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Salviamo gli studi di Cinecittà dalla speculazione e dal cemento

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Quando ho appreso che Cinecittà Holding intende abbandonare gli studi cinematografici sulla Tuscolana, dove invece sorgeranno alberghi di lusso e centri fitness, sono stato scosso da un brivido di indignazione. Io a Cinecittà – il quartiere che dagli studi del cinema prende il nome - ci sono nato e ci vivo tutt'ora. Un quartiere, un po' come Hollywood, con le debite proporzioni, che è nato intorno agli “Studios” e ne ha respirato l'aria. Pasolini era lì in un ferragosto che “ardeva bollente” a consegnare la sceneggiatura di Accattone il giorno in cui io nascevo, trecento metri prima, nella Clinica Tuscolana. Fellini, quando nel 1980 fu inaugurata la linea A della Metropolitana, prendeva la metro per andare agli Studi, e molti lo ricordano come un comune, schivo pendolare del mezzo pubblico. Sin da ragazzini, molti dei miei compagni facevano la fila per un posto di comparsa in qualche film, non tanto per la paga, che comunque era buona, a quei tempi, ma per vedere da vicino le tante star che in settant'anni hanno calcato le strade dello stabilimento sulla Tuscolana. È inutile citarli, perché ci sono passati  praticamente tutti, sino ai giorni nostri, con Tom Cruise, Di Caprio, Woody Allen. L'indignazione mi sale proprio perché anche in questi anni di crisi, Cinecittà ha continuato a lavorare, a girare film internazionali, puntando sull'eccellenza delle maestranze e sulla qualità dei servizi. A causa della concorrenza dei paesi emergenti sono diminuiti i film a basso costo, ma non è questo il mercato a cui punta Cinecittà, che è quello del cinema di qualità.
Allora mi chiedo: può un'impresa, senza dover rendere conto a nessuno, neanche al territorio che per decenni l'ha ospitata, decidere lo spacchettamento, la vendita e la delocalizzazione?
Nel mondo del liberismo sfrenato lo può fare, un mondo dove l'unica regola è l'interesse economico, anzi, peggio, quello finanziario. Dove non esiste il principio della responsabilità sociale delle aziende. Pensiamo a Termini Imerese: per anni, la FIAT grazie anche a ingenti contributi e incentivi pubblici, ha inciso sulla vita e sullo sviluppo di quell'area sulla costa settentrionale della Sicilia. Una zona bellissima, che avrebbe potuto, in alternativa, puntare sul turismo. Invece lì è arrivata la FIAT e ha cambiato i connotati sociali e ambientali di quel territorio. A Palermo molti giovani s'iscrivevano a scuole tecniche o alla Facoltà di ingegneria meccanica perché c'era la FIAT; e molti altri hanno deciso di diventare imprenditori per soddisfare il grande giro dell'indotto che una fabbrica di quel tipo porta sul territorio. E poi, di punto in bianco, un Marchionne qualsiasi decide che da domani lì non ci sarà più nulla, perché ora le auto conviene farle in Serbia, perché lì ci sono i nuovi incentivi e la manodopera a basso prezzo. E quel territorio che la FIAT stessa ha cambiato, ne ha alterato i connotati sociali, ma anche paesaggistici e ambientali, può andare a farsi friggere.
Ovviamente questo tipo di imprenditore mi fa ribrezzo. Per fortuna in Italia abbiamo tanti altri esempi di imprenditori coscienti e consapevoli che il loro mestiere non è libero da responsabilità né privo di etica. Business is business è solo una parte di una verità ben più complessa.
E a Cinecittà, fatte le debite proporzioni, sta accadendo qualcosa di analogo. Un'azienda che abbandona un territorio da lei stessa forgiato, un quartiere che addirittura ne prende il nome. Con in più un'aggravante: gli studi di Cinecittà non sono di proprietà privata: è roba pubblica, come è pubblica l'intera area su cui poi l'impresa produce i suoi profitti. Allora l'indignazione aumenta, perché quell'impresa, ha un bel debito con la collettività. Non dovrebbe poter fare quel che vuole. Ma qui il problema è la debolezza di una politica che non è più capace di tutelare neanche i simboli più prezioni dello straordinario talento italiano.

 

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