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PD, travolto da una reazione a catena di energia civile

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Scrivevo il 14 giugno 2011: “Ha avuto inizio in Italia una “reazione a catena”. Una reazione positiva, che avrà impatti forti su tutta la politica italiana e non solo sul governo. Tutti dovranno fare i conti con l’inequivocabile espressione, questa volta sì, del popolo sovrano.

(…) Gli elettori sono riusciti a tirare fuori una grande quantità di energia civile, di voglia di partecipazione diretta e non mediata, smentendo chi dipingeva gli italiani come un popolo ormai spento, arreso all'indifferenza e al disinteresse per la politica. (…)Si respira un'aria nuova, vibrante, una sincera voglia di rinnovamento. Lì, tra quella gente, c’è l'anelito verso un Paese fondato sulla legalità, l'ambiente e sul rispetto dei beni comuni. Tra quei cittadini volenterosi, si percepisce la vera essenza democratica. Lì si trova quella società civile che da tempo ha abbandonato l'impegno nei partiti. (…) La gente così ha ritenuto, e ha votato di conseguenza. L’utopia è dunque diventata realtà, una realtà con cui il PD, e non solo, dovrà fare i conti.”

 

Perdonate l’autocitazione, ma non mi si venga a dire che non l’avevo detto. Né che si ragiona con il senno di poi. Quello che è accaduto nelle ultime elezioni era chiaro da tempo, anche ben prima del 2011. Bastava volerlo vedere.

Avevo scritto quelle righe all’indomani della vittoria ai referendum contro il nucleare e per l’acqua pubblica, ma il senso di quelle parole andava oltre il risultato referendario.

Il PD, evidentemente, non ha saputo fare i conti con l’energia civile che stava montando nel nostro Paese. Quell’energia ha innescato una reazione a catena a favore di Grillo. Tutto prevedibile in assenza di interventi urgenti.

Era evidente la necessità di un radicale rinnovamento perché la “vecchia” politica, dopo anni di azioni inconcludenti, era ritenuta non più credibile dai cittadini. Purtroppo, il “popolo del centrosinistra” di fronte alla sfida del cambiamento, ha preferito rinchiudersi nella rassicurante sfera dell’appartenenza, che però non ha garantito il consenso atteso.

Ma non è solo un problema di uomini. Ben più serio, è un problema di contenuti e di capacità di comunicarli. Poche idee forti e troppo idee deboli hanno caratterizzato la campagna elettorale, incomprensibile, del PD. Lo stacco con il dopo-elezioni è evidente: ora all’improvviso i dirigenti PD affermano cose chiare, punti programmatici semplici. A disastro avvenuto. Tanto che ci si chiede: ma perché non hanno parlato prima in questo modo?

Da molto tempo erano ben chiare le questioni più urgenti per ridare credibilità alla politica: “rigore morale, sobrietà, politica disinteressata rivolta ai cittadini, priorità ai valori ambientali, poche parole e tanti fatti. Questa è la semplice ricetta per vincere. Come nel '92, la questione morale è tornata al centro dell'indignazione civile.

Anche su questo fronte, l’impegno del PD è stato ritenuto insufficiente dagli elettori. Ha certamente pesato lo scandalo Monte dei Paschi, in una storica roccaforte “rossa” come Siena. E qui Bersani ha mancato l’occasione per dire ciò che avrebbe rasserenato i cittadini indignati: “noi democratici condividiamo l’opportunità di una commissione di inchiesta che analizzi i rapporti, e anche gli intrecci oscuri, tra banche e politica”. Non è stato detto, e gli elettori hanno aggiunto MPS alla lista delle cose indigeste. Gli elettori di sinistra, in particolare, su certe cose non transigono. Ne coonosco personalmente tanti che hanno votato 5 Stelle a causa del Monte Paschi.

Ascoltando i commenti della gente, si nota la sempre più virulenta insofferenza verso l’aria saccente di alcuni dirigenti democratici, la spocchia tracotante nel loro modo di porgersi rispetto ai cittadini. Questo vale a livello nazionale, ma anche a livello locale, dove spesso l’apparato ha espresso figure ben poco inclini al dialogo e molto più interessate alla gestione del potere. Ciò ha purtroppo comportato che le liste PD scaturite dalle “parlamentarie” di dicembre, sia pur con qualche apprezzabile novità, fossero piene di oscuri professionisti del voto, non di rado clientelare.

Va riconosciuto al segretario Bersani di essere migliore di molti altri nel modo di porgersi, più umile e disponibile. Ma ogni volta che in video compaiono i D’Alema, i Fioroni, la Bindi – per citarne alcuni – l’impressione è che facciano più male che bene in termini di consenso al Partito.

A tale supponenza (che certo non manca anche a Beppe Grillo), non fa però riscontro almeno la capacità di dire cose chiare e comprensibili. La politica del Partito democratico soffre del peccato originale del politicismo di sinistra. Una politica fatta di mediazioni estenuanti che giungono spesso a risultati incomprensibili per i non addetti. Si eliminano le province? No, si propone “il riassetto delle competenze istituzionali con riordino territoriale”. Vallo a spiegare.

Tatticismi, machiavellismi, il privilegiare accordi anche contrari alla supremazia delle idee e dei valori. D’Alema è il miglior interprete di questa politica, che molti nel PD ritengono segno di intelligenza; a lui, invece, i cittadini più critici gli addebitano – a torto o a ragione, ma ormai indelebilmente a suo carico – la mancata promulgazione della legge sul conflitto d’interesse, per non turbare la sua Bicamerale con Berlusconi. Secondo la vulgata, tale legge mancata sarebbe l’origine di tutti i mali ma forse è una visione un po’ troppo semplicistica dell’evoluzione (involuzione?) politica e sociale italiana degli ultimi venti anni.

Devo riconoscere, di nuovo, a Bersani di essere oggi meno disposto a cedimenti. Ma ormai è tardi.

Tra la gente, spesso si sente rimproverare al PD la mancanza di coraggio.

L’afflizione del moderatismo è figlia, al solito, del tatticismo, vero male oscuro di noi democratici. Un esempio per tutti: il referendum per l’acqua pubblica. Superando il dissenso di alcuni dirigenti, sospinto dalla sua base, il PD decise di sostenere il Sì. Ora, al di là dei quesiti, non vi era alcun dubbio che, agli occhi degli elettori, il referendum fosse “per l’acqua pubblica” e in tal senso, con grande chiarezza, si erano espressi. Il PD, sia pur con autonoma deliberazione rispetto a quella del Forum proponente, poteva far propria l’istanza referendaria. Invece ha preferito  “mantenere il punto” sulla sua precedente proposta di legge, peraltro molto equilibrata, ma che non esclude affatto la gestione privata del servizio idrico. Risultato? Oggi l’acqua pubblica è uno dei cavalli di battaglia di Grillo, e uno dei primi punti strategici del programma del suo MoVimento. Giusta o sbagliata che sia, la volontà democratica espressa da milioni di elettori va rispettata. Chi la ignora, ne paga poi le conseguenze.

Analogamente per quanto riguarda la Tav in Val di Susa. I documenti (del 2006) alla base dei quali il Governo Monti ha dato il via libera all’opera, sono basati su dati vecchi del PIL del 2001, e su previsioni di traffico merci palesemente sballate. Personalmente, in un direttivo degli Ecologisti democratici avevo sostenuto una semplice tesi: finché non si è in grado di fornire dati corretti e attendibili sulle previsioni di traffico su quella tratta, la TAV non si deve fare. Invece ha prevalso la “ragion di Stato” e i maligni insinuano anche qualche interesse, ma lasciamo stare. A parte i tunnel di sondaggio, è probabile che la TAV Torino – Lione non si farà mai, semplicemente perché non serve. Per il PD sarebbe stata l’occasione per avvicinarsi ai cittadini dei territori, da sempre ostili all’opera, riaffermando la necessità di spendere meglio i soldi pubblici per sostenere le disastrate ferrovie dei pendolari. E invece, forse avremo come presidente del Senato, il portavoce dei No-Tav. Ovviamente con Grillo.

Un problema ulteriore del tatticismo, è la difficoltà a comprendere i messaggi più chiari e netti, quelli che richiedono un sì o un no. Va bene il filosofeggiare, il culto del dubbio, il metodo aristotelico, la speculazione spinoziana (tanto cara a Togliatti), ma ogni tanto, soprattutto al giorno d’oggi, c’è bisogno di scelte drastiche. O così o colà.

Era ben noto l’approccio veltroniano poco incline alle posizioni forti, tanto che fu coniato il ma-anchismo per dire che era d’accordo con un principio ma anche con il suo opposto. Veltroni, comunque, è stato colui che, al Lingotto, aveva posto le basi ideali per fondare un partito davvero nuovo. Un partito aperto, proiettato all’esterno, verso la società civile, i movimenti, le associazioni. Un partito senza recinti e inclusivo. Così nuovo, che si scontrò subito con la violenta opposizione dell’apparato per nulla disponibile a farsi da parte. Veltroni fu presto silurato e così si tornò alla vecchia idea di partito novecentesco, delimitato nel suo recinto ideale, nell’affermazione orgogliosa della propria identità storica, e per questo ben poco attraente per chi non proviene da quella storia.

È la stessa forma mentis che ha portato il PD a generare le regole più astruse che si potessero concepire per le primarie Bersani – Renzi. Le cosiddette “regole” imposte da una certa classe dirigente, sono state una vera e propria “selezione genetica della specie”. Peccato che, per limitare l’ondata-Renzi, e mantenere pura la “razza di sinistra” degli elettori, quelle norme demenziali hanno finito per impedire a centinaia di migliaia di democratici, o aspiranti tali, di votare. Solo io ne conosco tanti, gente a cui è stato rifiutato il voto e che poi hanno votato M5S.

Con le sole forze interne non si altera il moto del baricentro” recita un teorema di Meccanica Razionale, noto agli ingegneri. Ebbene, dopo anni di inutili attese che i partiti si rifondassero dall’interno, ora le forze esterne si sono materializzate nel faccione di Grillo e hanno dato uno scossone violento. Veltroni si dimise a causa delle spinte interne, ora la spinta esterna, ben più grave e meno rimediabile, costringerà alle dimissioni un intero ceto politico.

La speranza è che, almeno di fronte alla disfatta, ci si eviti una lunga ed estenuante agonia, che avrebbe esiti ancor più laceranti nel Partito. Si prenda, per quanto possibile serenamente, atto della sconfitta. Il sogno di Bersani, il nostro sogno, di formare un governo stabile di Centrosinistra è, per l’ennesima volta, naufragato. Nell’interesse del Paese, prima ancora che del PD, bisogna ripartire da una rinascita democratica. Il Movimento 5 Stelle può sostenere alcune buone idee, ma non ha un programma serio di governo, in particolare sui temi economici. È dunque probabile che si tornerà a votare, e bisognerà essere pronti. Si riparta dai grandi valori, dagli ideali che non mancano nel PD, e non dalle poltrone, ponendo al centro della politica la vita delle persone, la qualità dell’ambiente, liberandosi da interessi e privilegi. Poche cose, ma forti e chiare, portate avanti da giovani, perché è loro il futuro di questo scombinato Paese.

 

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