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Caro amico ti scrivo...

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"Persino un cieco come me vede le piccole luci nel buio di una realtà cupa. Basta volerle guardare, e seguire la loro strada."
La mia lettera di auguri per il 2010: un occasione per ragionare sul primo decennio del nuovo millennio, sulle sue tante ombre, ma anche le piccole luci. Con un invito a tutte le persone di buona volontà a contribuire alla rinascita del nostro Paese.

Caro amico ti scrivo,

per farti gli auguri per il 2010, che sia almeno sereno per tutti noi. Sperare che sia anche  prospero, come declamano i messaggi di fine anno, sembra un eccesso retorico, con l'aria che tira.

Ne approfitto per condividere con te alcune riflessioni.

Il primo decennio del terzo millennio che oggi si chiude certo non lascerà rimpianti.

Sono stati dieci anni orribili, i peggiori dalla fine della guerra, afferma Sergio Romano sul Corriere.

Eppure erano iniziati pieni di ottimismo: il muro di Berlino era crollato, nuove democrazie erano nate in Europa e una nuova era di pace sembrava aprirsi per l'umanità. Il 2000 era pieno di promesse.

Invece sono stati anni di terrorismo, di conflitti terribili, di catastrofi ambientali devastanti. Sarebbe troppo lungo ripercorrere gli eventi sanguinosi che hanno segnato questi tempi recenti; né è il caso di fare oggi questa lista nera, visto che una lettera di fine anno deve guardare avanti, con ragionevole speranza, e non far piangere sul passato.

È ragionevole sperare? Dipende anche da noi. Nella nebbia di questi tempi oscuri, s'intravedono alcune luci, e ciascuno di noi può trarne ragioni per avere almeno un po' di fiducia.

Oppure, visto che senza dubbio questi tempi sono bui, c'è chi valuta che quelle luci fioche sono un'illusione e ritiene inutile ogni speranza. Certo, se penso al piccolo mondo della nostra povera Italia, lo sconforto viene anche a me.

Ma, per un momento, guardiamo oltre.

Per noi che siamo ambientalisti, il 2009 era l'anno della speranza, e ci attendevamo grandi cose da Copenhagen: un accordo serio e vincolante, non generiche promesse. Siamo rimasti delusi, è vero. Gli impegni individuali e non riscontrabili assunti dalle varie potenze non ci soddisfano. Tuttavia dobbiamo ricordare che anche l'accordo di Kyoto ha impiegato anni per entrare in vigore, e tutti sappiamo che sino a pochi anni fa né USA né Cina volevano sentir parlare di limitazione delle emissioni, né di interventi sui propri modelli di sviluppo economico senza controllo.

Certo non possiamo essere lieti di appartenere a un paese dove, solo pochi mesi fa, la maggioranza di centrodestra ha approvato in Senato una mozione che asserisce che i cambiamenti climatici non esistono, o, se ci sono, fanno bene. Vallo a raccontare ai paesi che combattono contro la desertificazione, le inondazioni, l'innalzamento del mare. Possiamo almeno dirci orgogliosi di essere europei, visto che l'Europa ha assunto posizioni responsabili e lungimiranti, dimostrando, forse per la prima volta, di essere diventata un grande faro di civiltà.

Ma i segnali positivi non vengono solo dall'Europa.

Oggi, se non altro, USA, Cina e India sono consapevoli del disastro provocato da una certa politica e s'impegnano a cambiare rotta. Se guardo ai dati straordinari di produzione di energia da fonti rinnovabili in Cina, posso dire che erano impensabili sino a poco tempo fa. Nel 2009 gli investimenti globali per le energie pulite, per la prima volta hanno superato quelli per tutte le altre fonti messe insieme.

Il decennio era iniziato con Bush e finisce con Obama: anche questo mi fa sperare.

Il mondo va avanti, nonostante le lentezze della politica che fatica a interpretare i cambiamenti. Il fatto stesso che la Cina, paese immenso e poverissimo sino a ieri, sia oggi la seconda potenza economica del mondo, consente a milioni di persone ogni anno di uscire dal tunnel della fame, e certo non è poco. Insieme con la Cina, tanti nuovi paesi si affacciano alla soglia del benessere, come l'India, il Brasile, il Cile, il Sudafrica, il Messico. Vi sono ancora sacche di drammatica disparità sociale, ma non possiamo ignorare il percorso positivo intrapreso, coinciso anche, in alcuni casi, con una riacquistata libertà dalla dittatura e da regimi oppressivi. Se oggi ci poniamo il problema della sostenibilità globale della crescita di questi paesi è comunque un segno positivo di un miglioramento delle condizioni di vita.

Ciò detto, non è che il quadro complessivo sia roseo. È notizia di ieri, che Putin, l'amico fraterno di Berlusconi, ha annunciato la volontà della Russia di riprendere la corsa agli armamenti, in sfregio a Obama che, come atto di disponibilità, s'è impegnato al blocco unilaterale dello scudo spaziale. Nuovi venti di guerra provengono dallo Yemen, e focolai di terrorismo da lì, dalla Nigeria, dall'Indonesia, dal Pakistan. Il regime dell'Iran sceglie la strada della repressione violenta. E le aree di crisi già aperte sono ben lontane dal trovare soluzione: l'Afghanistan, l'atavico conflitto israelo-palestinese, il dramma del Darfur in Sudan, per citare le più note.

Le ricordo solo per evidenziare in quale mondo viviamo. Se non ci rendiamo conto di ciò che accade, non saremo in grado di governare i fenomeni colossali che investiranno anche la nostra Penisola.

Continuo a non capacitarmi della estrema povertà del dibattito politico e culturale nel nostro paese, tutto centrato sui problemi, e sui vizi, del presidente del Consiglio. Un'Italia precipitata nell'individualismo, in un egoismo ottuso che giunge persino a stravolgere in senso razzista il “Bianco Natale”, che, anziché di neve e di solidarietà, si copre di odio e discriminazione.

Seguendo quella strada, l'Italia non andrà da nessuna parte: il suo governo sarà accomunato a quello di regimi poco raccomandabili – come quello Bielorusso, con il quale infatti stringiamo rapporti - e resteremo isolati, bloccati nel cammino positivo delle grandi democrazie.

E allora perché parlare di speranza?

Perché, nonostante tutto, l'Italia è un grande paese. Ha risorse e creatività che le consentono comunque di andare avanti. Nonostante le devastazioni, frutto di politiche insensate di cemento e di condoni, è ancora una terra stupenda, con un patrimonio che il mondo ci invidia. Chi cresce in Italia respira comunque bellezza, e storia, che lasciano una traccia nell'animo di ognuno di noi, anche del più povero, del più derelitto sul piano culturale.

Sono cresciuto in una borgata di Roma, e ricordo da bambino quel misto di attonito stupore e di fierezza che illuminava gli occhi anche del più disgraziato figlio dell'immensa povertà di allora, di fronte alla maestà di quel lascito antico, segno di una civiltà che ancora vive in noi.

Siamo figli forse immemori ma figli, di una terra che anche in anni non lontani ha dato i natali a Croce, Gobetti, Gramsci, e poi a Spinelli, Einaudi, De Gasperi e Berlinguer; a menti lucide e critiche come Calvino, Sciascia e Pasolini, per citare solo i primi che mi sono venuti in mente. Possibile che di tutto questo fervore ideale non resti più nulla?

Non credo. Né penso sia giusto condividere il drammatico invito lanciato da Pier Luigi Celli, direttore della Luiss: “Figlio mio, lascia questo Paese

Le buone energie ci sono, nel nostro paese, e devono contribuire alla sua rinascita etica, culturale, sociale. Ora sono disperse, frantumate, scoraggiate da anni di illusioni smentite, da speranze naufragate a causa di una politica miope e incapace, anche a sinistra. Tuttavia le buone energie ci sono, perché, pur invisibili, fanno camminare l'Italia. Su di loro ripongo la mia speranza per il 2010, su di noi, cittadini di buona volontà disposti a non gettare la spugna.

Caro amico, per questo ti scrivo: per essere tra quei cittadini di buona volontà, e dare una mano, compatibilmente con i tuoi impegni, e come meglio ritieni: nelle associazioni, nel volontariato, per l'Arte, l'Ambiente o per la Chiese, dove vuoi, anche in politica, a sinistra come a destra, ma solo per far vincere la buona politica.

Persino un cieco come me vede le piccole luci nel buio di una realtà cupa. Basta volerle guardare, e seguire la loro strada.

Auguri a te, amico mio, per un sereno 2010.

Pierluigi Adami

 

 

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