoli gallici e germanici considerati nelle loro particolari caratteristiche, piu' belliche e irrazionali in quelle germaniche, entrambi inclusi nel guppo celtico. Il De bello Gallico, in sette libri, narra gli avvenimenti fino all'anno 52 a. C. ed ebbe un'impronta diversa dal De bello civili. Nel D bello civili, Cesare si vuole quasi giustificare dall'accusa di aver istigato tale lotta, di aver trasformato alcune istituzioni, e soprattutto ingraziarsi il popolo dei cui diritti si sentiva il garante. Lo stile tende all'ironia e a volte al sarcasmo con tensione emotiva cui fa anche intervenire elementi dovuti all'imprevisto e al caso, mentre nel De bello Gallico tutto e' frutto di razionalita', di obiettivita' coerente anche con le sue azioni di vita, sia a carattere politico che umano. Fu ucciso a pugnalate da una congiura dei suoi detrattori alle idi di marzo del 43 a. C.

Delle sue numerse opere, sono rimaste integre solo il De bello Gallico e il De bello civili, dalle quali si puo' apprezzare l'eleganza e la purezza di stile dello scrittore.

De bello civili, m 98

Traduzione

Caesar prima luce omnes eos, qui in monte consederant, ex superioribus locis in planitiem descendere atque arma proicere iussit. Quod ubi sine recusatione fecerunt passisque palmis proiecti ad terram flentes ab eo salutem petiverunt, consolatus consurgere iussit et pauca apud eos de lenitate sua locutus, quo minore essent timore, omnes conservavit militibusque suis commendavit, neque eorum violaretur, neuquid sui desiderarent. Hac adhibita diligentia ex castris sibi legiones alias occurrere et eas quas secum duxerat, invicem requiescere atque in castra reverti iussit eodemque die Larisam pervenit.

Cesare sul far dell'alba ordino' a quelli che si erano fermati sul monte di discendere dai luoghi piu' alti in pianura e di buttare le armi. Essi fecero cio' senza rifiutarsi e con le mani tese, buttatisi a terra piangendo gli chiesero la salvezza: egli dopo averli consolati, li fece alzare, e dette poche parole sulla sua mitezza, affinche' temessero meno, concesse a tutti la vita e raccomando' ai suoi soldati di non recare loro violenza e di non desiderare alcuna loro cosa. Adottata subito questa misura, fece uscire dall'accampamento le altre legioni, ritornare a loro volta nell'accampamento e riposare quelle che aveva condotto con se' e giunse nello stesso giorno a Larisa.

 

De bello Gallico,  XII capitolo del I libro

Traduzione

Flumen est Arar, quod per fines Haeduorum et Sequaniin Rhodanum influit incredibili lenitate, ita ut oculis, in utram partem fluat, iudicari non possit. Id Helvetii ratibus ac lintribus iunctis transibant. Ubi per exploratores Caesar certior factus est tres iam partes copiarum Helvetios id flumen traduxisse, quartam fere partem citra flumen Ararim reliquam esse, de tertia vigilia cum legionibus tribus e castris profectus, ad eam partem pervenit, quae nondum flumen transierat. Eos et impeditos et inopinantes agressus, magnam partem eorum concidit; reliqui sese fugae mandarunt atque in proximas silvas abdiderunt. Hic pagus unus, cum domo exisset, patrum nostrorum memoria, L. Cassium consulem interfecerat et eius exercitum sub iugum miserat. Ita, sive casu sive consilio deorum immortalium, , quae pars civitatis Helvetiae insignem calamitatem populo Romano intulerat, ea princeps poenas persolvit.

Vi é il fiume Arar, che per il territorio degli Edui e dei Sequani sbocca nel Rodano con incredibile lentezza, cosí che, a vista, non si puó giudicare in quale delle due parti scorra. Gli Elvezi lo attraversavano con zattere e barche congiunte. Quando Cesare fu informato da esploratori che gli Elvezi avevano fatto giá passare tre parti delle truppe e che quasi la quarta parte era rimasta al di lá del fiume Arar, partito, durante la terza vigilia, dall'accampamento con tre legioni, giunse da quelli che non avevano ancora attraversato il fiume. Avendoli assaliti di sorpresa e senza che se lo aspettassero, ne eliminó una gran parte e i rimanenti si nascosero nelle piú vicine selve. Quel villaggio, essendo l'unico al di fuori del patrio territorio, aveva ucciso, secondo la memoria tramandataci dai padri, il console L. Cassio e mandato sotto il giogo il suo esercito. Cosí, sia per caso, sia per volontá degli dei immortali, quella parte della cittadinanza elvetica che aveva inflitto una notevole calamitá al popolo romano, quella per prima ne pagó il fio.

 

De bello civili (I, LXXII)

Traduzione

Caesar in eam spem venerat se sine pugna et sine vulnere suorum rem conficere posse, quod re frumentaria adversarios interclusisset; cur etiam secundo prelio aliquos ex suis amitteret? cur vulnerari pateretur optime meritos de se milites? praesertim cum non minus esset imperatoris consilio superare quam gladio. Movebatur etiam misericordia civium, quos interficendos videbat; quibus salvis atque incolumibus rem obtinebat malebat. Hoc consilium Caesaris plerisque non probabatur; milites vero palam inter se loquebantur, quoniam talis occasio victoriae dimitteretur, etiam cum vellet Caesar, sese non esse pugnaturos. Ille in sua sententia perseverat et paulum ex eo loco degreditur, ut timorem adversariis minuat. Petreius atque Afranius, oblata facultate, in castra sese referunt. Caesar, praesidiis in montibus dispositis, omni ad Hiberum intercluso itinere, quam proxime potest hostium castris, castra communit.

Cesare sperava di poter condurre a termine l'impresa senza combattere e senza ferite dei suoi, poiché aveva impedito il vettovagliamento ai nemici; perché avrebbe dovuto perdere alcuni dei suoi anche in un secondo combattimento? perché permettere che venissero feriti dei soldati che avevano ben meritato nei suoi confronti? perché avrebbe dovuto mettere a repentaglio la buona sorte? sopratutto non sarebbe stato di minore importanza vincere per decisione del comandante piuttosto che con la spada. Era mosso anche da un senso di pietá verso i cittadini, che considerava destinati alla morte; preferiva raggiungere lo scopo, lasciandoli salvi ed incolumi. Tale sua decisione non piaceva ai piú; i soldati in veritá dicevano apertamente fra loro che non avrebbero combattuto poiché tale occasione di vittoria veniva tralasciata per volontá di Cesare. Quello perseverava nel suo proposito allontanandosi un poco da quel luogo per diminuire il timore degli avversari. Petreio e Afranio, offertasi la possibilitá, ritornano nell'accampamento. Cesare disposti presidi sui monti, chiuso ogni passaggio verso l'Ebro, fortifica l'accampamento quanto piú possibile vicino a quello dei nemici.

 

Cesare, conseguita una cosí alta eleganza e perfezione stilistica nei suoi Commentari, merita il giudizio positivo espresso da Cicerone nel Brutus:

"Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam veste detracta."

Traduzione: (I suoi scritti) Sono scarni, rettilinei, armonici, privi di ogni ornamento retorico, come una statua nuda.

5.            Valerio Catullo

Valerio Catullo nacque a Verona tra l'87 e l'84 a. C., in base ai dati, tratti dal Cronicon di Eusebio di Cearea da S. Gerolamo, integrati con notizie ricavate da Svetonio. Il poeta, dopo aver studiato retorica e letteratura nella sua cittá, si recó a Roma, dove visse, frequentando il circolo letterario di avanguardia dei poetae novi, che usarono, in poesia, forme e tecniche proprie della poesia alessandrina per esprimere, attravers l'elegia e l'epigramma l'emozione lirica dell'animo Cantó il suo amore appassionato, privo di cerebralismi, e, perció, proprio degli innamorati di qualsiasi epoca, per Lesbia, identificata, secondo la testimonianza di Apuleo, con Clodia, sorella del tribuno, vedova di Cecilio Metello, donna colta, raffinata, anticonformista e alquanto spregiudicata. Nella lirica catulliana si ritrovano tutti i temi propri dell'umanitá in genere, per cui l'amore, l'odio, l'amicizia, l'affetto familiare, la paura di ció che di imprescrutabile ci sovrasta, cantati con spontaneitá, quasi elementare, acquistano toni di carattere universale. Si riportano dei versi a testimonanza di quanto espresso:

Catullo: I baci degli innamorati

 

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus
rumoresque senum severioru
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possun
nobis, cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invideri possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

Viviamo, o mia Lesbia, e amiamo
e non stimiamo piú di un asse
i brontolii dei vecchi troppo severi.
I soli possono (Il sole puó) tramontare e ritornare:
noi, non appena viene meno la breve luce,
dobbiamo dormire una perpetua notte.
Dammi mille baci, poi cento,
in seguito altri mille e cento per la seconda volta
ed altri mille e poi cento ancora.
Quando ne totalizzeremo molte migliaia,
li mescoleremo per non sapere (quanti siano)
o perché nessun maligno possa invidiarci,
sapendo il numero dei baci.

 

Catullo: Epigramma

Traduzione

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Ti odio e t’amo. Forse ti chiedi perché faccia ció. Non lo so , ma sento che cosí avviene e mi tormento

.

Catullo: I giuramenti delle donne

Traduzione

Nulli se dicit mulier mea nubere malle
quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.
Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,
in vento et rapida scribere oportet aqua.

La  mia donna dice di voler sposare nessuno all'infuori di me, neanche se lo chiedesse lo stesso Giove. Lo dice: ma ció che dice la donna al cupido amante e' opportuno scrivere nel vento e nella rapida acqua.

 

Di una poesia, L'estasi divina, parafrasi di quella di Saffo, che inizia col verso - Ille mi par esse deo videtur - etc, ecco la traduzione di Quasimodo:

L'estasi divina (trad. S. Quasimodo)

 

 

A me pare uguale agli dei
chi a te vicino cosí dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
non esce e la lingua si lega.
Un fuoco sottile sale rapido alla pelle
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente..

 

Nel 57 il poeta fece un viaggio in Bitinnia per visitare la tomba del fratello sepolto nella Troade ed una delle sue 116 poesie é dedicata a lui:

Al ritorno dal viaggio soggiornó a Sirmione nella villa paterna per un po'; poi tornó a Roma e si spense nel 55/54 a. C.

Catullo: Al fratello defunto

Traduzione

Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam adloquerer cinerem,
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,
heu miser indigne frater adempte mihi.
Nunc tamen interea haec prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

Trasportato attraverso molti popoli e molte acque,
vengo, o fratello, negl'inferi
per donarti queste tristi offerte
e per parlare invano con la tua muta cenere,
poiché la sorte mi ha portato lontano da te,
o misero fratello, indegnamente strappato a me.
Ora, tuttavia, sono giunto per queste tristi offerte,
stillanti del pianto fraterno, come dono funebre,
secondo l'antico costume degli antenati,
e, o fratello, addio per l'eternitá.

Certamente Foscolo trasse ispirazione da Catullo nel sonetto "In morte del fratello Giovanni":

Un dí, s'io non andró sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
sulla tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior dei tuoi gentili anni caduto.

La poesia di Catullo, resa con linguaggio artistico spontaneo e privo di inibiziomi, simbolo ed espressione di un comune sentire dell'uomo, ha carattere universale, perché si libra, priva di limiti, nello spazio e nel tempo,

 

6.            Tito Lucrezio

Da S. Gerolamo, che tradusse il Chronicon di Eusebio di Cesare, aggiungendovi notizie sul mondo latino, ricavate da Svetonio, ricaviamo un abbozzo della biografia di Lucrezio, la cui nascita probabilmente avvenne nel 96 a. C.

Titus Lucretius poeta nascitur: qui postea amatorio poculo in furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, propria se manu interfecit anno aetatis XLIIII.

Traduzione: Nasce il poeta Tito Lucrezio, che impazzí per un filtro amatorio. Avendo scritto alcuni libri, durante i momenti di luciditá, che poi Cicerone emendó, morí suicida a 44 anni di etá. E' strano il silenzio sulla sua persona di altri autori, quali Catullo, Virgilio, Orazio, che trassero da lui alcune immagini poetiche trasferite nelle loro opere. Solo Ovidio in Amores espresse su di lui il seguente lusinghiero giudizio:

"Carmina sublimis tunc sunt peritura Lucretii exitio terras cum dabit una dies".

I versi del sublime Lucrezio periranno il giorno in cui anche il mondo precipiterá nella rovina.

La sua opera "De rerum natura", dedicata a Memmio, fu rivolta al pubblico romano per far conoscere a una societá ormai aperta a problemi diversi da quelli della quotidianitá della vita, il pensiero di Epicuro per liberare l'uomo dall'incubo della morte, che, in genere tormenta tutti. Lucrezio vuole dimostrare, seguendo il pensiero di Democrito e di Epicuro, che la nostra anima é destinata a perire con il corpo perché soggetta alle leggi delmeccanicismo della fisica. La materia che costituisce ogni essere e la natura é costituita da sottilissimi atomi immersi nel vuoto che si dissolveranno, come tutte le cose. L'uomo si libererá di ogni tormento, legato per lo piú alla religione con le sue irrazionalitá e superstizioni, alle ideologie politiche e sociali che spingono alla conquista di beni materiali, che non danno la felicitá, per l'incapacitá di dominio delle passioni, che generano solo infelicitá.

Poiche' sia la scuola platonica che quella stoica sostenevano che il mondo e' fatto a natura dell'uomo, centro e misura dell'universo, Lucrezio, seguace di Epicuro, ritiene che il mondo e' formato da una aggregazione di atomi e che gli dei non hanno nessuna cura dell'umanita'.

Fu trascurato e non considerato nel Medio Evo, mentre ne fu ripreso lo studio dagli umanisti.

Lucrezio: Invocazione a Venere

Traduzione

Aeneadum genetrix hominum divumque voluptas, alma Venus, caeli subter labentia signa quae mare navigerum, quae terras frugiferentis concelebras, per te quoniam genus omne animantum concipitur visitque exortum lumina solis: te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus :summittit flores, tibi rident aequora ponti placatumque nitet diffuso lumine caelum. Nam simul ac species patefactas verna diei et reserata viget genetabilis aura favonis, aeriae primum volucres te, diva, tuumque significant initum perculsae corda tua vi. Inde ferae pecudes persultant pabula laeta et rapidos tranant amnis; ita capta lepore te sequitur cupide quo quamque inducere pergis. Denique per maria ac montis fluviosque rapacis frondiferasque domos avium camposque virentis, omnibus incutiens blandum per pectora amorem, efficis ut cupide generatim saecla propagent. Quae quoniam rerum naturam sola gubernas, nec sine te quicquam dias in luminis oras exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam, te sociam studeo scribendis versibus esse, quos ego de rerum natura pangere conor Memmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omni omnibus ornatum voluisti excellere rebus. Quo magis aeternum da dictis, diva leporem, effice ut interea fera moenere militiai per maria ac terras omnis sopita quiescant; nam tu sola potes tranquilla pace iuvare mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors armipotens regit, in graemium qui saepe tuum se reicit aeterno devictus vulnere amoris, atque ita suspiciens tereti cervice reposta pascit amore avidos inhians in te,dea visus, eque tuo pendet resupini spiritus ore. Hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto circumfusa super, suavis ex ore loquellas funde petens placidam Romanis, incluta, pacem; nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo possumus aequo animo, nec Memmi clara propago talibus in rebus communi desse saluti.

Madre degli Eneadi, volutta' degli uomini e degli dei, alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo, affolli il mare di navi e le terre di frutti, poiche' per te ogni specie di esseri animati viene concepito e nato vede lo splendore del sole: te, o dea, fuggono i venti e le nuvole del cielo al tuo apparire, a te la fertile terra dona i soavi fiori, a te sorridono le acque del mare. Infatti non appena si apre l'aspetto primaverile del giorno, e si rinvigorisce lo zefiro primaverile, dapprima gli uccelli dell'aria danno segno del tuo arrivo, o dea, col cuore percosso dalla tua forza vitale. Quindi le fiere e gli armenti corrono per i rigogliosi prati e attraversano a guado i rapidi fiumi: cosi preso dal tuo incanto ciascuno ti segue dove vuoi. Infine per i mari, i monti e i fiumi vorticosi e le frondose dimore degli uccelli, infondendo in petto la dolcezza dell'amore, fai in modo che, nel desiderio propaghino nei secoli le loro generazioni. Poiche' tu sola governi la natura delle cose, e senza di te nessuna cosa nelle zone della luce, ne' alcunche' diviene lieto e amabile, ti prego di assistemi nello scrivere i miei versi, che io tento di comporre intorno alla natura delle cose. per la stirpe di Memmio che tu, o dea. hai sempre voluto che eccelga in ogni attivita'. Fa' in modo che le feroci imprese belliche giacciano sopite per mare e per terra. Infatti tu sola puoi aiutare i mortali con la tranquillita' della pace, poiche' Marte, potente nelle armi, governa le crudeli imprese belliche, che spesso si e' rifugiato nel tuo grembo, vinto dall'eterna ferita d'amore. guardandoti reclinata la testa, avido d'amore, sazia i suoi occhi, e il respiro di lui supino resta sospeso alla tua bocca. Tu, o divina, riversa sul tuo corpo santo, effondi soavi parole dalla tua bocca chiedendo una placida pace per i Romani. Io, percio', con animo sereno non posso portare a termine la mia opera in un'epoca avversa alla patria, ne' l'illustre stirpe di Memmio puo' venir meno alla salvezza comune, in queste circostanze.



 

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