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Il cemento che ha coperto Roma e tutto il Belpaese

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I dati sull’avanzata del cemento in Italia sono impressionanti, con impatto pesante sull’inquinamento; e a Roma, Alemanno medita il raddoppio delle cubature a Romanina, in una delle aree più congestionate della Capitale. Per far contento il costruttore Scarpellini.

 

Secondo la mitologia greca, Medusa, regina delle Gorgoni, dai capelli formati da serpenti e con denti aguzzi come zanne di cinghiale, era in grado di trasformare in pietra chiunque osassa guardarla.

 

Una reincarnazione più moderna dell’orrida Gorgone solca da anni il nostro territorio italiano, trasformando in cemento tutto ciò che vede. Richiami mitologici a parte, il dato sulla metamorfosi del nostro Belpaese è inequivocabile: secondo un allarmante dossier del WWF e del FAI[1] appena pubblicato, ogni giorno in Italia vengono sottratti al verde e cementificati 75 ettari di territorio. Ogni giorno ricopriamo di mattoni e asfalto l'equivalente di 100 stadi di calcio. Ogni giorno. Dal dopoguerra abbiamo cementificato una superficie equivalente a quella di due grandi regioni italiane. I dati sono impressionanti: ogni anno produciamo in Italia 36 milioni di tonnellate di cemento, pari a 600 Kg procapite, il doppio della media europea, il triplo del Regno Unito. Siamo il primo produttore europeo di cemento, seguiti in questo poco invidiabile primato dalla Spagna, che infatti, anche per la bolla edilizia, incentivata dal governo Zapatero, ha subito un tracollo finanziario.

In questi giorni, a Roma si discute del tentativo del sindaco Alemanno di raddoppiare, con un accordo di programma, i pesi edificatori già previsti dal Nuovo Piano Regolatore Generale in un'area a sud-est, oltre il Grande Raccordo Anulare, identificata come “centralità Romanina”. Secondo le intenzioni del sindaco, le nuove cubature nella centralità dovrebbero passare da 1,13 milioni a oltre 2 milioni di metri cubi, con l’aggravante ulteriore di una perdita di aree a servizi pubblici a vantaggio di edilizia residenziale. Una vera colata di cemento, di palazzi da otto piani, in una delle zone più congestionate della Capitale. Secondo i comitati di quartiere, le associazioni ecologiste e il Partito democratico, si tratta di una pura speculazione edilizia per favorire il costruttore Scarpellini.

Purtroppo, fare politica con il mattone è da sempre una pratica consolidata di molte amministrazioni italiane, di destra, ma anche di sinistra. In Italia si è costruito ovunque, con o senza la concessione edilizia, in modo abusivo o con la connivenza dei sindaci, anche in zone impossibili, aree dissestate, di frana e golenali, di espansione fluviale. Molto spesso, si è costruito male, case fragili in zone sismiche, case brutte e non adeguate al risparmio energetico; talvolta, degli imprenditori criminali hanno risparmiato sulla qualità del cemento, mettendo a repentaglio la vita delle persone.

Dagli anni '60 ai più recenti casi di cronaca di questi giorni, gli interessi dei politici e quelli dei costruttori si sono spesso saldati in intrecci spesso torbidi, che talvolta sono sfociati in finanziamenti illeciti ai partiti o alle campagne elettorali di candidati compiacenti; in cambio, i proprietari fondiari e i costruttori hanno ottenuto che i terreni agricoli diventassero edificabili, che servizi importanti venissero spostati “ad arte” per valorizzare certi terreni privati.

Le imprese edili rappresentano una lobby molto influente in Italia, per la disponibilità di capitali, per il numero notevole di addetti - buon bacino elettorale in prossimità delle elezioni - e il possesso di quote importanti di organi di informazione, giornali e televisioni. Grazie a questa influenza, la cementificazione del territorio italiano è proseguita per anni indisturbata.

Anzi, l’edificazione è stata incentivata con azioni legislative in suo favore, vere leggi ad caementum - come l'Art. 195 del decreto legislativo 267 del 2000 (legge finanziaria del governo Amato). Prima di quell'articolo, la legge 10/1977 “Bucalossi” (e le successive modifiche) disponeva che i cosiddetti oneri di edificazione, pagati dai costruttori ai comuni, fossero vincolati alla realizzazione di opere di urbanizzazione primaria, come le strade e le fogne, e secondaria, come le scuole. Quella legge del 2000, invece, ha consentito ai comuni di usare quei fondi per fare cassa e finanziare le spese generali. È facile immaginare che, in un Paese dai bilanci comunali spesso in rosso, molti amministratori abbiano utilizzato in modo indiscriminato il cemento per coprire i loro buchi finanziari. Devastando il loro stesso territorio e costruendo quartieri poco vivibili perché spesso mancanti di strade, trasporto pubblico e servizi essenziali.

Cementificare non significa solo oltraggiare il paesaggio. Il cemento è uno dei principali responsabili delle emissioni di gas serra che provocano i cambiamenti climatici. È ormai accertato che il riscaldamento globale sta procedendo a ritmo accelerato: a causa dell’aumento di energia (calore) i fenomeni climatici s’incrudeliscono, provocando da un lato siccità e desertificazione, dall’altra alluvioni e inondazioni. La situazione è grave e tutti i paesi (anche quelli prima restii, come Cina e USA) sono ora consapevoli che bisogna ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) nei prossimi anni, se vogliamo garantire un pianeta vivibile alle prossime generazioni.

Il cemento, invece, va nella direzione opposta: per ottenere il clinker, il cemento-base di quasi tutti i composti usati in edilizia, si mescolano argille e calcari, contenenti in gran parte carbonato di calcio, che, durante la cottura ad altissima temperatura (circa 1400°C), libera anidride carbonica. Inoltre, per operare a quelle temperature, i cementifici usano per lo più combustibile fossile, generando altra CO2 e varie sostanze tossiche e polveri sottili. Così, per ogni tonnellata di cemento prodotto, si sparge nell'atmosfera più di mezza tonnellata di anidride carbonica. Alla faccia del protocollo di Kyoto, negli anni dopo il 2001 le emissioni di anidride carbonica dai cementifici in Italia sono aumentate del 22%, portando questo materiale a essere responsabile di quasi il 6% del totale delle emissioni nazionali, che sono state pari a 491 milioni di tonnellate (Mt) equivalenti di CO2 nel 2009 (fonte ISPRA).

Dunque, la costruzione di un nuovo quartiere di milioni di metri cubi comporta di per sé un grave inquinamento e aumento delle emissioni, sia per il cemento, sia per le attività legate alla costruzione e al trasporto dei materiali. E poi il nuovo quartiere diventerà abitato, vivo, e servirà energia e combustibile per farlo funzionare, riscaldare, illuminare e carburante per la mobilità. Ciò significa fornire milioni di chilowattora ogni anno per alimentare quel pezzo di città. Produrre energia, a meno che non provenga esclusivamente da fonti rinnovabili, significa bruciare gas e altri combustibili fossili, e dunque immettere anidride carbonica nell'atmosfera.

Costruendo nuovi quartieri in aree prima verdi, si crea comunque un danno ambientale e, anche se con l’uso di energia rinnovabile, impianti a cogenerazione a biomasse, vetri termici e illuminazione a led si può ridurre l’impatto, tale impatto non sarà zero.

È evidente che l’urbanistica di una città non può essere vista solo alla luce della questione delle emissioni, tuttavia gli amministratori locali dovrebbero essere più coscienti di questo problema, prima di approvare nuove costruzioni. Dovrebbe esserne cosciente in particolare il sindaco di Roma Capitale, Gianni Alemanno, che il 4 maggio 2010 ha sottoscritto il Patto dei sindaci europei per le energie sostenibili, promosso dalla Commissione europea, che impegna i comuni a ridurre del 20% le emissioni climalteranti dal 2003 (a Roma erano pari a 11 Mt equivalenti) al 2020[2]. Roma deve dunque scendere a 8,8 Mt, ma la strada è ancora lunga (siamo a 10,1 Mt nel 2010) ed è preoccupante che nel 2010 le emissioni di Roma hanno ripreso ad aumentare. Nuove edificazioni dovrebbero essere vincolate a criteri rigidi di riduzione dell’impatto inquinante e a reali necessità di interesse pubblico, riducendo i nuovi metri cubi oltre il GRA, che, estendendo oltre misura la città, comporta pesanti necessità di mobilità e di trasporto pubblico. Non sembra però essere questa la visione del sindaco Alemanno, quando auspica il raddoppio del cemento a Romanina e l’incremento della quota residenziale; né è chiaro quali reali prospettive abbia tutta questa nuova edificazione in un mercato immobiliare già saturo e ora anche penalizzato dalla tassazione più alta.

Se poi, contro la logica e contro l’interesse collettivo, tale speculazione dovesse andare avanti, comporterebbe anche la chiusura di un “corridio ecologico”, lo spazio vuoto di separazione tra Roma e i Castelli Romani, anche necessario ai fini della protezione dell’ecosistema faunistico romano.

Ciò non significa che a Roma non si possa fare nulla. Il 60% degli immobili romani2 non è adeguato ai criteri di efficienza energetica previsti dal Piano d’azione di Roma Capitale per la riduzione delle emissioni; allo scopo, sono stati stanziati investimenti per 5 miliardi di euro sino al 2020. E allora, anziché nuovo cemento, si privilegino le ristrutturazioni energetiche di vecchi edifici e le ricostruzioni ecologiche: nell’incontro Monti – Alemanno del 28 febbraio si è parlato della cessione dal demanio statale alla disponibilità comunale di 15 caserme dismesse, molte delle quali in aree pregiate del centro. Una superficie enorme che, se ben utilizzata, può ridare vita e servizi a un centro storico troppo spesso ridotto a mera vetrina per turisti. Il timore che tutto si risolva nel costruire residenze di lusso, ennesima speculazione, è forte. Ormai, però, non si può procedere con gli stessi criteri che hanno causato la devastazione del territorio nazionale. Medusa, l’orrida Gorgone pietrificatrice, va fermata. Non serve la protezione della dea Atena, che donò a Perseo lo scudo per uccidere il mostro; basterebbe avere dei buoni amministratori che pensano al bene comune.

 

 


[1] “Terra rubata”, 1 febbraio 2012

[2] Fonte: SEAP (Sustainable Energy Action Plan – Piano d’azione per l’energia sostenibile) di Roma Capitale, 2011

 

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