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SULCIS L'ULTIMO INGANNO

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Chi li conosce sa che i sardi sono gente seria e onesta che non ama essere presa in giro. Nello sguardo dignitoso di quei minatori del Sulcis, che si sono barricati nel loro carbone a 400 metri di profondità, si legge l'amara consapevolezza di essere stati ingannati, per anni. "Terremo in vita la miniera, useremo quel carbone per una nuova centrale, e i gas inquinanti li inzepperemo dentro la stessa miniera"... tutte balle. Lo sapevano, politici e imprenditori, che quel carbone, estratto con tanta fatica e orgoglio, è inutilizzabile, perché troppo “sporco” e pieno di zolfo. Una roba velenosa.

Quante fregature, quante illusioni, speranze tradite. E non certo da oggi, ma dai tempi della SIR dell'ingegnere milanese Nino Rovelli, bello come Clark Gable con quei baffetti, ma un furbo matricolato, che sul petrolchimico di Porto Torres fece la sua fortuna. Da lì s'inondò l'Italia di plastica, il polipropilene, quel Moplen che negli anni '60 era persino diventato un tormentone pubblicitario grazie al bel sorriso di Gino Bramieri, a Carosello. Sulla SIR vi riporto il commento di un amico di un paese dell'interno, fiero barbaricino: “In quegli anni persino in Barbagia arrivò l'attrazione dei poli industriali e molti lasciavano la terra per diventare operai. A uno di questi, Nanni Sanna, glielo dissi che era matto: meglio servo pastore nella tua terra che servo di un milanese. Se diventiamo tutti operai chi coltiverà i campi, chi curerà le bestie? Nanni però era convinto: è il progresso, diceva, non possiamo restare pastori, l'uomo è arrivato sulla luna! E io gli rispondevo che noi, i nostri avi, la luna la conosciamo già per quel che ci serve, per i suoi effetti sulle greggi e sui raccolti, e non avevamo alcuna necessità di metterci i piedi sopra.” Certo, il l'orgoglioso estremismo conservatore del mio amico non è del tutto condivisibile, ma è un fatto che sui poli industriali sardi per anni sono state accumulate fortune economiche e politiche forestiere – penso allo stesso Andreotti con Rovelli – che non hanno consentito alla Sardegna di sviluppare un proprio modello autonomo di sviluppo, più compatibile con il suo meraviglioso territorio. E ora, di quella pretesa industriale restano macerie ambientali e sociali. A Porto Torres – a pochi chilometri dal paradiso di Stintino – la SIR ha lasciato un gigantesco inquinamento per gli sversamenti avvelenati avvenuti nel corso di decenni, che ora si pretende di bonificare, altra pia illusione, al costo di centinaia di milioni di euro. Vai a raccontare quei sogni industriali agli operai della Vinyls che, da cassaintegrati, si sono auto-rinchiusi per oltre un anno nelle celle dell'ex carcere dell'Asinara. L'”Isola dei cassaintegrati” si erano ironicamente definiti, contrapponendo l'Asinara a quella televisiva “dei famosi”. Oggi purtroppo l'isola dei cassaintegrati rischia di diventare l'intera Sardegna. Per una parte degli operai della Vinyls, almeno, si è aperta la speranza della “chimica verde”, quell'innovativo comparto della green economy che permetterà di produrre la nuova eco-plastica (con brevetti italiani) ottenuta dalle fibre vegetali, ricavate da scarti alimentari o ottenute da coltivazioni ad hoc. Una gran bella cosa, ma per ora lontana dal poter ricostruire per intero i posti di lavoro perduti. Però non c'è dubbio che quella è la strada, ma andava iniziata già venti anni fa, quando il disastro produttivo della Sardegna s'era già annunciato e delineato.

Non parliamo poi della terra. L'incapacità e l'inettitudine della politica sarda (e nazionale) hanno condotto allo rovina anche un comparto che poteva vantare prodotti di qualità ottenuti da tradizioni antichissime. Se questo è l'anno dei minatori e degli operai del Sulcis, non dimentichiamoci che l'anno scorso avevamo assistito alle battaglie dei pastori, messi in ginocchio da politiche di mercato e di incentivazione semplicemente folli. Così si erano ritrovati i magazzini pieni di pecorino invenduto e un prezzo del latte di pecora non più competitivo con quello estero. Analogamente per i prodotti della campagna. Con lo sconcertante risultato di avere oggi il formaggio sardo fatto anche con il latte romeno, il porcheddu polacco e il pane carasau fatto con la farina australiana, perché costa meno. I dati sono agghiaccianti: nel giro di cinque anni metà del territorio agricolo dell'isola è stato abbandonato (fonte: Facoltà di Agraria, Univ. di Sassari). I lavoratori pagano decenni di inettitudine politica e amministrativa, e ora è difficile venirne fuori.

Stare in Sardegna significa dover fronteggiare dei continui paradossi, confrontarsi con degli estremi inconciliabili. Da un lato, i minatori sprofondati nel ventre della terra e senza speranza, dall'altra i ricconi sui giganteschi yacht che, sopra le lussuose stanze sotto coperta si godono il sole della Costa Smeralda; da una parte, la fiera ostinazione del contadino Ovidio Marras di Capo Teulada, che non intende rinunuciare alla terra sua e dei suoi avi, dall'altra gli interessi miliardari di Benetton e dei suoi lobbisti che su quella spiaggia, ultimo paradiso intatto in quella zona, ci vorrebbero costruire un mega-villaggio vacanze. Anche a costo di cementificare i campi del signor Ovidio, unico ostacolo al loro progetto.

Insomma nell'isola la politica nazionale e locale ha dato il peggio di sé, dimostrando l'incapacità di una classe dirigente nel guidare un percorso che pure poteva essere virtuoso; invece si è proceduto o con eccessi dirigisti, sbagliati e inefficaci perché ignari della specificità sarda, o con incredibili debolezze, con azioni inconsistenti e vane. Quello del Sulcis è un disastro annunciato.

Il Governo ora cerca di trovare una soluzione, anche con il supporto della UE. Nonostante la buona volontà, consentitemi di avere dei dubbi. Spero solo che non si risolva nell'ennesimo inganno, con qualche promessa pre-elettorale. Si dica dunque la verità, e poi da lì si riparta con qualche proposta seria. Finiamola con la storia del carbone e della cattura in miniera dell'anidride carbonica. L'Enel – lo aveva ampiamente affermato - non è interessata a investire su innovativi e costosi sistemi di “cattura e sequestro” dell'anidride carbonica (CCS) nell'area sarda. Dove, peraltro, l'economia è al tracollo e neanche serve più l'energia perché non c'è più chi la utilizza: se, malauguratamente, si completerà entro ottobre il fermo dei grandi impianti dell'Alcoa di Portovesme, che produceva alluminio, si dissolverà un quinto dell'intero fabbisogno elettrico dell'isola. E un altro migliaio di lavoratori del Sulcis si troveranno senza lavoro né prospettive.

Anche Eon ha bloccato l'aggiornamento dei due moduli a olio combustibile, vecchi come il cucco, della centrale di Fiume Santo; quei moduli sono un pericolo costante per l'ambiente, e pochi mesi fa sono stati responsabili di un pesante inquinamento della costa settentrionale dell'isola. Dovevano essere aggiornati portandoli al mefitico carbone; ma è tutto fermo, l'economia dell'isola è ferma e se non si interviene, l'isola dei cassaintegrati sarà un'amara realtà.

È evidente che intervenire a disastro avvenuto è molto complesso; secondo me, bisognerebbe ripartire dal territorio, dalla sua specifità, per troppi anni ignorata. E allora si riprenda a valorizzare il “prodotto sardo”, quella ricca varietà di sapori che vengono da un'antica cultura. Si trovi un modo per far tornare a coltivare i campi attraverso marchi di qualità e di indicazione tipica. Il grano duro della Nurra o del Campidano, “su laore” in Sardo, produce farina ricca di aromi che rendono al pane sardo un sapore caratteristico, che non è lo stesso se si fa con la farina del Canada. Si valorizzi l'olio e lo straordinario vino, si riprenda una sana politica di mercato per allevatori e pastori. Si formino risorse specializzate che possano fronteggiare la concorrenza con la qualità. Bisogna tornare a lavorare la terra, in modo avanzato e scientifico, ma mantenendo intatta l'esperienza di una tradizione millenaria. S'investa poi in un turismo più intelligente valorizzando l'immenso patrimonio archeologico di una terra antichissima e magica: vicino a Sorgono, nel Mandrolisai, ci sono centinaia di menhir che al confronto il tanto celebrato Stonehenge è un sito di quattro pietre. Eppure, quei preziosi reperti giacciono abbandonati in un campo pieno di sterpi e quasi inaccessibile. Lì c'è un patrimonio immenso che nessuno fino ad ora ha voluto valorizzare.

Le aree industriali e le miniere dismesse si valorizzino con il turismo o si rendano di nuovo produttive con le energie rinnovabili. Questi sono interventi che richiedono tempo, ma, credo, siano gli unici che in prospettiva possono garantire qualcosa di duraturo. Le risorse ci sono e c'è anche la straordinaria laboriosità del popolo sardo. Quello che non deve più accedere è sentire dalla voce amareggiata di un minatore rinchiuso sottoterra: “Noi difendiamo il nostro carbone perché solo questo abbiamo, lì di sopra non abbiamo assolutamente nulla, è il deserto.” Non è così, non può e non deve essere così. Forse un tempo la Sardegna era Atlantide, l'isola dei tesori; oggi il suo tesoro è la sua storia, il suo paesaggio e la sua gente. Solo una politica incapace non riesce a capirlo.

 

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