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Home Letteratura Latina Latino: l'età di Giulio Cesare p. I

Latino: età di Giulio Cesare

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IV.            L'ETA' DI GIULIO CESARE

Parte I: Marco Tullio Cicerone, Pomponio Attico, Publio Terenzio Varrone


In campo letterario, l'eta' di Cesare e' compresa nel periodo che va dalla morte di Silla avvenuta nel 78 a. C. a quella di Cesare alle idi di marzo del 44. Questa eta', contrassegnata da grandi scrittori, annovera fra gli altri, in campo prosastico, Cicerone, difensore degli ordinamenti istituzionali dello stato e Cesare elegante descrittore degli avvenimento di cui fu artefice, nelle sue due opere piu' significative, il De bello Gallico e il De bello civili. In poesia, le innovazioni furono veramente notevoli. La maggior parte dei poeti, che non proveniva, come in epoca anteriore, dal meridione d'Italia, ma dalla Gallia Cisalpina, non seguiva piu' le orme tracciate dai poeti precedenti, tesi a celebrare, nell'epica, nelle palliate e nelle togate, gli argomenti attinenti la potenza romana, ma mirava a creare un nuovo tipo di lirica che fosse espressione del loro individuale modo di sentire. Gli scrittori, pur servendosi di metri e indirizzi della lirica greca e alessandrina, riuscivano a dare vita alle loro sensazioni, espressione sia delle particolari caratteristiche creative e artistiche individuali, che della loro umana personalita'. Riuniti in un sodalizio ristretto a pochi, i poeti condividevano lo stesso modo di concepire l'attivita' letteraria, considerata un sollievo per lo spirito, l'otium della mente, preferita alle attivita' pubbliche e private, i negotia, svolte da molti di loro appartenenti o al ceto elevato degli arstocratici o a quello di facoltosi possidenti. Dapprima fu la poesia epigrammatica alessandrina in distici elegiaci, costituita da strofe, spesso a carattere sentenzioso, ad attrarli. In seguito, questa forma letteraria si sviluppo' in composizioni piu' ampie, che esprimevano in forma elegante e raffinata, la carica emotiva dei sentimenti degli scrittori nell'esprimere liricamente il proprio modo di sentire, quando in particolare, si riferivano alla sconvolgente sfera della passione amorosa; il piu' grande di questi autori fu Catullo. Si trattava dei poetae novi, i neoteroi, che si riunivano nel circolo letterario di Lutatio Catulo, con caratteristiche diverse da quelle dei sodalizi di Mecenate e di Messalla Corvino, diretti alla esaltazione dell'attivita' civile e politica di Cesare, per far conoscere, a scopo celebrativo, l'opera da lui svolta per la ricostruzione dello stato, travagliato da lotte servili, sociali e di predominio politico.

Lutatio Catulo, apprezzato per aver favorito l'integrazione di piu' culture e civilta', fra cui quella ellenistica, la romana e l'alessandrina, fini' tragicamente la sua vita col suicidio, perche' temeva le ritorsioni di Mario, capo dei populares, di cui prima aveva condiviso le idee. Poi, mutato indirizzo politico, era passato dalla parte degli optimates, cui li univa, il censo, la nascita e una certa mentalita' conservatrice scatenandone il risentimento.

 

1.            Marco Tullio Cicerone

Nato ad Arpino, il 3-1-106 a. C., ebbe come genitore un uomo appartenente all'ordine equestre, che curo' molto la formazione culturale del figlio. mandandolo a Roma, per seguire col fratello Quinto corsi di filosofia, retorica, diritto ed eloquenza, usufruendo dei migliori maestri del suo tempo. A 25 anni, Ciceronea vinse una causa forense in difesa di Sestio Roscio Amerino contro un liberto, favorito di Silla. Spinto, forse dal timore della vendetta del dittatore, si reco' in Grecia per perfezionare la sua cultura forense e visito' centri noti dell'ellenismo in Asia minore e a Rodi dove ascolto' le lezioni del retore Apollonio Molone, seguendone lo stile, chiamato rodio dalla citta' in cui fiori', a meta' fra l'eccessiva ariana verbosita' e la stringatezza attica, che valse a rendere meno ridondante il suo, avendo seguito a Roma, le lezioni di Quinto Ortensio Ortalo. Ritornato a Roma, alla morte di Silla nel 77, sposo' Terenzia e si dette all'avvocatura. Inizio', nel 75, il suo cursus honorum in qualita' di questore a Lilibeo. Fu eletto, in seguito, edile, pretore e console nel 63, osteggiato da Catilina, che aspirava alla stessa carica, e ordi' una congiura. che Cicerone tronco' con la condanna a morte dei congiurati. Per questo motivo gli fu conferito il titolo di "Pater patriae". Nonostante cio', accusato dal tribuno Clodio, che aveva proposto la legge su "De capite civis Romani", che comminava la pena dell'esilio e la confisca dei beni per chiunque avesse mandato a morte cittadini romani, senza un regolare processo con appello al popolo, Cicerone, la notte prima della sua approvazione, cioe' il 19 marzo del 58, per non incorrere in quella legge, lascio' la citta' e si reco' in volontario esilio in piu' localita', e piu' a lungo a Tessalonica. Richiamato in patria nel 57, si trovo' in mezzo alle contese fra Cesare e Pompeo e si schiero' dalla parte di Pompeo. Dopo la battaglia di Farsalo, ottenuto il perdono da Cesare, si ritiro' nella sua villa di Tuscolo, dedito ad intensi studi e alla compilazione di notevoli opere di filosofia e di retorica. Dopo l'uccisione di Cesare, alle idi di marzo del 44, favori' il nipote di lui Ottaviano, che, formato il secondo triumvirato con Antonio e Lepido, non lo difese da Antonio, contro il quale aveva pronunciato le sue famose orazioni, le Filippiche, in analogia a quelle di Demostene contro Filippo. Venne, percio', inserito nelle liste di proscrizione; gli furono distrutte le ville che possedeva a Tuscolo e a Formia, la casa di Roma sul Palatino, e gli vennero confiscati tutti i suoi beni. Mentre Cicerone tentava di raggiungere Formia per l'espatrio, dai sicari, inviati proprio da Antonio, gli fu mozzato il capo, quando lo sporse dalla lettiga: era il 7 - 12 - del 43. La sua testa fu portata a Fulvia, moglie di Antonio, che gli trafisse con uno spillo la lingua.

Strenuo difensore della costituzione dello stato, non ebbe la capacita' di valutare, che la sua arte oratoria era a servizio di uomini non in grado di realizzare, spinti da sfrenate ambizioni di dominio, le sue aspettative di un ordine, legato a tradizioni del passato. Grande fu sempre la sua fiducia nella forza della cultura, che doveva operare nella societa' per renderla migliore. La sua arte oratoria, caratterizzata dalla sua grande esperienza giuridica rispondente alla cause da trattare, era animata anche da alcune notazioni psicologiche, narrative e, a volte, umoristiche, sempre vibrante, appassionata e, contemporaneamente, perfetta nella sua composizione stilistica.

Numerose furono le sue opere che si riferivano all'arte retorica, in particolare i tre libri del "De oratore", in cui in forma dialogica e interlocutoria tracciava la figura ideale dell'oratore colto, esperto in campo giuridico, moralmente consapevole dei fini cui tendeva, cosi' curata nella sua forma, da essere presa a copia di stile, anche in epoche posteriori. Nel "De repubblica", traccio' un modello di stato ideale, basato sui poteri conferiti ai rappresentanti della nazione, espressi dai consoli, dal senato e dai tribuni popolari, rappresentanti, si direbbe oggi, dei poteri esecutivi, legislativi e giudiziari.

Le sue opere filosofiche furono scritte come conforto spirituale, ai dolori che lo colpirono, quali il divorzio da Terenzia, la morte della figlia Tullia, il suo secondo e infelice matrimonio, le avversita' politiche. Seguace dello stoicismo, baso' l'humanitas non solo sui principi etici di varie dottrine filosofiche, ma anche sul valore della cultura considerata fonte di progresso, anticipando concezioni, in campo civile e politico, posteriormente suggerite da altri.

Nel "De officiis", in tre libri impartisce norme di vita morale e di comportamento al figlio Marco, trasmettendo valori etici che vanno al di la' del tempo, in cui li propose. Notevoli le opere a carattere filosofico, quali " De finibus bonorum et malorum " e " Tusculanae disputationes ", e, vive e sentite le 864 lettere, pubblicate postume dall'amico Attico e dal liberto Tirone. Questa sua opera, una delle piu' belle e particolari della letteratura latina e' caratterizzata dalla freschezza e dalla spontaneita' della narrazione, dettata da avvenimenti storici, circostanze e profili caratterizzanti persone dell'epoca in cui visse. Sono, percio', un documento di inestimabile valore, vivo, che ci permette di scorrere la vita di Roma, in un periodo molto travagliato della sua storia e di conoscere piu' profondamente Cicerone, uomo complesso, con i suoi pregi e i suoi difetti, con i suoi problemi esistenziali, che lo rendono carico di quella humanitas, riscontrabile nell'uomo di ogni tempo.

Ad familiares, XIV, 18 gennaio 49 a. C.

Traduzione

Tullius Terentiae suae et pater suavissimae filiae Cicero matri et sorori s.d.p. Considerandum vobis etiam atque etiam, animae meae, diligenter puto, quid faciatis, Romae ne sitis an mecum an aliquo tuto loco: id non solum meum consilium est, sed etiam vestrum. Mihi veniunt in mentem haec, Romae vos esse tuto posse per Dolabella, eamque rem posse nobis adiumento esse si quae vis aut si quae rapinae fieri coeperint. Sed rursus illud me movet, quod video omnes bonos abesse Roma et eos mulieres suas secum habere. Haec autem regio, in qua ego sum, nostrorum est cum oppidorum tum etiam praediorum, ut et multum esse mecum et, cum abieritis, commode et in nostris esse possitis. Mihi plane non satis constat adhuc, utrum sit melius. Vos videte quid aliae faciant isto loco feminae, et ne, cum velitis, exire non liceat. Id velim diligenter etiam atque etiam vobiscum et cum amicis consideretis. Domus ut propugnacula et praesidium habeat, Philotimo dicetis; et velim tabellarios instituatis certos, ut cotidie aliquas a vobis litteras accipiam; maxime autem date operam ut valeatis, si nos vultis valere. VIIII K Formiis".

Tullio saluta la sua Terenzia, il padre la sua dilettissima figlia e Cicerone (figlio) la madre e la sorella. Ritengo che voi dobbiate considerare diligentemente e a lungo, carissime, che cosa fare, se rimanere a Roma o stare con me, o in qualche luogo sicuro. Ció non é una risoluzione mia, ma é anche vostra. Mi vengono in mente queste considerazioni, che voi a Roma possiate essere al sicuro per opera di Dolabella, che potrebbe esserci di aiuto se si verificassero violenze e rapine. Sono anche impressionato dal fatto che tutti gli ottimati sono lontani da Roma ed hanno con loro le proprie donne. In questa regione in cui mi trovo, vi sono cittá e possessi sotto la mia giurisdizione cosí potete stare molto con me, e quando sarete lontane, a vostro agio nei nostri possedimenti. A me, peró, non é del tutto chiaro quale sia delle due la migliore decisione. Consderate voi che cosa fanno le altre donne in questo luogo e che vi sia possibile uscire quando lo vogliate. Vorrei che consideraste ció attentamente e a lungo fra voi e con gli amici. Direte a Filotimo che la casa sia difesa da fortificazione e sentinelle; vorrei anche che organizzaste corrieri regolari per ricevere ogni giorno una lettera da voi, ma, soprattutto, fate in modo di star bene, se volete che anche io stia bene".

 

Cicero Attico sal.

Traduzione

Terentia tibi et saepe et maximas agit gatias: id est mihi gratissimum, Ego vivo miserrimus et maximo dolore conficior. ad te quid scribam nescio. Si enim es Romae, iam me assequi non potes, sin es in via, cum eris me assecutus, coram agemus, quae erunt agenda. Tantum te oro, ut, quoniam me ipsum semper amasti, ut eodem amore sis. Ego enim idem sum. Inimici mei mea mihi, non me ipsum, ademerunt. Cura ut valeas. Data VIII idus April. Thuriis

Terenzia ti invia molti e vivissimi ingraziamenti: cio' mi e' molto gradito. Io sono tristissimo e affetto da uno smisurato dolore. Nn so che cosa scriverti. Se sei, infatti, a Roma, non potrai raggiungermi, se sei invece in viaggio, quando mi avrai raggiunto, decideremo insieme quello che bisognera' fare. Solo di questo ti prego che tu conservi per me lo stesso affetto, che sempre mi hai dimostrato. Io infatti non sono cambiato. I nemici mi hanno portato via le mie cose, non me stesso. Fa'di star bene. Da Turi, 6 aprile

 

Ad Atticum, VII, 22 - febbraio 49 a C

Traduzione

Pedem in Italia video nullum esse qui non in istius potestate sit: de Pompeio scio, nihil, eumque, nisi in navem se contulerit, exceptum ire puto. O celeritatem incredibilem! huius autem nostri.. sed non possum sine dolore accusare eum de quo angor et crucior. Tu caedem non sine causa times: non quoniam quidquam expediat ad diuturnitatem victoriae et dominationis. Sed video quorum arbitrio sit acturus. Recte sit. Censeo cedendum de oppidis loquere. Egeo consilii. Quod optimum factu videbitur, facies. Cum Philotimo loquere: atque adeo Terentiam habebis Idibus. Ego quid agam? qua aut terra aut mari persequar eum qui ubi sit nescio? etsi terra quidem qui possum? mari quo? tradam igitur isti me? fac posse tuto -multi enim hortantur- num etiam honeste? nullo modo. Equidem a te petam consilium, ut soleo: explicari res non potest; sed tamen, si quid in mentem venerit, velim scribas et ipse quid sis acturus.

"Vedo che non vi e' un palmo di terra in Italia che non sia in suo potere: non so nulla di Pompeo e penso che sara' catturato, se non riuscira' ad imbarcarsi. O incredibile celerita'! di questo nostro... invece, e non posso senza dolore accusarlo, mi angustio e sono in ansia. Tu, non senza motivo, temi una carneficina, non perche' alcuna cosa possa giovare a Cesare per consolidare la sua vittoria e il suo predominio, ma perche' conosco bene le persone, ad arbitrio delle quali, egli sara' spinto ad agire. Ritieni giustamente che io debba uscire da questa citta'; ma ho bisogno di un consiglio: si vedra' quale sia la cosa migliore da fare. Parlane con Filotimo, e addirittura avrai Terenzia alle idi. Che cosa debbo io fare? Per quale terra o per quale mare potrei seguire lui che non so dove si trovi? Del resto, come potrei per terra? attraverso quale mare? Dovrei consegnerarmi a costui? Ammetti pure che possa farlo senza subire danno - molti, infatti, lo consigliano - ma potrei, forse, farlo decorosamente? In alcun modo. Invero ti chiedo un consiglio, come sono solito fare: il problema e' inestricabile; ma, scrivimi, se ti verra' in mente qualcosa e che cosa anche tu ti proponi di fare.

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Da Orator 69

Traduzione

Probare, delectare, flettere. Erit igitur eloquens - hunc enim auctore Antonio quaerimus - is qui in foro causisque civilibus ita dicet ut probet, ut delectet, ut flectat. Probari necessitsis est, delectare suavitatis,flectere victoriae: nam id unum ex omnibus ad obtinendas causas potest plurimum.

 

Dimostrare, dilettare, commuovere. Sara' dunque oratore perfetto - e' questo cio' che noi cerchiamo sulla traccia di Antonio - colui che sapra', tanto nei discorsi del foro quanto in quelli dei tribunali, dimostrare, dilettare, commuovere. Il dimostrare e' richiesto dalla necessita', il dilettare dal piacere, il commuovere dall'esigenza del successo: questa infatti e' la cosa piu' importante..

 

De re publica I, 39

Traduzione

Est igitur, inquit Africanus, res publica, res populi, populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuis consensii et utilitatis communione sociatus. Eius autem prima causa coeundi est non tam imbellicitas quam naturalis qaedam hominum quasi congregatio:....

 

Lo stato - disse l'Africano - e' cio' che appartiene al popolo. Ma non e' popolo ogni moltitudine di uomini riunitasi in un modo qualsiasi, bensi' una societa' organizzata che ha per fondamento l'osservanza della giustizia e la comunanza di interessi. La causa prima che spinge gli uomini ad unirsi non e' tanto il bisogno di reciproco aiuto, quanto piuttosto una naturale inclinazione a vivere insieme....

 

Catilinaria, orazione di Cicerone contro Catilina

Traduzione

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne tenocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora vultusque moverunt? Patere tua consilia non sentis? constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores! senatus haec intellegit, consul videt; hic tamen vivit. Vivit? immo vero etiam in senatum venit, fit publici consilii particeps, notat et designat oculis ad caedem unumquemque nostrum. Nos autem, fortes viri satis facere rei publicae videmur. si istius furorem ac tela vitamus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem quam tu in nos omnes iam diu machinaris.

Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Quanto a lungo questa tua insania si fará gioco di noi? Forse a nulla valsero il presidio notturno del Palatino, a nulla le pattuglie armate della cittá, a nulla l'accorrere di tutti gli onesti, a nulla questo luogo di adunanza del senato validamente difeso, a nulla l'espressione dei volti di costoro. Non comprendi che i tuoi piani sono noti? Non vedi che la congiura é alle strette perché a conoscenza di tutti? Ritieni forse che qualcuno di noi ignori che cosa tu abbia fatto la notte passata e quella antecedente, dove tu sia stato, chi tu abbia convocato, quale decisione tu abbia preso? O tempi, o costumi! Il senato conosce tutto ció; costui tuttavia vive. Vive? in veritá viene anche in senato, partecipa ai consigli di stato, sceglie con lo sguardo e designa per la strage qualunque di noi. A noi, uomini forti, sembra sufficiente agire in favore della repubblica, se evitiamo il furore delle armi di costui. Sarebbe stato opportuno giá da prima che per ordine del console tu fossi condannato a morte, o Catilina, e, che la rovina che tu macchinavi da gran tempo nei nostri confronti, ricadesse su di te.

 

2.            Pomponio Attico

109 -32 Il soprannome di Attico gli fu dato per essere vissuto a lungo ad Atene ed averne seguito le correnti di pensiero e, in particolare, la filosofia epicurea. Nel suo "Liber annalis" fa la cronistoria delle vicede di Roma dal 756 ai suoi giorni, dando dati anche sulle linee genealogiche delle famiglie piu'in vista della citta' La sua e' opera di un erudito, privo di capacita' critiche, che, peraltro, fornisce notizie minuziose su fatti e persone che gettano fasci di luce sugli avvenimenti del tempo.

 

3.            Publio Terenzio Varrone

116 - 27 a. C. Fu un eclettico per la vastita' degli interessi che gli fecero trattare e approfondire svariati argomenti, nel desiderio di soddisfare la sua ansia di conoscenze. Rivesti', comunque cariche militari, che lo portarono a stare a fianco dei governi in carica in un oscuro periodo di lotte civili, senza subire ripercussioni negative sulla sua persona. Era in realta' un grande studioso, tutto intento con costanza alle sue ricerche. Possedeva una villa in Sabina ed apparteneva ad un'agiata famiglia plebea dai costumi austeri di vita. Al seguito di Pompeo, combatte' contro Sertorio, nella guerra piratica; nella guerra civile parteggio' ancora per lui. Dopo la sconfitta di Pompeo, si volse a Cesare che gli conferi' la carica di sovraintendente alle pubbliche biblioteche A lui dedico' sedici libri della sua opera "Antiquitates rerum humanarum et divinarum", ritenendolo dotato di elevata cultura. Dopo le idi di marzo del 44, Antonio lo fece includere nelle liste di proscrizione, ma Augusto lo salvo', per cui Varrone si dedico' soltanto alla stesura delle sue opere, che, pare, siano state 75, suddivise in 620 libri, di cui sono rimasti tre del De re rustica, sei del De lingua latina e frammenti delle altre. La sua opera programmatica, per la stabilizzazione delle istituzioni civili e politiche, precedette quella attuata da Augusto. In Disciplinae, compendio di tutte le arti che nel Medio Evo costituiranno quelle del trivio e del quadrivio, suddivise in grammatica, dialettica, retorica, filosofia, aritmetica, musica e geometria, tratto' anche quelle da lui considerate arti pratiche. cioe' la medicina e l'architettura: al vertice di tutte pose la filosofia. Le sue Satire Menippee sono un'opera poco convincenti e nulla aggiungono alla gran mole del lavoro da lui fatto. Egli, pur facendo riferimento a situazioni grottesche e sarcastiche della tradizione arcaica, appesanti' la narrazione, introducendovi svariati elementi della sua erudizione, che sviavano alquanto dagli argomenti trattati. Nel campo della critica letteraria determino' quali commedie di Plauto si dovessero giudicare autentiche e, in quello della linguistico, ritenne che il latino antico derivasse dal dialetto greco eolico arcadico, come affermava nel De lingua latina. Nel De re rustica, ha una concezione piu' moderna di Catone, su quello che doveva essere l'assetto delle tenute dei ricchi possidenti, ai quali consigliava di destinare ampie aree delle stesse non solo all'agricolura, ma a parco, a piscina e a riserva di caccia. come, anche oggi viene in parte attuato. Per concludere, la sua grande erudizioe enciclopedica servi' ad approfondire le nostre conoscenze sui dati delle vicende e degli uomini che furono promotori della storia di Roma e della sua millenaria civilta'.

In quel periodo, per volere di Silla, furono riprese sulle scene le rappresentazioni dell'Atellana, antica farsa italica, che venne trasformata in opera drammatica scritta, mentre, prima, date le linee generali, si affidavano all'improvvisazione dell'attore e alla sua estrosita' le battute della trama da sviluppare. I personaggi delle atellane caratterizzavano tipi particolari dell'umanita', quali Pappus, il vecchio babbeo, Maccus, l'uomo sciocco e credulone, Bucco, la boccaccia, Dossennus, il gobbo gabbamondo; essi divennero, poi, prototipi delle maschere della nostra commedia dell'arte. L'Atellana era stata introdotta a Roma quando la citta' di Atella in Campania, era stata conquistata e veniva recitata nel suo linguaggio osco. alquanto romanizzato. Ebbe poi come suoi massimi rappresentanti Lucio Pomponio e Novio. che ne scrissero molte, col titolo della maschera che agiva sulla scena. Pomponio con il tono della saggezza popolare che si adatta sia alla buona che alla cattiva sorte, trattava argomenti tratti da un mondo di povera gente. mentre Novio faceva agire, sulla scena, anche il mondo urbano, che offriva alla sua penna spunti satirici. carichi, pero', di risvolti umani. Al tempo di Cesare, il mimo a carattere comico fu un intermezzo farsesco, licenzioso nel linguaggio, che, nel II secolo, assunse la forma di vero spettacolo teatrale. Decimo Laberio scrisse vari mimi che non risparmiavano neanche le persone piu' in vista della societa', mentre in Publilio Siro erano presi in considerazione tutti gli aspetti dell'umanita' che la vita presenta, sia quelli positivi che quelli amari, per cui i suoi versi assumono spesso carattere sentenzioso con fine etico.

 

 

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