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Latino - periodo arcaico

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Il periodo arcaico di Roma va dal 280 all’80 A.Ch. ed è contrassegnato dall’assoggettamento dei Galli e dei Liguri, dall’espugnazione, nel 146, di Cartagine, la città piú ricca dell’Africa, baluardo del Mediterraneo. Questa conquista fu preceduta dall’insurrezione spagnola scoppiata nel 154 ad opera di Viriato, che inflisse numerose sconfitte ai Romani, fino al momento della sua morte per tradimento, che portó alla conquista di Numanzia nel 133, da parte di Scipiano Emiliano, il distruttore di Cartagine.

Le mire di Roma si volsero, allora, ad Oriente stringendo un patto di alleanza con Attalo I di Pergamo, che diede alla sua città il carattere di centro di floridissima civiltá e che arricchí di bellissimi monumenti, testimonianza della sua floridezza artistica, economica e politica, servendosi degli ottimi rapporti instaurati con l’alleata.

Da Attalo III, che regnó tirannicamente, fu lasciato, per testamento, il suo stato ai Romani, che ne fecero una provincia, fatta esclusione della Frigia, toccata a Mitridate, re del Ponto.

In Roma, abbattuti i Gracchi, propugnatori di leggi agrarie favorevoli alla plebe, soffocato nel sangue il movimento popolare contro la nobiltá senatoria, superata la guerra sociale del 90 - 89, concesso il diritto di cittadinanza ai latini, Sanniti, Osci, la lingua latina si diffuse ovunque. La parlata osca ritornó solo sulla scena del teatro romano con le maschere della commedia atellana, ed ebbe una fiorente vita letteraria sopravvissuta, secondo Strabone, al popolo osco.

Nelle lotte civili ingaggiate a Roma per la conquista del potere con eserciti condotti da generali, nelle stragi mariane dell’anno 87, perirono uomini illustri dell’etá repubblicana, esimi scrittori, fra cui lo storico Q. Lutazio Catulo, l’oratore e poeta tragico Giulio Cesare Strabone, il grande oratore Marco Antonio ed altri.

Anche Silla, proscritto di Mario, dopo le vittorie di Cheronea e di Orcomeno, ritornato a Roma, si vendicó con ferocia della parte avversaria, e, eliminati i dissidenti, restauró il potere aristocratico nel governo dello stato.

Questo periodo, che si chiude con la morte di Silla nel 78 a. Ch., fu il piu’ glorioso della letteratura latina, nonostante le lotte interne. Vide infatti il fiorire degli studi grammaticali, in particolare ad opera di L. Elio; l’epopea e il dramma nazionale, che ebbero il loro cantore in Nevioe si affermarono con Plauto, con Cecilio, con Ennio, con Lucillo che dettero una impronta originale al dramma derivato dai greci, che aveva ormai assunto il carattere cosmopolita del periodo ellenistico.

Si dovette al filologo Lucio Elio Stolone il fiorire degli studi grammaticali e la formazione di quella lingua latina che, nella complessitá delle sue strutture, offre un campo di analisi grammaticali e sintattiche cosí ampio da costituire un esercizio validissimo di formazione intellettuale per i giovani di qualsiasi epoca.

Notevole fu lo sviluppo dell’attivitá giuridica indigena, in continua evoluzione in base alle esigenze della vita sociale e politica in Roma, a cominciare da Cneo Flavio fino a giungere all’opera sistematica di Muzio Scevola.

Non mancó certamente l’influsso della cultura greca, che dette a Roma insigni scrittori provenienti dall’Italia meridionale e dalla Campania, dove fiorivano le colonie della Magna Graecia. Fra questi si fanno i nomi di Livio Andronico di Taranto,Nevio campano, Enniocalabrese,Plautoumbro, Cecilio insubre, Terentio africano, Pacuviobrindisino; tre di essi furono schiavi affrancati e uno di umilissime condizioni. Due soli del periodo arcaico furono latini:Catone il censore e Lucilio, creatore della satira nazionale, in cui si affermó lo spitrito canzonatorio indigeno delle origini.

1.            Livio Andronico

Livio Andronico, condotto da fanciullo come schiavo della gens Livia, nel 272, fu affrancato, probabilmente da Livio Salinatore, da cui prese il nome, per aver istruito i suoi figli nelle lettere greche e latine.Fu maestro di altri giovani romani e, per far conoscere loro l’epopea greca, tradusse in versi saturni l’Odissea che unisce al fantastico l’esaltazione dell’uomo saggio, forte nell’avversa fortuna, piú confacente allo spirito della tradizione della nazione romana. Si dice che quel testo fosse in uso nelle scuole fino al tempo di Orazio e che Livio abbia usato qualche libertá di traduzione per adeguarlo alla tradizione indigena italica, usando, per esempio, Camena per Musa, Poseidon per Neptunus, ed altri termini che si ritrovano nei frammenti riferiti da Prisciano, da Festo. Nelle sue tragedie si serví dei senari giambici e di argomenti tratti dal ciclo troiano: di esse restano solo i titoli e qualche frammento. Nelle commedie, le palliate, dall’abito (pallium) che i personaggi indossavano, trattó argomenti che non intaccassero personaggi del tempo e il governo oligarchico di Roma, ma tipici di qualsiasi persona, quali l’astuzia e la sciempiaggene, l’avarizia e la prodigalitá, l’avventura galante e l’intrigo amoroso.

Nei ludi scenici del 240 introdusse il dramma greco, adattandolo alla struttura latina, con la distinzione dei diverbia, la parte dialogata, dai carmina, la parte cantata con accompagnamento di flauto. Pochi persoaggi venivano portati sulla scena, perché, a differenza dei Greci, in cui l’orchestra (la platea) era destinata al coro, a Roma era occupata dagli spettatori di maggior rango sociale e politico. Dei suoi drammi fu anche attore.

Avendo, fra l’altro, composta una lirica sacra, cantata da 27 vergini lungo il percorso al tempio di Giunone, forse per placarne la collera divina in seguito a funesti presagi, il Senato decise di onorare il poeta, creando, presso il tempio di Minerva sull’Aventino, il Collegium scribarum Histrionumque, quasi una corporazione religiosa, per celebrare il poeta autore e interprete di drammi, rappresentati in occasione di eventi di particolare rilievo nella storia della città’.

Dice di lui Festo: “Cum Livius Andronicus bello punico secundo scripsisset carmen quod a virginibus est cantatum, quia prosperius res publica populi Romani geri coepta est, publice adtributa est ei in Aventino aedis Minervae, in qua liceret scribis histrionumque consistere ac dona ponere, in honorem Livii, quia et scribebat fabulas et agebat”Avendo Livio Andronico, durante la seconda guerra punica, scritto un carme, che fu cantato da vergini e poichè la Repubblica cominció ad essere gestita piu’ floridamente, fu attribuito a Livio, per onorarlo pubblicamente, poichè scriveva ed insieme recitava le sue opere, il tempio di Minerva, sull’Aventino, in cui era lecito agli scribi e agli attori stare e deporre doni. Cicerone, peró, paragonó la sua arte a quella primitiva di Dedalo, senza peró considerare che Livio fu il primo a dar vita al teatro romano, a creare nuovi metri drammatici, pur mantenedo vivo il saturnio, prima espressione lirica di Roma e a rivelare la letteratura greca, nel rispetto di quella indigena, di cui fu fedele interprete.

2.            Gneo Nevio

Gnaeus Naevius, nato verso il 270, plebeo libero, combatté durante la I guerra punica da semplice soldato. Fece rappresentare la sua prima opera drammatica nel 235, e per la sua vena comica, che lo portó a parlare “libera lingua” anche dei potenti, poichè amava piú di ogni altra cosa la libertá, morí esule a Utica. Dice di lui Gellio: “Etiam qui res magnas manu saepe gessit gloriose, cuius facta viva nunc vigent, qui apud gentes solus praestat, eum suus pater cum pallio uno ab amica abduxit.” Anche colui che tante imprese di guerra spesso gloriosamente compí, le cui gesta sono ancora vive nel ricordo, colui che solo supera tutti, quello il padre, strappó via dall’amante, coperto solo dal mantello.”Col verso saturnio giocó sul doppio significato del termine “fatum”, che significa sia destino che rovina. quando disse “Fato Metelli Romae fiunt consules”: Per disgrazia a Roma diventano consoli i Metelli, al che i Metelli risposero: ”Malum dabunt Metelli Naevio poetae” I Metelli apporteranno sciagura al poeta Nevio”, e cosí fu.

Di questo poeta restano frammenti e titoli di piu’ di trenta commedie come l’Aulularia,(commedia della pentola), Asinaria, la commedia degli asini e cosí via, che intrecciano azioni di diverse commedie greche, col processo della contaminazione molto usata dai successivi autori di commedie. Sei tragedie tratte dal ciclo troiano sono attribuite a Nevio, ed hanno come argomento le leggendarie origini di Roma dai Troiani. Ció che lo rese piu’ noto fu l’invenzione della fabula praetexta, i cui eroi erano condottieri romani che indossavano l’abito nazionale. La prima di queste fu Clastidium, dopo la vittoria riportata dal console M. Claudio Marcello a Clastidium nel 222, dopo la uccisione di Viridomaro, condottiero degli Insubri. Seguí poi Romolus, probabilmente con la leggenda mitica della fondazione di Roma. Sempre Nevio fu il primo a creare un poema epico, nella sua opera piu’ importante, il Bellum Punicum, che inizia con la narrazione delle vicende del viaggio di Enea nel Lazio e finisce con la guerra contro Cartagine, alla quale anche lui aveva partecipato. Usa il saturnio in questa opera, che vuole esaltare la grandezza della stirpe latina e Cicerone giudicó bella come una statua di Mirone: “nondum Myronis satis ad veritatem adducta, iam tamen quae non dubites pulchra dicere” non ancora portata alla perfezione di Mirone, tuttavia tale da non esitare a considerarla bella.

3.            Plauto

Il piu’ grande poeta comico latino fu Titus Marcius Plautus, le cui commedie sono ancora oggetto di imitazione e proposte al pubblico in traduzioni aggiornate ai tempi. Nacque il 254 A. Ch. a Sarsina, in Umbria e, benché di umile condizione, giovanetto apprese la lingua greca. Seguí alcune compagnie teatrali, non si sa bene con quali funzioni, se di attore, di garzone o di traduttore, in modo da guadagnare del denaro per dedicarsi, in seguito, alla mercatura, fuori d’Italia. Tutto gli andó male e, tornato a Roma, dovette, come un mulo, girare la macina di un mulino, per vivere. In quella disumana condizione di vita scrisse tre commedie, che vennero rappresentate e piacquero tanto al pubblico romano, da indurre lo scrittore a comporne molte altre, alcune forse apocrife, non attribuibili a lui.

Il grande critico Varrone le divise in seguito in tre gruppi: nel primo, in numero di ventuno, annoverava le commedie veramente note e autentiche, nel secondo, in numero di diciannove, quelle che potevano attribuirsi a lui sia per lo stile che per valide testimonianze, le rimanenti apocrife. Pare che quelle del secondo gruppo siano state da lui scritte agli esordi e quando girava la macina, mentre la prima delle piu’ famose, il Miles gloriosus, il soldato smargiasso, Pirgopolinice, scritta all’etá di quasi cinquanta anni, inizia con questi termini, rivolti dal Miles ad un suo assoldato:

Curate ut splendor meo sit clipeo clarior

quam solis radii esse olim quom sudumst solem,

ut, ubi usus veniat, contra conserta manu,

praestringet oculorum aciem in acie hostibus.

Nam ego hanc machaeram mihi consolarivolo,

ne lamentetur neve animum despondeat,

quia se iam pridem feriatam gestitem,

quae miseragestit fartum facere ex hostibus.

Sed ubi Artotrogus hic est? Ar. Stat propter virum

fortem atque fortunatum et forma regia.

tam bellatorem Mars se haud ausit dicere

neque aequiperare suas virtutes ad tuas.

Traduzione: Cercate di fare in modo che il mio scudo abbia uno splendore piu’ luminoso dei raggi del sole allorquando é sereno; affinchè, quando se ne presenti la necessitá, abbagli, attaccato il combattimento, la vista degli occhi ai nemici sul campo di battaglia. Infatti io voglio consolare questa spada affinché non si lamenti e non si perda di animo, perché giá da molto tempo la faccio oziare, mentre, misera, vorrebbe far macello dei nemici. (far salciccia dai nemici) . - Ma dov’é Artotrogo? - Ar. - Sta presso un uomo forte, fortunato e di regale aspetto. Lo stesso Marte non oserebbe considerarsi guerriero e non paroganerrebbe le sue capacitá alle tue..-

Le commedie di Plauto, che mettono in evidenze alcuni tipi che caratterizzano l’umanitá in genere e vicende che suscitano il vivo interesse e l’ilaritá degli spettatori, sono precedute dal prologo, con un breve riassunto dell’azione scenica e la richiesta di una benevole accoglienza da parte del pubblico della commedia, che viene rappresentata.

 

4.            Quinto Ennio

Quinto Ennio, nato a Rudiae, città messapica presso Taranto, diceva di possedere tre lingue e tre cuori, perchè conosceva l’osco, il greco e il latino ed amava la terra di origine, la Grecia, della quale fece conoscere lingua e letteratura, e Roma, di cui cantó l’origine leggendaria, risalente ad Enea, la fondazione ad opera di Romolo e la storia fino alla sua epoca. Conosciuto da Marco Porcio Catone, mentre militava da centurione in Sardegna, fu condotto a Roma nell’anno 204, dove visse in una modesta casa sull’Aventino, presso il collegium poetarum histrionumque, contento del poco che poteva guadagnare. Condotto in Etolia da M. Fulvio Numitore nella guerra che si concluse con la caduta di Ambracia e compensato, dopo la vittoria, con una semplice clamide, gli fu dal figlio di costui concesso un pezzetto di terra e la cittadinanza romana, avendone la potestá poichè aveva fondato le colonie di Potentia e di Pisaurum. Ennio ne fu orgoglioso: “Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini.”. Noi che fummo prima Rudini, siamo ora Romani. Morí nel 169 a settanta anni, probablmente di gotta, come arguí un medico da un verso di Orazio che diceva che Ennio scriveva nell’ebrezza del vino. Scrisse numerosissime opere fra cui due commedie, delle satire, ed altri lavori che erano l’espressione della feconditá del suo genio. Suo grande merito fu aver offerto ai poeti romani un mezzo di espressione poetica e di stile, sostituendo al saturnio l’esametro dattilico. Il suo grande talento si espresse in un’opera di alta poesia, gli Annales, poema in diciotto libri, di cui restano seicento versi, in cui esalta la gloria universale di Roma, iniziando dalle sue leggendarie origini e ponendo le basi della concezione, che permase nei secoli, della divina missione della città’ e della sua potenza, governata, all’epoca di Ennio, da uomini memori dei severi costumi del passato: “Moribus antiquis res stat Romana virisque.” La potenza di Roma si basa sulle antiche tradizioni dei suoi uomini famosi. Nella sua opera non mancano versi carichi di insita poesia, che evidenziano alcuni aspetti della natura in cui vengono inseriti fatti e momenti epici, come nei versi seguent:

“Hastati spargunt hastas, fit ferreus imber”. Gli astati lanciano ovunque le aste; segue una nube ferrea. “Caelum suspexit stellis fulgentibus aptum” Guardó in alto il cielo trapunto di stelle fulgenti”. “Summo sonitu quatit ungula terram” Con enorme risonanza lo zoccolo scuote la terra. “Africa terribili tremit horrida terra tumultu.” L’Africa, orrida terra, trema per il terribile tumulto.

Prima di Lucrezio fece sentire la protesta dell’uomo verso gli dei indifferenti alla sua infelicitá, nei seguenti versi:

“Ego deum genus esse semper dixi et dicam caelitum - Sed eos non curare opinor quid agat humanum genus:- Nam si curent, bene bonis sit, male malis, quod nunc abest”.
Io ho sempre affermato e sempre affermeró che esistono gli dei del cielo, - Ma ritengo che essi non si curino di ció che faccia il genere umano: - Infatti, se lo curassero, i buoni avrebbero bene, i malvagi male, cosa che cosí non é.

Verso sentenzioso é anche il seguente:“Qui vicit non est victor nisi victus fatetur” Chi vince non é vincitore finchè non lo confessi il vinto.

Nel cantare l’epos di Roma, Ennio riteneva che l’anima di Omero fosse trasmigrata in lui per esaltare la latina gente e le sue leggendarie imprese. All’uomo, modestamente vissuto, cantore illustre della eccelsa storia della loro cittá, i Romani posero una statua nella tomba degli Scipioni, a testimonianza della loro gratitudine per chi aveva preannunciato, per primo, con i suoi versi, un destino di gloria alla città di Roma.

5.            Cecilio Stazio

Cecilio Stazio nacque, forse, a Mediolanum dopo la sconfitta degli Insubri a Clastidium nel 122 a. C.

Divenuto schiavo di Cecilio, fu da lui affrancato e ne assunse il nome’. Scrisse numerose commedie, non molto bene accette finché visse Plauto, che, per la sua grande vena comica, era molto gradito al popolo romano che accorreva numeroso alle sue rappresentazioni. Un famoso attore, Vispanio Turpione, riuscí ad imporre le sue commedie al pubblico, cosí che, alla morte di Plauto, dagli edili non si autorizzavano altri spettacoli, senza il suoconsenso. Quaranta sue commedie, forse le prime da lui composte, hanno solo il titolo latino, alle posteriori il poeta aggiunse anche quello greco. In esse Cecilio non si serví della contaminazione, cioé la mescolanza di piú soggetti tratti dalla commedia greca, che tanto divertiva gli spettatori, ma la sua gravitas, unita alla passionalitá dell’animo, erano tali da suscitare in chi seguiva le rappresentazioni, tanta commozione, proveniente, forse, come affermava Cicerone, dall’essere un gallico di origine barbarica che portava con sé la malinconia, ignota ai Romani conquistatori, della sua condizione di schiavo affrancato.Delle sue commedie, in cui non mancavano i cantica come in quelle di Plauto, non restano che frammenti, uno dei quali, riportati da Gellio é un dialogo fra due anziani:

“ Sed, tua morosane uxor, quaeso, est - Vah rogas - Qui tandem? - Taedet mentionis, quae mihi, ubi domum adveni ac sedi, extemplo savium dat ieiuna vult quod foris potaveris”.
- Di grazia, tua moglie é forse molesta? - Me lo domandi? - In che modo? - Mi vergogno di dirlo. Non mi ci far pensare, quando torno a casa e mi siedo, subito mi dá un bacio a stomaco digiuno, perché vuole che vomiti quanto bevuto.-

Molti altri suoi personaggi, che non si riscontrano nelle commedie degli autori che lo precedettero, giocano di astuzia, al solo scopo di strappare , come preda, l’oggetto dei loro desideri. Il poeta carica, cosí di toni di amara arguzia i suoi versi, che, a volte, assumono un tono sentenzioso, come nei proverbi, sempre validi ed immutabili col passare del tempo.
“Saepe est etiam sub palliolo sordido sapientia”. - Spesso sotto un sordido mantello si trova la sapienza.
“Vivas ut possis, quando nec quis ut velis”. - Vivi come puoi, se vivere non puoi come vuoi.
“Serit arbores quae alteri saeculo prosint”. - Pianta gli alberi che giovino al secolo seguente.

“Edepol senectus, si nil qiucquam vitii adportes tecum, cum advenis, unum tot sat est, quod diu vivendo multa quae non volt videt”.
Per Polluce, vecchiaia, se nessun altro male tu porti, quando vieni, basta solo questo, che, vivendo a lungo, si vedono molte cose che non si vorrebbe vedere.

E’ evidente in lui quella gravitas di cui parlano i commentatori, determinata, forse, dalla sua condizione di schiavo affrancato.

 

6.            Terenzio Afro

Terenzio Afro, nato a Cartagine, probabilmente nel 185 a. C., da padre schiavo, schiavo anch’egli, fu affrancato dal senatore Terenzio Lucano. A Roma visse in un ambiente culturalmente elevato, che gli consenti, per le sue notevoli doti intellettuali, di raggiungere una conoscenza perfetta della lingua latina e greca. La sua prima commedia, l’Andria, ebbe la piena approvazione di Cecilio, subito dopo la lettura dei primi versi e fu rappresentata nel 166 a. C.

La sua seconda, l’Ecyra, fu meno fortunata, perché il pubblico disertó il teatro alla falsa notizia di uno spettacolo di gladiatori che l’attirava di piú. La sua sesta commedia, l’Adelphoe, rappresentata sempre dal celebre Ambivio Turpione, nel 160, alle cerimonie funebri di Paolo Emilio, non fu accolta con benevolenza dal pubblico e fu per lui un altro insuccesso.

Deluso per le maldicenze, che accompagnavano la sua vita di autore, Terenzio lascio’ Roma e si recó in Grecia dove tradusse cento e otto commedie di Menandro. La nave che doveva riportare in patria le sue traduzioni, naufrago’ e, dice Svetonio, Terentio morí ex dolore ac taedio, a Stinfalo, in Arcadia.Q. Cosconius, invece, dice che:

“redeuntem e Graecia perisse in mari cum centum et octo fabulis conversis a Menandro” era perito in mare con le cento e otto commedie tradotte da Menandro.

In un altro passo lo stesso autore afferma:

“Reliquit filiam, quae post equiti Romano nupsit: item hortulos viginti iugerum via Appia ad Martis villam”. Lasció un figlia, che sposó poi un cavaliere romano: parimenti una villa di venti iugeri di terra sulla via Appia presso il tempio di Marte.

La data della sua morte é incerta e ugualmente la causa che la determinó..

Secondo Svetonio morí di dolore e di pena, secondo Cosconio nel naufragio della nave, lasciando una figlia che sposó un cavaliere e una villa di venti iugeri sulla via Appia.

Delle sei commedie di Terenzio, Varrone indica l’anno della rapprsentazione col nome dell’attore che fu sempre il celebre Ambivio Turpione e Flacco il compositore dei brani musicali. Nel prologo che precede l’azione l’autore giustifica se stesso dall’accusa infamante di non essere l’autore delle sue commedie attribuibili a Scipione e a Lelio, uomini nobili con i quali Terenzio “maxime familiariter vixit”, dai quali era protetto, anche perché non faceva parte del Collegium poetarum, ma godeva dei favori dell’aristocrazia ellenizzante romana.

Accusato di contaminazione con le opere greche, Terenzio nel prologo di Andria, si giustifiicó, dicendo: “Qui quom hunc accusant, Naevium Plautum Ennium

Accusant, quos hic noster auctores habet,

Quorum aemulari exoptat neglegentiam

Potius quam istorum obscuram diligentiam”.

Coloro che lo accusano, accusano Nevio, Plauto ed Ennio, giudicati suoi maestri, dei quali desidera emulare la negligenza, piuttosto che la oscura diligenza dei detrattori.

Fu certamente Terenzio il rappresentante piú significativo della palliata, per la forma linguistica corretta, per la delicatezza dei sentimenti e la garbata ironia e per aver fatto conoscere a Roma, piú degli altri scrittori, l’arte dei Greci, attraverso la traduzione delle commedie di Menandro. L’opera della palliata, viva in Nevio e in Plauto, perché rispondente al gusto del popolo romano, divenne con Terenzio opera letteraria.

Lo scrittore, infatti, non cerca effetti comici come Plauto, e pur presentando i personaggi tradizionali delle commedie, quali le matrone, le etere, gli schiavi, gli innamorati, conferisce loro quella carica di profonda umanita’ che non si riscontra nei precedenti autori.

Dei vari generi, riferibili alle praetextae e alle togate, cosí dice Orazio:

“Nil intemptatum nostri liquere poetae
nec minimum meruere decus, vestigia graeca
ausi deserere et celebrare domestica facta
vel qui praetextas vel qui docuere togatas”.

I nostri poeti, sia quelli che rappresentarono le preteste, sia quelli che rappresentarono le togate, svolsero tutto con massimo decoro, pur avendo osato abbandonare le vestigie greche per seguire gli avvenimenti patrii.

Recensioni delle opere di Terenzio si leggono in vari codici, fra cui il Bembianus, il Parisinus, l’Ambrosianus, il Basilcanus.

7.            Pacuvio

Pacuvio, nato a Brindisi il 220 a. C., era nipote di Ennio, perché figlio di una sua sorella.

Frequentó il circolo ellenizzante degli Scipioni e, quasi nonagenario, si recó a Brindisi per godere, vecchio e malato di un clima piú mite.

Scrisse 12 tragedie molto apprezzate dal pubblico e giudicate tanto favorevolmente da Cicerone che le riteneva superiori a quelle di Sofocle per l’analisi psicologica dei personaggi, per la gravitas romana e la conformita’ di vita propria degli stoici.

Fu anche pittore e la sua arte pittorica si manifestó anche nel fasto decorativo delle scene.

Gli argomenti delle sue tragedie furono tratti dalle vicende troiane, come nella Niptra (Il bagno) derivata da Sofocle, in cui parla della morte di Ulisse per mano del figlio Telegono avuto da Circe, che, non avendo mai visto il padre, si era recato ad Itaca per conoscerlo.

8.            Accio

Accio, figlio di un liberto, nacque a Pesaro, la colonia fondata da Fulvio Nobiliore.

Sebbene di origine servile, fu tanto borioso da farsi innalzare una statua nel tempio delle Muse. Scrisse due tragedie preteste, usando la contaminatio, Brutus et Etius. Nel Brutus, narra la vittoria dei Romani sui Lusitani di Spagna, guidati da Viriato e la cacciata dei Tarquini da Roma per l’offesa a Lucrezia.

La tragedia romana. la pretexta, ebbe breve vita a Roma, perché di carattere letterario con funzione celebrativa di particolari avvenimenti storici e politici della nazione. Era, perció, poco sentita perche’ priva di quegli elementi tradizionali e popolari indigeni dello spirito italico e laziale, vivo nei fescennini, nel mimo e nelle commedie, in cui veniva rappresentata la quotidianita’ della vita nei suoi vari aspetti e nei vari tipi di persone, con umorismo carico di arguta comicitá.

 

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