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Home Saggio: la nascita del pensiero creativo nell'Umanità

LA SCINTILLA DIVINA: LA NASCITA DEL PENSIERO E DELLA CREAZIONE NARRATIVA NELL'UMANITÀ

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Dalla Preistoria alla Storia il lungo percorso dell'uomo verso la sua mente evoluta, dai pensieri primordiali alla magica facoltà di raccontare storie.

Quando, in che epoca lontana della preistoria, l'uomo ha iniziato a parlare e poi a raccontare, a tramandare storie? È una questione strettamente legata all'evoluzione della mente e del pensiero dell'uomo. In questo testo ho cercato di descrivere, in modo non scientifico ma narrativo, il lungo viaggio dell'umanità, iniziato quando i primi ominidi si differenziarono dalle scimmie, sino al magico momento in cui la scintilla del pensiero – quello più complesso e già simile al nostro – si è accesa nelle menti degli uomini. Un pensiero che ha dato vita alla spiritualità, al mito e al suo racconto. Quella dell'uomo è una storia che per milioni di anni è stata contrassegnata da piccoli passi evolutivi, lenti come è lento il tempo del cosmo. Poi, all'incirca 200mila anni fa, con la comparsa sul pianeta di una nuova specie, l'homo sapiens, l'orologio dell'evoluzione dell'uomo ha preso a correre freneticamente. Lo sviluppo si è accelerato e da allora non si è più fermato.

Se andiamo a cercare quando l'uomo ha iniziato a pensare in modo evoluto, a sognare, a fantasticare, a parlare, scopriamo che queste facoltà sono arrivate molto tardi.

Un esempio concreto ci aiuterà a capire meglio questo concetto: proviamo a misurare la storia del genere umano con un metro con 100 tasselli, ognuno da 25mila anni: notiamo che il pensiero evoluto si è manifestato solo negli ultimi tre o quattro tasselli (tra 70 e 100mila anni fa). E lo sviluppo della civiltà come oggi la conosciamo, basata su comunità stanziali in grado di coltivare la terra e allevare animali, di generare sistemi filosofici e ricerca scientifica, giunta sino all'esplorazione dello spazio, è avvenuta tutta in una piccola frazione dell'ultimo tassello.

Il genere homo - comparso circa 2,5 milioni di anni fa (secondo altre ipotesi 4-5 milioni) - ha impiegato dunque milioni di anni per scendere dagli alberi e camminare in modo eretto; un milione di anni fa i nostri progenitori impararono a gestire il fuoco e iniziarono a costruire utensili di pietra evoluti. Ma quegli ominidi, tecnicamente molto abili, non avevano ancora la scintilla del pensiero creativo. Non erano ancora coscienti di sé. Non potevano raccontare storie.

Per raccontare, serve innanzitutto la capacità di immaginare e serve una capacità di linguaggio sintattico. Solo l'uomo moderno può generare immagini mentali che vanno al di là della sola osservazione esteriore. La nostra mente va oltre il visibile, sogna e fantastica.

L’uomo, l'homo sapiens è l’unico essere vivente in grado di pensare in modo simbolico, ossia di assegnare segni, simboli, che mettono in relazione il significante (l’espressione esterna, la forma), al significato, il contenuto interiore, l’immagine che la mente si crea.

 

I primi ominidi, concreti e opportunisti

I progenitori del genere homo, come l'australopiteco, già differenziati dalle scimmie e in grado di camminare in modo bipede, comparvero circa 4 milioni di anni fa; allo stato attuale delle conoscenze, sappiamo che bisogna attendere sino a 2,5 milioni di anni fa per vedere i primi homo diffondersi su tutto il pianeta, come l’homo abilis e poi l’homo erectus, che avevano sviluppato una forma di intelligenza superiore a quello degli altri primati. Si trattava di un'intelligenza concreta, legata alle percezioni del mondo esteriore (il sole, la notte, il fuoco, le prede…) e interiore (la fame, la paura, il desiderio sessuale, il sonno). Erano esseri coscienti, come lo sono molti mammiferi, inclusi i delfini, in grado di riconoscersi, di usare un linguaggio essenziale di segni, erano curiosi e desiderosi di imparare per risolvere i problemi. Per soddisfare i bisogni concreti, gli ominidi erano in grado di prevedere, porsi degli obiettivi, e progettare varie modalità per soddisfarli, identificando soluzioni al fine di acquisire al meglio il cibo, riprodursi e difendersi per garantire la sopravvivenza della specie. Forse già un milione di anni fa l’homo erectus era in grado di dominare il fuoco 1, capacità molto rilevante rispetto agli altri primati, ma il loro pensiero era ancora molto opportunistico. Non avevano fantasia né capacità di pensiero capace di introiettare le percezioni e di generare un linguaggio evoluto, in quanto non possedevano l'autocoscienza, ossia “l'attività riflessiva del pensiero con cui l'io diventa cosciente di sé”2 e ricerca la conoscenza profonda dell'essere. Non seppellivano i loro defunti (come tutti gli animali), in quanto non assegnavano alla morte alcun valore religioso. Erano fermi all'analisi della realtà sensibile, e non avevano possibilità di andare oltre, verso l'ultra-sensibile e il trascendente. Da questo punto di vista strettamente filosofico, senza nulla togliere alla grande abilità tecnologica di quegli ominidi, possiamo sostenere che ognuno di loro era un individuo di una specie homo molto intelligente, ma non era ancora una persona.

Tuttavia, la semplicità di quelle menti primitive aveva il vantaggio di non opporre fratture tra la mente dell’uomo, tra ciò che percepiva e i fenomeni del mondo esterno. L'intelligenza primordiale era utilitarista e non si poneva questioni oltre il soddisfacimento dei bisogni. Quegli ominidi procedevano in armonia con il mondo senza conflitti interiori. La mente e la natura erano percepite come se fossero la stessa cosa.

Il pensiero, magia e terrore

Bisognerà dunque attendere la nascita dei primi homo sapiens (e, probabilmente, dell’uomo di Neanderthal, specie evoluta ma diversa dai sapiens, estinta circa 30.000 anni fa) per vedere la comparsa degli uomini moderni, con una capacità cerebrale maggiore e facoltà mentali più avanzate. Ciò è avvenuto circa 200.000 anni fa, ma ci vollero molti anni ancora prima che la magica scintilla del pensiero simbolico, introspettivo, si manifestasse. Il pensiero simbolico è in grado di associare a una espressione esteriore (significante) un contenuto interiore (significato), un'immagine mentale introiettata; dall'unione tra significante e significato nasce il segno, simbolo complesso che viene trattato dalla mente, già organizzata per confrontarlo con quelli esistenti, catalogarlo, comprenderlo e infine renderlo cosciente se necessario.

La data di inizio della manifestazione del pensiero simbolico nell'homo sapiens è ancora dibattuta: sino a poco tempo fa, i reperti archeologici che indicavano capacità mentali simboliche, come l’uso del colore nelle sepolture, suggerivano datazioni intorno a 50.000 anni fa. Il colore era infatti un segno associato a un significato preciso nel rito della sepoltura, di per sé già indizio di pensiero evoluto, che solo una mente simbolica poteva immaginare. Oggi alcuni studi(3 e 4) hanno riscontrato tracce dell’uso del colore (e forse di decorazioni) indietro nel tempo sino a 70.000 - 100.000 anni fa.

Con la nascita del pensiero simbolico nasce anche la coscienza di sé, del proprio io e dell’altro, con la facoltà di introiettare le percezioni sensibili nella propria psiche, associandole a segni, immagini mentali, che li rappresentassero. Le straordinarie facoltà del cervello umano iniziarono a organizzare le percezioni, strutturandole in categorie, in schemi semplificati, su cui operare per analogia e confronto.

Possiamo solo immaginare l’effetto di questa eccezionale evoluzione nelle menti ancora primitive dei nostri progenitori; possiamo immaginare, grazie al mito che ancora contiene tracce di quei tempi remoti e alla moderna analisi dell'inconscio, che quella capacità fu sorprendente e terribile.

Quando arrivò, sublime mistero, la facoltà di pensare in modo simbolico, l’effetto fu clamoroso. All’improvviso, l’uomo si trovò di fronte non solo al Sole, l’oggetto celeste, che ogni giorno lo illuminava, ma anche alla sua immagine interiore. Fu una contrapposizione inaudita che generò inquietudine perché la nuova forza della mente evoluta, delle sue immagini, delle sue capacità evocative, era sconvolgente e incomprensibile. La mente iniziò a scavare tra i neuroni cerebrali ancora vergini di connessioni, dei percorsi mentali standard, organizzandoli in schemi e categorie, che si incunearono nelle sinapsi, e diventarono dei riferimenti in grado di tramandarsi tra le generazioni. Il cervello dell’uomo si stava riempiendo di forme primordiali, a cui via via associò dei contenuti simbolici.

Ecco, proprio quei simboli, misteriosi e indelebili, erano potenti e terribili. Per la prima volta, gli uomini si posero domande su quel mondo e su quei fenomeni inspiegabili e sul loro destino di esseri umani. Per quietare la loro angoscia, formularono a se stessi risposte di tipo trascendente. Era nata la spiritualità. Il simbolismo della psiche si pose pertanto come mediatore delle emozioni (che la mente stessa genera), controllore dell'inquietudine, formulando soluzioni trascendenti.

Dunque, alle forme primordiali prodotte dalla mente, agli archetipi più forti, proiezioni della complessità del mondo sensibile, l’uomo associò un contenuto mitico-religioso.

Fu allora, ma non sappiamo con precisione quando – forse a partire da 100mila anni fa o più tardi - che fu compiuto il passo verso la nascita delle prime credenze religiose. Prima ancora della nascita del linguaggio verbale, della parola, il linguaggio simbolico stabilì dei riti religiosi, un sistema di azioni sacre, che fossero facilmente trasmissibili e ripetibili tra le comunità umane..

Le divinità primordiali erano semplici e non antropomorfe, erano legate al mistero del Cosmo e della Natura: il sole (cui si associò un simbolo a forma di croce), la luna, legata anche a culti dell'acqua e femminili, i pianeti. Molti animali erano sacri, come il serpente, e agli uccelli assegnarono il compito di trasportare le anime dei defunti, volando nel cielo dell’aldilà.

Quegli archetipi ancora oggi, dall'inconscio, influenzano i nostri processi mentali più interiori e reconditi.

 

Nasce la parola, la “rivoluzione dei nomi”

L’uso della parola, la capacità di articolare e modulare fonemi espressivi (significante) a cui associare un’immagine mentale e dei contenuti (significato), fu preclusa ai primi ominidi, come l’australopiteco e l’homo abilis, dotati di un apparato laringo-faringeo, e di una struttura vertebrale inadeguata, in grado di emettere pochi suoni gutturali. Sembra che evoluzioni successive, come l’homo ergaster 5 risalente a circa un milione di anni fa, avessero già la facoltà fisiologica di usare la voce, come dimostrano i reperti ossei. Tuttavia il linguaggio doveva essere rudimentale, espressione di un pensiero non simbolico – dunque incapace di assegnare contenuti mentali e nomi – ma legato a precise situazioni sociali. Linguaggio concreto, come quello usato oggi dai delfini, fatto di pochi versi, delle mamme per avvisare i bimbi di un pericolo, dei maschi per annunciare la presenza di una preda e così via.

Quando arrivarono gli homo sapiens, gli uomini “moderni”, uguali a noi esteticamente, iniziarono anche a comunicare attraverso segni in forma complessa. Solo più tardi nacque la parola, dal latino parabola con ulteriore derivazione greca, che vuol dire “confronto”; in effetti, la parola è frutto di un confronto tra l’espressione esteriore - ad esempio la parola scritta “albero”, “tree” (in inglese) – e il suo contenuto mentale, l’immagine che ci suscita (il tronco, i rami, le foglie).

È probabile che l’evoluzione della parola sia avvenuta gradualmente, in parallelo con l’evoluzione della capacità mentale, all’acquisita coscienza del sé e dell’altro; migliorò la facoltà di modulare fonemi differenti, associandoli a diversi significati e infine nomi propri che mettevano in relazione le percezioni interiore con i fenomeni del mondo sensibile. La capacità di nominazione fu la prima rivoluzione della mente dell’uomo.

La formazione di un vero e proprio linguaggio avvenne progressivamente e probabilmente più tardi rispetto al sorgere delle capacità simboliche nella mente dell’uomo. Per millenni, le prime funzioni religiose dovettero essere stati affidate a gesti rituali, silenziosi o accompagnati da versi incomprensibili. È molto probabile che le prime parole dotate di significato furono legate a quei riti primordiali, visto che il pensiero simbolico produsse per primi contenuti mitico-religiosi.

A quel tempo, l’uso della parola, della capacità di nominazione, dovette essere vissuto come straordinario e sacro. Alcune parole, usate dalla classe di “eletti”, i sacerdoti, gli sciamani, detentori del potere di comunicare con gli spiriti delle prime religioni, dovevano avere valore magico. Ciò è ipotizzabile dalla tradizione della “parola magica” che ancora oggi si ritrova in molte fiabe e leggende popolari (abracadabra, apriti sesamo); di particolare rilievo è la leggenda, tramandata in alcune fiabe, che, per aprire una porta magica, richiede al mago-eroe di nominare a uno a uno tutti i suoi componenti (battente, stipite, maniglia, ecc.).

Progressivamente, l'uso della parola si affermò ed estese nella comunicazione quotidiana e di certo rappresentò un eccezionale veicolo di condivisione sociale e di trasmissione delle esperienze che ulteriormente contribuì all’evoluzione del genere umano.

 

La Natura, madre terribile

Che il mondo dovesse apparire magico e spaventoso ai nostri progenitori è evidente dal racconto mitologico, pieno di tremende battaglie divine, tramandatoci sino ai giorni nostri. Alcune paure ancestrali che ancora oggi colpiscono l’umanità, come quella del buio o certe superstizioni, sarebbero inspiegabili rispetto al nostro attuale livello di vita, che ci consente di non dover temere la notte o un gatto nero, a meno di non correlarle a quegli antichi timori degli uomini primitivi, in continua lotta per sopravvivere.

I fenomeni naturali come i fulmini, i terremoti, le alluvioni, le eruzioni vulcaniche richiamavano alla mente degli uomini una tremenda volontà superiore. La Natura era Madre, donava la vita, ma, senza alcuna pietà, poteva toglierla in ogni momento.

Tra le catastrofi naturali più tremende sopportate dall'umanità, ce n'è una, avvenuta in epoca preistorica, oggetto di studi scientifici approfonditi: l’esplosione del vulcano Toba, in Indonesia, avvenuta circa 70mila anni fa6. Quell’esplosione - la più colossale dell’ultimo milione di anni – produsse circa 7000 miliardi di tonnellate di materiale eruttivo e l’immissione in atmosfera di 6 miliardi di tonnellate di biossido di azoto, e di polveri che provocarono un immediato raffreddamento globale. Gli effetti dell’esplosione vulcanica durarono decenni, forse centinaia di anni, e, secondo alcuni autori, accelerò la glaciazione del pianeta già in atto. Lo scenario che si presentò agli occhi esterrefatti dei nostri progenitori, gracili, forse ancora nudi ed esposti alle intemperie, era apocalittico: un cielo sempre nero che oscurava il sole, il freddo intenso, le piogge continue e acide, la morte delle piante, che garantiva loro il cibo e la sopravvivenza.

Secondo la teoria del genetic bottleneck - “collo di bottiglia genetico” - quell'esplosione potrebbe aver provocato la riduzione della popolazione umana a poche migliaia di individui, mettendo a rischio di estinzione la nostra specie homo sapiens. Questa teoria, ancora dibattuta, si basa su ipotesi genetiche, e spiegherebbe il perché il DNA umano sia così poco differenziato. In pratica, discenderemmo tutti da un esiguo numero di individui, geneticamente affini.

Al momento della catastrofe, probabilmente l’uomo era già dotato di capacità di pensiero evoluto; è facile comprendere il dramma, emotivo e spirituale, vissuto dagli uomini del tempo. Unica loro speranza di salvezza era la preghiera per placare gli spiriti incolleriti, espressa mediante riti, e anche sacrifici animali e anche umani.

Anche se il mito biblico della cacciata dal Paradiso terrestre è molto più recente, secondo la ricostruzione del genetic bottleneck, per quegli uomini primitivi il terribile evento trasformò per davvero il precedente pianeta di pace, ricordato come un eden, in un inferno ove i superstiti dovettero faticare per sopravvivere.

La fine del nomadismo, la nascita del racconto

Nell'evoluzione del pensiero umano, dopo lo sviluppo della capacità della mente simbolica e successivamente della parola, l'altro evento che ha portato un impulso determinante all'evoluzione culturale, è stata la fine del nomadismo e la nascita delle prime comunità stanziali, non più basate sulla caccia e raccolta, ma sull'agricoltura e allevamento. Per milioni di anni le comunità umane vagavano incessantemente alla ricerca di prede, di acqua e di altre risorse alimentari disponibili in natura, come bacche, radici, frutti commestibili. Ciò contribuì alla progressiva diffusione del genere umano, prima circoscritto in alcune aree africane, su tutto il pianeta; tuttavia, costringeva l'umanità a “vivere solo per sopravvivere”, in una lotto quotidiana che limitava il tempo per la speculazione ideale e l'approfondimento culturale.

Il racconto sacro era basato su simboli forti ma semplici, essenzialmente legati al Cosmo e alla Natura, cui l'uomo era ancora intimamente legato. Le divinità non avevano ancora un volto umano; anzi, più spesso erano degli animali, leoni, serpenti o uccelli, aquile o sparvieri, a rappresentare la manifestazione divina.

Poi giunse un tempo, finiti gli effetti dell'ultima glaciazione, quando il pianeta assunse più o meno il clima e la conformazione delle terre emerse attuale, che l'uomo imparò a coltivare i semi della terra. Ciò avvenne circa 10mila anni prima di Cristo (l'epoca varia da territorio a territorio, da popolo a popolo), e fu davvero una scoperta straordinaria, che introdusse l'umanità nel Neolitico, un'era nuova, anche se ancora basata su tecnologie e utensili litici, “di pietra”. Gran parte dell'umanità smise la sua vita nomade, si stabilì nei territori, imparò ad addomesticare e allevare gli animali per fini alimentari. All'inizio si ripararono ancora nelle grotte, che all'inizio del Neolitico iniziò ad adornare con incisioni rupestri, i graffiti che ancora oggi possiamo vedere, anche in Italia, raffiguranti uomini e animali, ma anche simboli sacri a noi oscuri.

Nacquero poi gli agglomerati fissi, di capanne non più temporanee, che rappresentarono i primi paesi abitati da piccole comunità autosufficienti. Dopo lo sviluppo della mente, quella fu la seconda grande rivoluzione del genere umano, la cosiddetta rivoluzione neolitica. Fu allora che gli uomini iniziarono a organizzare la loro vita sociale in senso “moderno”, dando progressivamente vita alle prime forme economiche basate sul valore delle cose.

Fu allora che nacque l'Arte, la creazione poetica, la pittura, il racconto. Gli uomini e le donne, non più nudi, si abbigliarono con cura e gusto estetico. Fu però anche quello il tempo in cui, con la definizione del valore delle cose, che si iniziarono a distinguere le classi sociali e tra le tribù sorsero conflitti di potere e di territorio. Insorsero i conflitti e nacquero le armi per combatterli, armi che con l'avvento della capacità di manipolare il ferro (sempre intorno al XI secolo a.C.), diventarono micidiali strumenti di morte e non più solo di ausilio per la caccia. Gli sciamani, un tempo solo guide spirituali delle comunità nomadi, diventarono re e alla loro casta regnante si aggiunse a supporto quella dei comandanti guerrieri, armati di lance e di frecce assassine. Per la prima volta, gli uomini iniziarono a raccontare non più solo preghiere per gli spiriti, ma anche le gesta straordinarie dei combattenti, cui ben presto la leggenda assegnò valore divino. Tra i popoli più guerrieri nacquero gli Eroi, che da allora in poi arricchirono il racconto mitologico per le migliaia di anni a seguire. Le religioni acquisirono contenuti mitici complessi, finché le vecchie divinità naturali e cosmiche non furono trasformate in forma antropomorfa. E così il dio sole si trasfigurò in Ra, in Egitto, il dio serpente si associò a divinità femminili (la Dea-Madre) e Giove, il pianeta, divenne il patriarca della complessa famiglia degli dei dell'Olimpo greco, dalle fattezze, vizi e virtù molto umane. E qui siamo già nella Storia.

Dal terrore al racconto mitico

In epoca recente, nel 1815, un'analoga esplosione del vulcano Tambora a Sumatra, in Indonesia, cento volte meno potente e devastante di quella di Toba, ebbe effetti rilevanti. Nel 1816, le emissioni di polveri e gas di quell'esplosione causarono un clima gelido e piovoso in tutto l’emisfero settentrionale. In quell’anno, passato alla storia come “l’anno senza estate”, si diffusero tra la gente angoscia e timori di un’imminente fine del mondo, e molti videro quell’evento come un fosco presagio del destino dell’uomo. È interessante osservare che quel fenomeno naturale ha lasciato tracce indelebili nella narrativa e nel mito, avendo contribuito a far nascere il personaggio della creatura di Frankenstein. In quella cupa estate, alcuni scrittori inglesi in vacanza a Ginevra – tra cui il poeta Shelley con la moglie Mary e Lord Byron - per ingannare il tempo, essendo bloccati dalla pioggia e dal clima inclemente, decisero di organizzare una gara letteraria, e, vista l’atmosfera, decisero come tema quello gotico, storie di fantasmi, di morte, di paura e apocalisse. Fu quel clima a ispirare a Mary Shelley l’idea del romanzo “Frankenstein, o il nuovo Prometeo” poi divenuto un celebre mito contemporaneo.

Un altro mito, quello del diluvio universale e dell’Arca di Noè, è da tempo analizzato dagli scienziati per verificare se corrisponda a un reale evento storico. La presenza del racconto mitico dell’alluvione è ubiquitaria, diffusa in quasi tutte le culture, da quella biblica a quella mesopotamica (epopea di Gilgamesh) a quella indiana, cinese, messicana, amazzonica, dei nativi americani ecc., spesso con sorprendente analogie, e con la frequente ricorrenza del costruttore dell’Arca della salvezza. È possibile che miti simili siano stati generati da catastrofi naturali differenti, non necessariamente da una sola. Tuttavia il mito ebraico e quello mesopotamico potrebbero aver avuto un'origine comune, vista anche la relazione tra quei popoli.

Varie ipotesi si sono succedute, tra le quali quella dell’alluvione nella piana mesopotamica, sino a quella che fa riferimento alle conseguenze dello scioglimento dei ghiacci dopo l’ultima glaciazione, conclusasi poco più di 10mila anni a.C. L’innalzamento conseguente del livello dei mari, secondo questa ipotesi, sconvolse la geografia del mondo, e potrebbe aver causato inondazioni in varie parti del pianeta. Molto rilevante sul piano scientifico è l'ipotesi del catastrofico ricongiungimento del Mediterraneo con il Mar Nero, in epoca post-glaciale ridotto a un lago d'acqua dolce isolato. L'innalzamento del livello del Mediterraneo, o un forte evento sismico, frequente nell'area della Marmara e del Bosforo, avrebbe “spalancato le porte dell'acqua” con una tracimazione repentina del Mar di Marmara che si riversò oltre il Bosforo, attraverso un'immane cascata, inondando un'area vastissima, sterminando le popolazioni residenti, sino a ricostruire l'odierno Mar Nero. Ciò sarebbe avvenuto intorno al 7000 a.C. e potrebbe dunque aver influito sulla creazione mitica nella cultura mesopotamica ed ebraica (anche se l'interpretazione biblica letterale, di stampo non scientifico, fornisce la datazione del diluvio al 2348 a.C.).

Verso la fine della Preistoria, un altro evento planetario ebbe un effetto rilevante nella costruzione del patrimonio mitico dei popoli euro-mediterranei: la progressiva migrazione dei popoli indoeuropei in Europa e India e di quelli semiti nel Vicino e Medio Oriente e in Nord Africa.

Si trattò di migrazioni epocali, avvenuta a partire dalla tarda età della Pietra e sino all''età del bronzo, tra 5000 e 2000 anni a.C. Vi sono varie ipotesi sulle origini territoriali del popolo indoeuropeo, tra cui quella che partirono dall'odierna Russia, negli Urali, per poi spostarsi a sud verso l'India, e a ovest, verso l'Europa.

Caratteristica comune dei popoli indoeuropei (così come dei semiti) fu la loro unità linguistica – che ancora oggi accomuna le lingue indoeuropee - e l'organizzazione sociale di tipo patriarcale, a cui era associato un sistema mitico-religioso centrata sulla figura del dio-padre. Si trattava di popoli pastori, semi-nomadi, abili nell'uso del cavallo e della metallurgia, guerrieri, che nel loro percorso migratorio incontrarono popoli preesistenti (in Europa l'homo sapiens si diffuse intorno a 40mila anni fa), secondo alcuni studi7 a prevalente organizzazione matriarcale, anche nel senso religioso, in quanto adoratori della Dea Madre.

Le originarie popolazioni furono progressivamente sottomesse e infine soppiantate dai nuovi invasori indoeuropei, che imposero anche la nuova religione basata sul dio-padre. Analogamente, i popoli semiti imposero culti patriarcali (e monoteisti, nel caso degli Ebrei) nel Medio e Vicino Oriente e in Africa settentrionale. Così il Dio-Padre sottrasse lo scettro divino alla Dea-Madre.

Non si trattò di una sostituzione benevola: il mito ci riporta ampiamente quanto cruento dovette essere quel cambiamento epocale, e quanto forte fu la resistenza a sottomettersi, se non sul piano militare, almeno su quello culturale. Infatti, tutte le culture euro-mediterranee ci raccontano la cacciata della dea-madre dal trono celeste, ad opera di un dio padre molto agguerrito. Questo evento lo racconta bene la tradizione greca, molto esplicita nel descrivere una vera battaglia titanica – proprio dei Titani, mostruosi figli di Gea – che condurrà alla “presa del potere” dei nuovi padroni dell'Olimpo capitanati da Zeus, relegando Gea (Gaia), Madre Terra e madre dell'Universo a un ruolo meno importante, sia pur non marginale.

Al culto della Dea-Madre era legata l'immagine-archetipo del serpente (o del drago) e in molti miti si racconta la sconfitta del serpente, come nella vittoria di San Giorgio contro il drago. Nel mito greco, Apollo sconfigge il Pitone (figlio di Gea) e si impossessa dei suoi poteri e consacra a sé l'Oracolo di Delfi, prima dedicato al culto di Gea.

Tuttavia la Dea-Madre non è mai stata davvero sconfitta: ella è rimasta, forte e potente, all'interno del nuovo pantheon mitologico, con i suoi simboli quasi intatti. Ne è prova proprio l'Oracolo di Delfi, poi dedicato ad Apollo, eppure gestito da una sacerdotessa, la Pizia, che già dal nome e dai simboli a lei legati, richiamava il Pitone, ossia il serpente, la dea-Madre, vera regina del culto pitico, diffuso non solo in Grecia.

Anche la biblica cacciata di Eva e del serpente dal Paradiso Terrestre ad opera del Dio padre ha molti richiami simbolici con la sconfitta della Dea Madre.

Da questa epocale e cruenta commistione di divinità maschili e femminili, si è forgiato il nostro immaginario mitologico di uomini occidentali. La nostra cultura, si può dire, prende proprio le sue origini dall'età del bronzo, quando si stabilì il modello sociale che dette poi vita alla cultura greco-romana, da cui ancora oggi traiamo le nostre radici.

A quel punto, si può dire che la prima fase del racconto umano si conclude: da allora in poi, la narrazione assume forme poetiche moderne, che presto portarono alla creazione dei primi capolavori letterari dell'umanità, come le opere di Omero, che ancora oggi studiamo e ammiriamo.

 

1 http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2012/04/la-scoperta-del-fuoco.html

2http://it.wikipedia.org/wiki/Autocoscienza

3 http://www.lescienze.it/news/2003/12/16/news/la_nascita_del_pensiero_simbolico-587218/

4 v. Henshilwood, C. S. et al. Emergence of modern human behaviour: Middle Stone Age engravings from South Africa. Science, 2001

5 http://it.wikipedia.org/wiki/Homo_ergaster

6http://en.wikipedia.org/wiki/Toba_catastrophe_theory

7 Vedi ad es. Joseph Campbell, “Mitologia occidentale”

 

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