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ECCO LE VERE CAUSE DEI SALARI DA FAME ITALIANI

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Non è un problema di costo del lavoro. Inefficienze e burocrazie rallentano la produzione e aumentano i costi. Ma il problema è politico: paghiamo gli errori di governi e imprenditori incapaci di guardare avanti. Non si è puntato sulla qualità e sull’innovazione e questo è il risultato. Ma forse non è ancora troppo tardi…

Oggi pare che, dopo la pubblicazione dei dati Eurostat, gli italiani abbiano scoperto all’improvviso che i nostri stipendi sono più bassi della metà rispetto alla media europea. Lo sapevano tutti, in realtà.

 

Gli industriali sostengono che ciò dipende dalla combinazione di due fattori, la bassa produttività e l’elevato prelievo fiscale sui salari.

La bassa produttività è un problema serio, ma non è provocata dai lavoratori “fannulloni” – anche laddove ci fossero, la loro incidenza conterebbe poco in questo calcolo – bensì per l’intero sistema Italia che non funziona. Eccessiva burocrazia, farraginosità normativa, lentezze amministrative, inefficienze strutturali, conflitti di competenze (in Italia non si sa mai chi è davvero responsabile di qualcosa), ritardano la progettazione, la realizzazione e la consegna di prodotti e servizi, aumentandone il costo unitario. Per non dire che poi, anche per le storiche pressioni della Fiat, dal dopoguerra l’Italia ha puntato sul trasporto su gomma e non sulle ferrovie, con il risultato che oggi le nostre merci viaggiano a rilento su infrastrutture viarie congestionate, pagando anche caro il costo del carburante, in continuo aumento.

Infine, abbiamo depauperato il nostro patrimonio intellettuale, lasciando espatriare migliaia di ricercatori che hanno “venduto” all’estero idee, innovazione e nuove tecnologie, brevetti che avrebbero potuto avere il marchio “made in Italy” che invece siamo costretti ora ad acquistare fuori, pagandone lo scotto.

Sono questi i frutti di oltre un decennio di governi di centrodestra incapaci di guardare avanti e di operare nell’interesse del bene comune.

Il secondo governo Prodi, invece, che tra mille difficoltà fece buone cose (lotta all'evasione, incentivi alle energie rinnovabili e all'efficienza energetica), nel 2006 decise di intervenire sul prelievo fiscale sul lavoro, attraverso la riduzione del “cuneo fiscale”. In parole povere, il cuneo fiscale comprende le trattenute per le tasse e per i contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti e delle imprese. In Italia è alto (nel 2006 era al 45%, ora un po’ meno), ma non è il più alto in Europa: Belgio, Olanda, Svezia, Germania, Francia lo hanno anche maggiore del 50%. Ciò in parte smentisce gli industriali, visto che in Germania i salari sono il doppio dei nostri pur avendo un prelievo fiscale più alto; inoltre, in cambio i lavoratori di quei paesi ottengono anche servizi efficienti e facilitazioni in molti settori, che noi non abbiamo.

Il governo Prodi, comunque, s’era posto l’obiettivo ambizioso di ridurre di 5 punti percentuali, rispetto al salario lordo medio, il cuneo fiscale. Un intervento di alcuni miliardi di euro all’anno, completato attraverso uno sconto sull’IRAP delle imprese (6 miliardi di euro all’anno a partire dal 2008) e dalla riduzione dell’IRPEF a carico dei lavoratori. Tuttavia, il taglio del cuneo fiscale ha privilegiato lo sconto alle imprese rispetto ai lavoratori, con un rapporto di 3 a 2. Alla luce dei dati attuali, se si fosse invertito quel rapporto a vantaggio dei lavoratori, oggi lo squilibrio sarebbe stato inferiore. Ma tant’è, almeno un certo beneficio c’è stato.

L’impressione generale, al dunque, è che i bassi salari in Italia siano soprattutto il frutto di un grave errore di pianificazione politica, nonché di miopia della dirigenza industriale italiana. Invece di puntare sulla qualità dei nostri prodotti e dei nostri saperi, abbiamo tentato, ovviamente invano, di combattere la concorrenza del mondo globalizzato puntando alla mortificazione del mondo del lavoro. I risultati di questa politica sono evidenti.

La grande industria italiana, salvo meritevoli eccezioni, non è più lungimirante del disastrato comparto pubblico. Va molto meglio nella piccola e media impresa, che infatti è il vero motore trainante di questo nostro Paese sclerotizzato. Nelle grandi aziende nazionali, invece, si punta poco sulla competenza, sul know-how, sull’innovazione dei prodotti. È molto indicativo in tal senso che, in genere, a differenza di quanto accade negli altri paesi avanzati, in Italia il lavoro tecnico e scientifico è considerato “di serie B”. Nella grande industria, ingegneri e bravi tecnici se vogliono avere riconoscimenti di carriera, devono abbandonare il settore tecnico per finire in quello manageriale o commerciale. Con il duplice risultato, da un lato, di generare sovente da un bravo tecnico un modesto manager (non tutti i tecnici hanno l’indole adatta alla gestione) e dall’altra di frustrare quelli che invece rimangono nei settori tecnici, di progettazione e ingegneria, i quali, pur essendo bravi e competenti, non vedranno mai riconosciuto il loro lavoro. Questo fenomeno è estremamente grave ed è la causa dell’espatrio di molti ingegneri italiani: per loro, la differenza di salario tra Italia ed estero è ancora più alta rispetto al dato Eurostat, e può arrivare al triplo dello stipendio, per chi sceglie di lavorare in Germania.

Tutti questi fattori incidono negativamente sulle possibilità del nostro Paese di riprendersi. Ma non tutto è perduto. Anzi, forse l’essere finiti a un passo dal baratro può consentire all’Italia di risanare vecchie inefficienze. Il governo Monti sta procedendo speditamente nella giusta direzione su molte tematiche, anche se la strada per uscire dal tunnel è ancora lunga. Abbiamo comunque ancora grandi risorse di intelligenza, grandi capacità a muoverci anche in contesti difficili, riuscendo a creare con poco l’innovazione che altre nazioni ottengono con investimenti enormemente superiori. La crescita dell’economia verde in Italia, nel giro di pochi anni, ne è un esempio virtuoso e lampante: energie rinnovabili, ristrutturazioni per il risparmio energetico, nuovi materiali ecologici e colture biologiche sono in grande crescita, anche durante la crisi. Ora però serve che lo Stato, dopo aver tamponato l’emergenza finanziaria, torni ad affermare il suo ruolo, promuovendo investimenti – verso opere davvero necessarie e sostenibili ambientalmente – e, finalmente (lo speriamo), valorizzando le competenze, l’istruzione e la ricerca. Snellendo la burocrazia e incentivando la qualità. In questo modo, oltre a ridare efficienza al sistema-Italia, sfruttando al meglio le tante risorse che abbiamo, potremo tornare a competere con le nazioni più avanzate del mondo. Ridando dignità e salari adeguati ai lavoratori.

 

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