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Riti di iniziazione e favola di magia p. 1

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Secondo lo studioso russo di fiabe e tradizioni popolari Vladimir Propp (1895-1970), le fiabe di magia di ogni continente, così simili tra loro, hanno un’origine comune che risale ai tempi antichissimi delle prove di iniziazione che i giovani neofiti delle tribù e dei clan, nostri progenitori, dovevano superare per “entrare in società”.

Ciò, secondo Propp, è soprattutto dimostrato dagli stretti legami tra la struttura della fiaba (le prove che l’eroe deve superare, l’esilio, il sonno ecc.) e il rito iniziatico. Inoltre, le fiabe di magia hanno una struttura narrativa dalla forma simile e coerente, ubiquitaria, uguale in ogni tempo e in ogni cultura, e ciò non può che discendere da un patrimonio mitico antico e comune. Ad esempio, Cappuccetto Rosso e Biancaneve, Pinocchio, Barbablù, Pollicino, Cenerentola e il Gatto con gli Stivali, la Bella addormentata nel bosco, sono tutte fiabe strettamente legate, nella forma, a quei riti antichissimi.

L’iniziazione rappresentava il passaggio dalla pubertà alla maturità e alla maturità sessuale. Con il rito, il giovane acquistava i “diritti civili” e la facoltà di sposarsi.

Durante il rito iniziatico, muore il protagonista (si tratta in realtà di morte simbolica) che poi risorge come uomo nuovo.

Il concetto di morte, di ingresso nel Regno dei morti, è fondamentale per l’esito del rito, che si conclude con la resurrezione del protagonista e il suo ritorno vittorioso in società.

In molte fiabe e miti spesso si trova un animale feroce che ingoia il ragazzo: ciò rappresenta la discesa negli inferi, e spesso veniva rappresentato nelle antiche tribù da speciali capanne nel bosco, con la porta a forma di bocca, dove veniva rinchiuso il neofita. Esiste un’interessante spiegazione psicologica, che ci fornisce Carl Gustav Jung, quando descrive l’archetipo della Grande Madre che talvolta emerge con il suo volto crudele di divoratrice, madre assassina dei propri figli, che tenta di impedire loro di liberarsi dal suo dominio, diventando grandi e autonomi. Il rito iniziatico dei ragazzi nella tribù rappresenta dunque anche l’emancipazione dalla Madre, che tuttavia tenta di ostacolare questo percorso di liberazione. Gli animali antropofagi delle fiabe, dunque, dal lupo di cappuccetto rosso alla balena, o le streghe stesse che si oppongono al protagonista, sarebbero dunque raffigurazioni dell’archetipo della Madre.

Quasi sempre, la casa della strega, così come l’accesso al mondo degli inferi, è in una foresta spaventosa (vedi anche Dante nell’Inferno: “in una selva oscura … che nel pensier rinnova la paura”). Ma perché proprio nella foresta?

Era davvero oscura, per gli uomini preistorici, fatta di boschi vergini, impenetrabili, pieni di pericoli. Era anche un luogo nascosto, dove svolgere i riti in segreto.

È interessante, di nuovo, l’accostamento simbolico tra bosco, luogo umido e ombroso, e componente femminile; i culti della dea madre avvenivano spesso in aree boschive (“bosco sacro”) e/o nei pressi di sorgenti e pozzi (pozzi sacri). Di nuovo, la dea-madre nella doppia veste di colei che dà la vita e che la toglie, legata dunque all’aldilà.

Dentro la foresta c’era il confine con l’altro mondo che si manifestava con la prima prova da superare, che consisteva nell’attraversamento di questa frontiera, rappresentata da una capanna, o un fiume o altro; nel mito la soglia è sorvegliata da un Guardiano che ha sovente le fattezze di un orrido animale (come Cerbero).

È molto interessante, fa osservare Propp, che le fattezze animalesche del Guardiano dipendano dal fatto che per le antiche tribù la morte era una trasformazione in animale, per cui era giusto che il guardiano fosse un animale. Ciò è precisamente riferibile al tempo in cui le comunità di uomini erano per lo più nomadi e basate sull’attività della caccia e raccolta (di bacche, semi, radici), prima dell’inizio dell’agricoltura, e alla formazione delle prime comunità stanziali (la “rivoluzione neolitica”, circa X secolo a.C.).

Il rito dell’attraversamento della soglia è spesso legato al pronunciare una o più parole-chiave: Alì Babà deve pronunciare “Apriti Sesamo” per poter accedere, e in altre fiabe la porta pretende all’Eroe di chiamare per nome ogni suo elemento, dallo stipite alla maniglia. Il valore magico della parola è associato a riti antichissimi, della nominazione, quando la parola stessa, l’assegnazione di nomi simbolici alle cose, era ancora considerato un sublime e sorprendente potere dell’uomo rispetto al regno animale dal quale si era distaccato.

Il rapimento dei fanciulli

In molte fiabe, dei bambini vengono costretti nel bosco, o rapiti o condotti contro la loro volontà. È evidente il nesso con il rito dell’iniziazione dei bambini in età puberale, esercitata per obbligo paterno, oppure con quello più odioso del rito del sacrificio umano, soprattutto di fanciulle e bambini, diffuso anche in Europa e sino a tempi non antichissimi.

In questo caso la realtà viene “romanzata” nella fiaba. Nella realtà del rito, il bimbo veniva “offerto” alla divinità per propiziare la benevolenza della Natura, portare la selvaggina nelle sacche dei cacciatori o arricchire i raccolti. Non era considerato un atto malvagio, ma una necessità sociale.

Nella fiaba, che ha accolto il rito alla luce del successivo ordinamento sociale che non prevedeva più sacrifici umani, il bimbo viene “ceduto” ad una figura malvagia, creatura della foresta, o démone, per una sorta di obbligo contratto dalla famiglia. Nella trasposizione cristiana del rito in leggenda, la creatura della foresta viene associata al Diavolo in persona.

Il bimbo viene dunque ceduto ad un démone delle tenebre, e condotto da lui. Chi lo conduce?

Per non dare quel ruolo ostile al padre famiglia, la fiaba ha assegnato quella funzione a un personaggio più negativo, come un fratello, meglio ancora se fratellastro, o lo zio, o rendendo il figlio colpevole di gravi inadempienze, vere o presunte, tali da “costringere” il suo tutore – fratello, fratellastro, zio – ad abbandonarlo al demone della foresta. Qui entra in gioco anche la matrigna figura sempre negativa, ispiratrice e istigatrice che spinge affinché il destino (il rito) si compia.

Prendiamo un esempio recente per analizzare una variante di questa fiaba: in A.I. (Artificial Intelligence) del regista americano Steven Spielberg il bimbo artificiale – ma umano nei sentimenti - viene condannato ad essere abbandonato nella foresta (proprio aderente al rito!) per colpa del fratello umano, geloso dell’affetto della madre per il bimbo artificiale. Questi viene via via accusato dal fratello di colpe non vere, ma tali da rendere la sua permanenza in famiglia impossibile. Qui però il compito straziante dell’abbandono viene affidato alla madre stessa: Spielberg osa qui ciò che poche fiabe avevano osato, ossia caricare il personaggio più dolce e buono per antonomasia, la mamma, dell’ingrato compito. Così facendo, il regista rende il momento dell’abbandono ancor più tragico e commovente.

Quasi sempre, il “contratto” che vincola i genitori a cedere il bambino, prevede che questi rimanga con loro per diversi anni, e solo al compimento di una certa età, debba essere consegnato nella foresta. La fiaba non spiega il motivo di questa trasposizione temporale, che invece è dovuta all’aderenza al rito, che prevedeva l’uso di bambini in età puberale (tra i dodici e i quattordici anni) sia per i riti d’iniziazione sia per i sacrifici umani.

 

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