Libera Scrittura

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home EcoBlog Passione Civile news Dimissioni del papa: quando cambia il volto di Dio

Dimissioni del papa: quando cambia il volto di Dio

E-mail Stampa PDF

Le dimissioni del papa sono un fatto di portata immensa, e non solo storica per la loro eccezionalità; si tratta di un evento che cambia i termini del rapporto con il sacro, che va dunque ben oltre i problemi contingenti della Chiesa cattolica, martoriata al suo interno da lacerazioni profonde.

Scrivo questo post con molto rispetto, da non credente cresciuto nell'educazione cattolica; lo scrivo con lo sguardo inquieto e interessato verso i fenomeni culturali che riguardano la società umana. E queste dimissioni del papa rappresentano un cambio antropologico forte, perché definisce in modo differente come si manifesta “il volto di Dio” tra i credenti.

L'investitura al soglio di Pietro, infatti, non è un incarico qualsiasi, sia pur altissimo. La scelta del pontefice è espressione dello Spirito Santo che illumina i membri del Conclave. Questo atto divino permea di valori simbolici  trascendenti l'immagine dell'uomo che pure è chiamato a governare lo Stato Vaticano e i suoi interessi molto terreni.

Le dimissioni di un papa sono un bel problema. Persino l'imperatore del Giappone (anch'egli di divina ispirazione) o del Dalai Lama, potrebbero lasciare il loro posto con minor clamore tra i loro popoli. Se si dimette un presidente USA diventa un ex-presidente e basta. Invece il papa,  quando si dimetterà tra pochi giorni non potrà diventare nelle coscienze dei fedeli “un ex-papa” proprio per il suo divino livello di investitura. Per questo sarebbe imbarazzante la compresenza fisica dei “due papi”, il vecchio e il nuovo, nello stesso luogo.

Si dirà che non è la prima volta. Sei o sette papi si sono già dimessi nella storia, ma erano papi lontani da noi; per oltre sette secoli, il ruolo del papa è stato indissolubilmente legato alla durata della vita dell'uomo-pontefice e solo la morte poteva interrompere quel legame.

Il papa più celebre della storia che, prima di Benedetto XVI, diede le dimissioni, è stato Celestino V, reso celebre come il papa del “Gran rifiuto” dalla citazione di Dante nell'Inferno, che pure non lo nomina esplicitamente. In questi giorni mi è tornata alla memoria “L'avventura di un povero cristiano”, l'ultima opera di Ignazio Silone (1968), lavoro teatrale dedicato proprio a Celestino V. Ovviamente il paragone con Benedetto XVI è scontato, anche se quest’ultimo, fine intellettuale, sia pur di umili origini, e il povero, ignorante, eremita medioevale hanno pochi tratti in comune. Celestino rimase sconvolto dalla ricchezza e dalla simonia che trovò nella Curia: lui, povero cristiano riteneva di servire meglio il Cristo in povertà, e anche nei santi palazzi vaticani preferì dormire per terra, invece che in un comodo letto regale. Poi si rese conto di dove si trovava, e con chi aveva a che fare, e preferì tornare eremita nella sua terra abruzzese.

Analogamente, le cronache delle ultime ore sono piene di indiscrezioni sulle possibili cause delle dimissioni di papa Benedetto, turbato per quel che accade nei medesimi palazzi. Quei vizi medioevali si ritrovano oggi aggiornati ai tempi moderni. Ora non è più il tempo di citazioni sui seguaci di Simone Mago, i simoniaci che Dante maltratta nell'inferno come “rapaci di oro e d'argento” ma non v'è dubbio, da quel che riportano le cronache, che nella Curia di oggi non manchi la brama di denaro e di potere; così come è presente il vecchio, oggi molto tollerato, vizio della lussuria. Ma sarebbe riduttivo costringere le dimissioni di un papa a fatti di cronaca, sia pur altamente deplorevoli.

Possiamo immaginare il drammatico sconcerto che nel lontano 1300 seminò tra i fedeli la decisione del papa Celestino; Dante, che era “uomo di mondo” le affronta con viva modernità di pensiero, ma per la gran parte della popolazione devota dovette rappresentare un inquietante segno divino.

Tra i credenti nella Chiesa millenaria, in parte lo è ancora oggi, e infatti le reazioni problematiche al gesto di papa Ratzinger testimoniano ancora la presenza di contenuto sacro dentro un gesto così semplicemente umano. Ancora oggi, come al tempo di Dante, molti provano lo stesso sconcerto degli umili medioevali di fronte al Gran rifiuto di Celestino. Eppure, si sente che qualcosa di importante per la storia della cultura umana è avvenuto: irrompe la modernità anche nella sfera più sacra, che le dimissioni del papa illuminano con tutta la forza di un gesto forte e definitivo. Solo sessant’anni fa, il loro clamore sarebbe stato ben altro, e forse non sarebbero state neanche immagini per papi come lo ieratico Pio XII. Sino a pochi anni fa e per secoli il papa era di per sé una figura sacra, espressione della volontà del Cristo sulla Terra. Certo si è sempre distinto l’uomo “sul soglio di Pietro” dalla sua funzione divina, tanto che anche nel cinico linguaggio popolare si dice “morto un papa se ne fa un altro”. Però non c’è dubbio che sulla figura del papa vivo e in carica, si siano da sempre accese simbologie e riti sacri che conferiscono all’uomo che indossa quei paramenti un valore direttamente collegato con il divino. I gesti del papa, sono espressione rituale, ispirati dallo Spirito Santo che gli ha conferito quel ruolo; la parola del papa, quando parla ex-cathedra (e non solo), è dotata del carisma dell'infallibilità, che gli consente di produrre dottrine come verità rivelate, dono diretto del Cristo per diffondere la salvezza universale.

La stessa definizione di “soglio pontificio” fa riferimento al trono (soglio) riservato agli imperatori romani di investitura divina, e, per l’appunto, ai papi. In un contesto religioso del genere, per secoli sarebbe stato difficile scendere dal soglio pontificio come da una qualsiasi seggiola. Il papa non andava in pensione come un qualsiasi altro lavoratore, perché il suo datore di lavoro è Dio in persona. La rinuncia a quel trono divino doveva essere percepita come atto terribile e annunciatore di foschi presagi.

Oggi invece lo sconcerto dei fedeli, che pure c'è ed è profondo, è già stato metabolizzato; si accettano giustificazioni di modesto rilievo: “è stanco, è anziano”, oppure più complesse ma comunque insufficienti per l’ambito sacro che quell’atto coinvolge: “è un intellettuale che non ha sostenuto il peso del governo della Chiesa”. Quest'ultima spiegazione appare poco plausibile se letta in relazione con la biografia di papa Benedetto. Non si tratta di un intellettuale eremita, vissuto tra i libri lontano dalla Curia e trovatosi all'improvviso in un ruolo a lui inadeguato, come avvenne per papa Celestino. Papa Ratzinger svolge da decenni ruoli chiave e di potere all'interno della Curia romana, a cominciare dal 1981 quando assunse il compito cruciale di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l'ex – potente e terribile - Sant'Uffizio che sino a pochi decenni fa (1966, sic!), gestiva anche l’Indice dei libri proibiti da censurare. In quella veste, il cardinale Ratzinger si trovò ad affrontare questioni spinose come il rapporto con la teologia della Liberazione, censurata perché politicamente schierata a sinistra (1984, 1986); ciò, insieme con altre posizioni, come quella sulla omosessualità, considerata “un disordine mentale”, o su posizioni intransigenti sulla bioetica e contro ogni manipolazione genetica, ha portato molti di area progressista a definire Ratzinger “di destra”. Certe categorie della politica non s’adattano del tutto alle questioni che riguardano la fede; lo comprese bene l’ecologista Alexander Langer, che nel 1987 sottoscrisse una lettera di alcuni ambientalisti in difesa del cardinale tedesco. Una volta diventato papa, Ratzinger ha in effetti posto più volte l’accento, anche in modo forte e solenne, sulla necessità e l’obbligo di tutelare l’ambiente (il Creato) e fermare l’inquinamento e i cambiamenti climatici.

Ratzinger, d'altronde, censurò anche le derive “di destra” (qui la definizione è pertinente) della Chiesa: nel suo ruolo di prefetto, guidò il papa Wojtyla sino alla scomunica dell'arcivescovo tradizionalista francese Lefebvre (1987), contrario alle aperture del Concilio Vaticano II, dopo anni di rifiuti di sottomettersi alla volontà pontificia. Insomma, tutto si può dire di Ratzinger ma certo non è uno che non conosce bene i meccanismi della Curia romana. Oppure, anche nel suo autorevole ruolo precedente, non era a conoscenza di molti affari interni della Chiesa, in qualche maniera schermati dalla grande figura di papa Giovanni Paolo II.

Eppure, negli anni del papato di Karol Wojtyla ne sono successe di storie strana che hanno generato sospetti su oscure connivenze nelle alte gerarchie ecclesiastiche. Sono gli anni bui del delitto Ambrosoli (1979), della morte di Roberto Calvi (1982) il “banchiere di Dio”, finito impiccato sotto il “ponte dei frati neri” (altro nome dei Domenicani) a Londra; dell'omicidio dell'altro banchiere di Dio, Sindona (1986), della scomparsa di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, e di Mariella Gregori (1983). Sono gli anni della spregiudicata gestione dello IOR (la banca vaticana) da parte del cardinale Marcinkus e dei pericolosi contatti con esponenti della banda della Magliana. Un quadro veramente fosco, a cui in anni più recenti si aggiunge lo scandalo mondiale della pedofilia, che in particolare negli USA ha messo in ginocchio la Chiesa americana.

Forse, all'”intellettuale” cardinale Ratzinger certe vicende torbide – e molto terrene - in cui s'era invischiata una parte della gerarchia ecclesiastica sono state celate. Una volta papa, però, Benedetto XVI non ha potuto non vedere. E dalle sue stesse recenti dichiarazioni, quello che ha visto non gli è piaciuto affatto.

Si ripropone dunque la storica contrapposizione tra l'utopia e l'opportunismo, tra la spiritualità di Celestino e la potenza temporale ripristinata da Bonifacio VIII che gli succedette. Lo stesso dilemma che trattò Ignazio Silone nella sua opera, dove descrive il papa eremita Pietro da Morrone con molta comprensione, a differenza di Dante che, nel Canto III della Commedia, lo condanna nell'anti-inferno tra gli ignavi e i vigliacchi. Dante, nella sua condanna, mette in conto anche il danno personale a lui causato dalle dimissioni di Celestino V, essendo stato il suo successore Bonifacio VIII responsabile del suo esilio da Firenze. Per Silone, le dimissioni di Celestino V sono lo spunto per una metafora sulla purezza delle idee che si scontra con la cruda realtà della gestione del potere. Silone se ne serve anche come metafora della situazione all'interno di un'altra “chiesa”, quella comunista, sullo scontro tra Trockji e Stalin, tra utopia e potere, finito tragicamente con la condanna e l'omicidio del primo.

Dunque la contrapposizione tra fede e simonia, tra fede e peccato, tra utopia e gestione del potere, è millenaria nella Chiesa; ma se oggi Joseph Ratzinger ha potuto esplicitare con le sue dimissioni che la misura è colma, lo ha potuto fare perché ormai anche la dimensione spirituale del sacro è cambiata nel mondo moderno. Lui, strenuo combattente del relativismo, con il suo gesto ha accettato di rivelare una nuova immagine divina. Da domani, i gesti dei papi saranno più vicini ai nostri, le loro parole non così facilmente infallibili, e già il prossimo pontefice dovrà fare i conti con questa sua nuova umanità. Grazie al gesto di Benedetto XVI, forse - se non si sceglierà un nuovo Bonifacio VIII - una nuova strada per la Chiesa potrà iniziare.

 

Promuovi questo sito su GOOGLE



Banner