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Dall'incredulità di Coleridge alle bugie di Berlusconi

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Agli inizi del 1800 il poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, parlando dell'arte degli scrittori, individuò nella narrazione l'arte che riesce a “sospendere temporaneamente l'incredulità” dei lettori (“a temporary suspension of disbelief”) tanto da poter rendere plausibile anche l'impossibile. In un'opera letteraria, i lettori sono dunque disposti ad accettare “l'inganno magico” della narrazione, la sua finzione – non a caso in inglese “fiction” - le bugie condivise con lo scrittore.

Ebbene nell'Italia di oggi c'è una quota della popolazione che sembra aver esteso questa nobile peculiarità delle opere narrative alla meno nobile narrazione politica di Silvio Berlusconi. C'è dunque una parte d'Italia disposta a credere plausibile l'impossibile, se è Silvio a raccontarlo. È certo che, se non fosse intervenuto in modo pesante in prima persona il premier, sfruttando i mezzi a lui ben noti della comunicazione, anche in modo improprio, i risultati elettorali sarebbero stati ben diversi.

Per chi come noi ha una certa visione della democrazia e delle regole, la sconfitta di queste elezioni – perché di sconfitta si tratta - lascia una profonda amarezza. Sorprende, ai nostri occhi ingenui, come non vi sia stata, da parte della maggioranza degli italiani, una ferma reazione di rigetto, una risposta democratica al fenomeno degenerativo della politica di Berlusconi.

Se però andiamo a guardare i dati elettorali con attenzione, scopriamo che il PdL ha perso ben più di 2 milioni di voti rispetto alle europee; il problema è che anche il PD ne ha persi, dunque non solo non è stato in grado di intercettare quel dissenso, ma neanche di mantenere il proprio elettorato.

Al di là della capacità di Berlusconi di “incantare” una parte degli italiani, è evidente che il PD non risponde più alle speranze suscitate dalla sua nascita.

A livello nazionale, certe scelte d'apparato non suscitano nessuno slancio ideale, nessuna “emozione” anzi spengono i pochi residui entusiasmi e i voti fuggono via.

I problemi per il PD sono molti, interni ed esterni. L'Udc o prima o poi tornerà alla sua collocazione naturale di “centro del centro-destra” e darà un altro colpo alla politica bersaniana del “nuovo Ulivo”. E poi c'è il fenomeno Cinque Stelle, con il quale bisognerà fare i conti: il fenomeno-Grillo, fuori dagli schemi destra-sinistra, è destinato a crescere, insieme con l'astio verso i partiti tradizionali, a cominciare dal PD. Visto che il movimento di Grillo attinge voti in un serbatoio ideale ambientalista e “di sinistra”, avrà ripercussioni negative proprio sui risultati elettorali del centro-sinistra. È già avvenuto domenica, accadrà con sempre più forza e diffusione nelle prossime elezioni, se il PD non si apre a un vero, radicale rinnovamento, di idee e di classe dirigente.

Ma è nel Lazio che è avvenuta una vera disfatta, e su quanto è accaduto nel Lazio è necessaria una analisi politica severissima. Abbiamo perso la Regione e la provincia di Viterbo, governata sino a ieri proprio dall'attuale segretario regionale del PD...

La gestione regionale del partito è stata caratterizzata da ritardi, scelte non fatte, o gestite in modo poco trasparente; la stessa candidatura tardiva della Bonino, è noto, è stata subita più che decisa, imposta da fuori per l'incapacità di guardare dentro, forzando le regole dei processi democratici interni. Una gestione politica regionale debole che non può non assumersi le responsabilità di una sconfitta ancor più grave perché maturata in una situazione di oggettiva difficoltà per il PdL, costretto dai suoi stessi errori a gareggiare senza lista, eppure in grado di far vincere una candidata tutto sommato debole come la Polverini.

Il PD regionale è clamorosamente mancato, involuto nelle sue lotte intestine, chiuso nei circoli incapaci ormai di parlare alla gente, portatori di una politica sterile, fatta di sostegno più o meno personale a singoli candidati, molti dei quali logori, espressione di un vecchio politburo sclerotizzato negli anni di governo, oramai lontano, dei vecchi DS e Margherita.

Classe dirigente priva di slanci, soprattutto intenta ad una gestione clientelare del consenso, distribuito tra capicoreente nazionali e piccoli luogotenenti locali, politica priva di idee che frana non appena cede l'architrave su cui si sorregge, ossia la pura gestione del potere.

Eppure il PD non è solo questo, e nel partito non ci sono solo mediocri burocrati, ma anche tante energie nuove e voglia di fare politica in modo diverso.

Noi ecologisti abbiamo da tempo denunciato che questo “non è il PD che vogliamo” ma ora è evidente che questo PD non è in grado di sostenere le sfide che lo attendono, nella prospettiva dell'alternativa a Berlusconi. Il dissenso di gran parte dell'opinione pubblica rispetto ai partiti è ormai giunto a fare del non-voto il partito di maggioranza in Italia. Se non si cambia, astensionismo e voto di protesta penalizzeranno sempre di più proprio il PD, partito ormai percepito come frutto dell'unione di due partiti vecchi e logori, e non portatore di una vera, reale, istanza di rinnovamento.

È dunque urgente, drammaticamente urgente, una nuova fase che azzeri i vecchi feudi e i loro vassalli, apra il partito ad un vero rinnovamento, verso la società civile, le associazioni, i movimenti, i centri della cultura e della ricerca, in un dialogo nuovo aperto, reciproco e trasparente, così com'era nel suo programma originale.

Se non sarà così, questo PD “partito solido” non reggerà l'urto del cambiamento che i cittadini chiedono, e sarà destinato a un inevitabile declino.

E l'incantatore-Berlusconi, che riesce a sospendere l'incredulità e a manipolare bugia e verità come un esperto narratore, ma per coprire le malefatte della sua politica, avrà carta bianca per governare finché lui vorrà o potrà.

 

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